May December di Todd Haynes

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Dopo aver attraversato il melodramma nella rivisitazione della sua forma più classica almeno con due titoli – Lontano dal paradiso del 2002 e Carol del 2014 – della sua non particolarmente prolifica filmografia (appena una decina di opere in circa trent’anni), Todd Haynes rovescia la prospettiva della sirkiana Imitation of life sulla quale ha riflesso gli esposti colori sgargianti e i celati chiaroscuri di paure e desideri. L’ultimo May December, presentato allo scorso Festival di Cannes e già available sul Netflix statunitense- mentre in Italia si vede ora in sala dal 21 marzo distribuito da Lucky Red – è una sorta di tagliente e lucido making off sulla preparazione di un mélo ispirato a una storia vera, dove lo specchio della vita e quello della sua rappresentazione si sovrappongono sempre più impercettibilmente, fino a diventare il ritratto in progress di un contrappasso, di un ribaltamento, di una (de) mistificazione. L’intelligente copione dell’esordiente sceneggiatrice Samy Burch segue le ricerche di un’ attrice hollywoodiana, Elizabeth Berry (Natalie Portman) che sta per interpretare in un film la storia una donna accusata, processata e condannata in passato per aver sedotto un ragazzino coreano di tredici anni – quando lei ne aveva trentacinque – con il quale una volta uscita dal carcere si è sposata e ha creato una famiglia. Gracie (Julianne Moore), questo il suo nome, non solo non si è pentita, ma ritiene che quella relazione non presenti nessuno squilibrio o asimmetria, e vive tutto con apparente naturalezza, seppure nella malcelata ostilità di Savannah, la città piuttosto provinciale in cui ha continuato a vivere e dove abitano il precedente marito e gli altri figli. Già la trama raccontata in questa maniera sembra il seguito di  un ulteriore variazione di All That Heaven Allows (Secondo amore, 1955) uno dei melodrammi di Douglas Sirk più di ricchi di implicazioni sociali, politiche e psicologiche: in quel caso Jane Wyman, vedova ancora piacente dell’alta borghesia, si innamorava di Rock Hudson, il suo fascinoso e prestante giardiniere tra l’altro più giovane, provocando lo sdegno classista ed ipocrita non solo di vicini e amici, ma anche dei suoi stessi figli.

Haynes aveva riformulato le fila di quel racconto già in Lontano dal paradiso con la possibilità di permettersi, nel 2002, di  esplicitare ancora di più l’aspetto discriminante e intollerante – la protagonista veniva lasciata da un marito che scopriva la propria omosessualità mentre il factotum di cui si invaghiva era un uomo di colore nell’America larvatamente razzista degli anni 50); chiaramente in questo passaggio epocale sul cinema di Sirk non è estranea la visione che Fassbinder aveva dato di Secondo amore già negli anni’ 70 con La paura mangia l’anima, problematizzando e radicalizzando  ancora di più il discorso socio-politico e la sua critica alla rigida e verticale struttura capitalistica  (la storia d’amore resa impossibile dalle contingenze ambientali ed economiche  era quella tra un’ anziana donna delle pulizie tedesca e un emigrato turco).

Questo breve excursus di risonanze variabili ci permette di comprendere meglio proprio la cornice esplicitamente metacinematografica  dentro la quale si colloca May December, incarnata dal personaggio di Elizabeth, l’attrice: Natalie Portman, che la interpreta con un mellifluo, ambivalente movimento di dentro e fuori ridotto ai minimi termini di una smorfia di sarcasmo e di voluttà, non è a caso anche la produttrice del film. Il suo potere, come interprete e promotrice del progetto, diventa in qualche modo la messa in abisso su cui Elizabeth regge e giustifica la sua presenza e le azioni che comporta nella vita di Gracie e del suo belloccio e un po’ ottuso marito, a cui l’inedito Charles Melton da una struggente nota di sensuale candore e inconsapevole disagio. Ed è lo sguardo , in un continuo ménage di specchi e di doppi,  per mezzo del  quale Haynes fa proseguire lo stallo melodrammatico dei titoli precedentemente citati e ne rappresenta le conseguenze. Che cosa sarebbe successo se dopo il “the end” dei titoli di coda, le eterogenee coppie dei film di Sirk, di Fassbinder e dello stesso Haynes, ritrovatesi insieme in dei finali puntellati di amarezza, maceramento e talvolta separazione, avessero continuato le loro relazioni ?. In fondo anche il più fiammeggiante e liberatorio Carol si fermava di fronte a questa possibilità, quando Rooney Mara abbandonava sotto la pioggia la statica e opaca sicurezza di un eterosessuale orizzonte piccolo borghese e tornava a porsi davanti al sorriso ammaliante e  seducente di Cate Blanchett.  Ora siamo invece alla resa dei conti, a cercare di capire – senza una ricavare una risposta, ma svelando solo il meccanismo e le soggiacenti e ardenti pulsioni che ne attivano il motore – chi ha manipolato chi, o chi ha omesso cosa, nel portare avanti una relazione che dietro la facciata di una rarefatta normalità, cova il tarlo di un’ insofferenza e di una ferita; la stessa Gracie, cresciuta in una famiglia prevalentemente maschile, sembra intrappolata nel reiterato schema di un’ abusata e regressiva femminilità fatta di dipendenza, compiacimento e seduzione. In questo senso Julianne Moore, che fa Gracie, si presenta ancora una volta come una performer intrepida e coraggiosa nel far emergere, senza reticenze e senza manierismi, l’isteria, la fragilità  e l’infantilismo dietro la maschera rassicurante della moglie e della madre che ha costruito e tenuto unita una famiglia dal più improbabile dei presupposti. E la sequenza allo specchio durante la quale Gracie insegna a Elizabeth come lei si trucca in modo che possa riprodurlo nel più esatto dei modi possibili possiede l’impatto dell’ abbattimento della quarta parte di un palcoscenico teatrale, visto però dalla prospettiva intima e privata del camerino. Non c’è più la filologica ricostruzione dell’iconico decor scenografico e dell’apparato visivo e figurativo che costituivano il refrain del melodramma anni’ 50 in Lontano dal paradiso e in Carol, con il relativo, straniante distanziamento che ne derivava. La macchina da presa denuda la vanità delle sue anti eroine post moderne, Alici in rewind attraverso lo specchio di un mondo dai colori sbiaditi di un immaginario da scandalistico e pruriginoso tv movie (un brutto film non molto distante da quello che poi Elizabeth effettivamente realizzerà sulla vita di Gracie). Perfino la citazione della colonna sonora di Michel Legrand realizzata per Messaggero d’amore (1971), implacabile e struggente rappresentazione  per opera di Joseph Losey di una separazione tra due appassionati amanti, lei una lady e lui uno stalliere, sullo sfondo della feroce e rituale aristocrazia vittoriana, sembra essere il contrappunto ironico di una liricità che non esiste più.

Ma c’è un altro possibile riferimento in questa progressiva querelle di Eve contro Eve: Savannah, la città dov’ è ambientata la vicenda, è anche il nome di un memorabile personaggio interpretato da Julianne Moore in Maps to the stars, allucinato mélo astrale (2014) firmato David Cronenberg. Julianne interpretava un’ attrice in fase decadente ossessionata dal ricordo di un incesto materno che in una scena molto disturbante ballava sulla notizia della morte del figlio di una collega rivale, “evento” che le permetteva di ottenere la parte in un film.

Ecco, senza la stessa psicotica spietatezza di quella danza di morte, anche la Gracie di May December mostra comunque una simile determinazione, con un monito rivolto ad Elizabeth che spiazza e rimette in gioco vittime e carnefici: “Io sono anche forte, ricordati di farlo vedere”.

In sala dal 21 marzo 2024


May December; Regia: Todd Haynes; sceneggiatura: Samy Burch; fotografia: Christopher Blauvet; montaggio: Affonso Gonçalves; interpreti: Natalie Portman, Julianne Moore, Charles Melton, Cory Michela Smith, Elizabeth Yu, Piper Curda, D.W. Moffett ; produzione: MountinA, Gloria Sanchez Productions, Killer Films; durata: 113′ minuti; origine: USA, 2023; distribuzione: Lucky Red.

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