Pepe di Nelson Carlos De Los Santos Arias (Festival di Berlino – Concorso) – Orso d’argento per la miglior regia

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Ma chi o/e cosa è Pepe l’ippopotamo? E poi, cosa vuole da noi, perché ci balza incontro riuscendo anche ad esprimersi per mezzo del linguaggio umano? Pepe del giovane regista originario della Repubblica Domenicana Nelson Carlos De Los Santos Arias, ha fatto molto discutere il pubblico della Berlinale 2024. Pare addirittura che il direttore del festival, Carlo Chatrian, lo abbia definito “il film più inclassificabile del concorso”. Usciti dalla sala, effettivamente “inventariare” Pepe in un genere come anche in un unico stile sembra un’impresa impossibile, e forse pure eccessivamente dispendiosa che non porta a nulla.

Partiamo da qui. Rispetto ai generi e allo stile, il film si presenta come una vera e propria Babele. Creativamente s’intrecciano quello narrativo-documentaristico a quello fantastico. Ma non mancano anche cenni strettamente legati all’animazione come pure alla finzione. E volendo si rintracciano in maniera evidente anche i segni del genere noir e d’azione, con dosi di commedia e finanche di film di guerra. Forse è del tutto assente quello storico (ma in questo momento chi scrive viene assalito da dubbi…). Pepe è in fondo una favola triste e malinconica che prende spunto da fatti di cronaca realmente accaduti. E lungo questo linea sviluppa e propone allo spettatore oltre due ore di sequenze di immagini, realizzate e montate in modo impeccabile, durante cui una cosa è certa: mai ci si annoia, e soprattutto si è come rapiti dalla storia restando costantemente incuriosi di sapere cosa accade e come la vicenda fa a finire.

Questo permette una prospettiva assai interessante per lo spettatore: ancora di più, ognuno vede il suo film e torna a casa con il suo possibile Pepe. Volendo provare a ricostruire i lineamenti della trama, Pepe è un ippopotamo e si palesa, in particolare, sotto forma di una voce capace di esprimersi in diverse lingue umane (la voce dell’animale è fornita da Jhon Narváez, Fareed Matjila, Harmony Ahalwa e Shifafure Faustinus). I toni di questa voce sono un po’ tra lo sdolcinato e il fragoroso, che spesso poi vacillano in modo assurdo, come capita nei cartoni animati (tra l’altro, sono presenti anche immagini televisive che rimandano proprio a un cartoon, dove il protagonista è esattamente un ippopotamo). Pepe è certo di due sue caratteristiche: che proviene da un luogo chiamato Africa e che è morto. Le due certezze sono collegate fa loro. Sì, perché Pepe, veniamo a sapere, discende dai primi ippopotami importati dall’Africa in Colombia per capriccio da Pablo Escobar, uno tra i più noti trafficanti di cocaina e marijuana che la storia fino a ora conosce. Ma allora il film s’ispira velatamente alla questione del colonialismo? Forse, anche, chissà.

Poi s’apprende un aspetto che fra i tanti introdotti dal film è quello che qui si sceglie di porre maggiormente all’attenzione del lettore. La memoria è come se fosse una specie di tarlo, di ritornello che continuamente assilla Pepe. Infatti, la sua maggiore angoscia giunge dalla sua nemesi: suo fratello Pablito usurpò il potere del loro rispettivo padre, ambendo a diventare il maschio dominante nel branco. Lo scontro con Pepe è inevitabile, e il nostro amico ippopotamo, avendo la peggio, è costretto all’esilio nel bacino del fiume Magdalena. Qui  il nostro rimugina la sconfitta, vivrà male il resto dei suoi giorni sino a morire in modo violento e cruento. Una storia simile alle faide familiari tipiche delle vite criminali, dunque, quella di Pepe. Allora non se ne uscirà mai dalle ragnatele della dialettica servo-padrone. Ancora una volta, una vicenda fra scissionisti, drammatica, crudele, violenta. Dove vince chi è più forte. Fatta di soprusi, di atti di potenza, di dominio l’uno sull’altro. Storie di pazzia, di abbandono di sé stessi, di perdita del centro verso un vagare che non può che presentarsi in forma di instabilità emotivo-cognitiva perenne.

Per un attimo, Pepe ci ha rimandato a Luna rossa (2001) di Antonio Capuano. Film da un certo punto di vista lontanissimi anni luce, eppure entrambi raccontano di una lotta all’ultimo sangue tra chi, all’interno di una famiglia, intende predominare e sovrastare un altro come lui, fatto della stessa sostanza del padre e della madre, della stessa carne. E non può che conseguirne, oltre che un massacro da cui non si salva nessun membro, l’essenza pura della tragicità. Non si può essere che colpiti tutti dal destino infame della sconfitta. Appartiene infatti a tutti: vinti e vincitori. Si è così condannati all’infelicità che ci fa vagare senza meta, che ci fa agire come prescritti alla folle gloria del comando. Dov’è la libertà? Cosa è la libertà? Forse noi essere terrestri, che già veniamo al mondo sottomessi alla mera legge di gravità, non lo sapremo mai.


Pepe – Regia, sceneggiatura e musica: Nelson Carlos De Los Santos Arias; fotografia: Camilo Soratti, Roman Lechapelier, Nelson Carlos De Los Santos Arias; montaggio: Nelson Carlos De Los Santos Arias; animazione: Erwin Jiménez, Manuel Barenboim; scenografia: Daniel Rincón, Melania Freires; costumi: Laura Guerrero, Erik Paredes; interpreti: Jhon Narváez (Pepe), Sor María Ríos (Betania), Fareed Matjila (Pepe), Harmony Ahalwa (Pepe), Jorge Puntillón García (Candelario), Shifafure Faustinus (Pepe), Steven Alexander (Cocorico), Nicolás Marín Caly (Ángel); Produzione: Pablo Lozano, Tanya Valette, Nelson Carlos De Los Santos Arias  per Monte & Culebra; Origine: Repubblica Domenicana/Namibia/Germania/Francia,  2024; Durata: 122 minuti.

 

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