Nezouh – il Buco nel cielo di Soudade Kaadan

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Nezouh in arabo significa spostamento di anime, acqua e persone. Il film – già passato a Venezia in “Orizzonti Extra” , al Medfilmfestival romano (vedi l’approfondimento di Francesco Bonfanti) e ora in sala – racconta con un doppio registro, drammatico e poetico, in bilico costante, senza mai prevalere uno sull’altro, la storia di una famiglia siriana che, dopo i bombardamenti a Damasco, non vuole diventare sfollata e resta nella propria a casa a tutti i costi.

Il padre di famiglia, Motaz, è un uomo industrioso, costruisce macchine per produrre elettricità (che è stata tagliata), si opera in ogni modo per tenere la famiglia rimasta al sicuro e in buone condizioni, al di là del mondo attorno che sta cadendo a pezzi. La moglie Hala lo asseconda per amore, rendendosi conto, più passa il tempo e la situazione peggiora, che l’uomo ha perso la lucidità. E poi Zeina, la figlia quindicenne, che risponde quando viene chiamata al nome di ‘ragazze’, al plurale, un nome che comprende le sue sorelle andate in sposa a qualcuno che le ha portate lontane, non si sa dove, se in salvo o meno. Zeina ha un viso dolce e i capelli lunghissimi, ama entrambi i genitori, è obbediente e taciturna, non disturba, nessuno la sente, disegna per ore da sola in camera sua o sulle pareti di una stanza vuota con i muri vecchi: “disegna le stelle, disegna i fiori, le ragazze disegnano i fiori”, il padre la incoraggia.

Finisce l’acqua, scarseggiano i beni alimentari, l’asserragliamento persiste mentre fuori tutti vanno via, le bombe cadono, i civili si armano. Tutto porta al pensiero della morte mentre Motaz pensa solo alla casa, suo unico bene, senza il quale si sentirebbe morto. Quando una bomba colpisce l’abitazione il padre copre i grandi buchi prodotti dalla caduta dei muri con dei lenzuoli colorati che sostituiscono le pareti creando una atmosfera magica da tenda. Sopra la stanza di Zeina un foro tondo le permette di guardare le stelle. Dal terrazzo sovrastante qualcuno pronuncia il suo nome: è Amer Tabaa, il figlio adolescente dell’ultima famiglia rimasta oltre alla loro, che vive di fronte.

Il loro è l’incontro puro di due anime. Quando lei è timorosa di raggiungerlo in alto, attraverso una corda con dei nodi a mo’ di scala, lui le dice: “hai paura dell’altezza e non delle bombe?” convincendola. Il ragazzo è tecnologico, ha un cellulare ancora carico, un drone, un video-proiettore (tutte cose racimolate da chi partiva): di notte sul terrazzo i due si incantano a guardare una immagine del mare (quel mare che lei, a occhi aperti ma sognanti, vede nel cielo e nel quale lancia macerie della casa facendole rimbalzare più volte come sassi su una superficie liscia). Quando Motaz, in mezzo alla drammatica precarietà della situazione, incontra l’uomo che gli ha procacciato i mariti per le altre figlie che gli propone un eroe militare per Zeina, la madre non può accettarlo, prende il sacco nero dell’immondizia preparato con le cose fondamentali, afferra la figlia per la mano ed escono. “Non siamo mai uscite senza papà”.

La chiave fiabesca del film, molto riuscita, mantiene la distanza per giustificare, senza giudizio, un uomo che perde la testa pur di mantenere saldi i propri valori e il suo essere padre di famiglia. La perizia formale che contrassegna la vita claustrofobica dei tre, al buio, senza conforto, senza dimostrazioni di affetto, sempre sul punto di scattare, sempre all’erta, rende lo spettatore testimone inerte quanto i protagonisti, di una storia che sembra poter andare a finire solo male. La seconda parte, con l’apertura del tetto e poi la fuga nella città demolita e nei campi, arieggia e dona respiro, sebbene la tensione sia mantenuta alta dal racconto della linea di confine, dagli incontri armati, dalle bombe che cadono tutto attorno.
Una storia di emancipazione femminile di particolare delicatezza, raccontata con la lievità felice della mano libera di Soudade Kaadan.

In sala dal 12 gennaio 2023


Nezouh – Regia: Soudade Kaadan; sceneggiatura: Soudade Kaadan; fotografia: Helene Louvart, Burrak Kanbir; montaggio: Soudade Kaadan, Nelly Quettier; musica: Rob Lane, Rob Manning; interpreti: Hala Zein, Kinda Aloush, Nizar Alani, Samir Almasri, Darina Al Joundi, Nabil Abousalih, Samer Seyyid Ali; produzione: Berkeley Media Group (Yu-Fai Suen), KAF Production (Soudade Kaadan), Ex Nihilo (Marc Bordure); origine: Siria, 2022; durata: 100’; distribuzione: Officine Ubu.

 

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