Poor Things di Yorgos Lanthimos (Leone d’oro)

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Bianco e nero. Fish-eye. Un rumore ripetuto. Atmosfera vittoriana inglese. Ma tutto esasperato come dalla lente di una “Alice nel paese delle meraviglie” a testa sotto. La macchina da presa inquadra un essere strano, una bambina dentro il corpo di una giovane donna, che butta oggetti a caso per terra mentre una governante in livrea li raccatta. Arriva un uomo adulto di giacca vestito e dal viso ricomposto a pezzi, segnato da molteplici cicatrici. Siamo nel campo dei freaks. A tavola l’uomo, che agisce come una figura paterna per l’essere femminile, attaccato a una macchina da mille tubicini, gorgoglia suoni gutturali fino a espellere dalla bocca una grande bolla volante che, dopo qualche svolazzo, scoppia come fosse di sapone. L’immaginario visivo di Lanthimos è barocco quanto ne La favorita, ma qui si muove tra Escher (con scale e architetture labirintiche, effetti prospettici spiazzanti) e Frankenstein, sebbene il film sia basato sull’omonimo romanzo del 1992 dell’autore scozzese Alasdair Gray, Poor things!.

Vediamo Bella (Emma Stone), corpo gigante con animo piccolo, apprendere gradualmente, ma velocemente, tutte le cose che i bambini imparano da neonati: la coordinazione dei movimenti, degli arti, l’uso della parola, il controllo delle funzioni corporali. Bella parla antico, imparando il linguaggio dal colto chirurgo, docente di anatomia all’università, un po’ genio un po’ psicopatico. La ragazza-esperimento si esprime forbitamente, usa termini come ‘empirico’ senza conoscerne altri più basilari. Ad un certo punto scopre la sessualità, in fase sperimentale come i bambini, disinvolta si trova a usare oggetti quotidiani per la masturbazione – un frutto, un cetriolo – che considera una cosa naturale e normale, suggerendo alla governante di farne uso. Quando poi, appropriatasi dell’autoerotismo, scopre l’altro, dirigendo la sua scelta verso un essere maschile, Duncan Wedderburn (Mark Ruffalo), un avvocato belloccio assunto dal padre per stilare un accordo matrimoniale con Max McCandles, un suo giovane studente da lui prescelto (con molti obblighi, primo dei quali quello, per gli sposi,  di vivere in casa con lui).

Il padre si chiama Godwin Baxter (Willem Defoe), detto – non a caso – God, in inglese Dio: come racconta a Max, camminando lungo il Tamigi una notte si è imbattuto in un corpo esanime di una suicida e in un delirio di onnipotenza, essendo un chirurgo, ha ricostruito una ragazza, incinta, come un demiurgo, asportandole il cervello privo di vita e immettendole quello del feto ridando poi al corpo impulso elettrico, creando una creatura assolutamente nuova, unica e di sua proprietà. Bella acquisisce una maturità prima sessuale e poi intellettuale diventando una donna forte e indipendente, imprevedibile e pronta a tutto, attraverso un viaggio all’avventura con Duncan prima a Lisbona (lo scontro con le regole sociali e borghesi), poi a Alessandria (il risveglio della coscienza), poi a Parigi (il peccato e l’emancipazione) fino a un ritorno, con epilogo, a Londra.

Una interpretazione femminile da Coppa Volpi, cast impeccabile, scenografia e costumi splendenti e raffinati, denso nelle immagini e nelle battute, ironico e comico, intelligente, caustico e imprevedibile, Poor things è tanti film in uno solo: fa pensare, ridere, porsi domande, immedesimarsi, rispondersi e ricominciare a ridere.

In sala dal 25 gennaio 2024


Poor Things; Regia: Yorgos Lanthimos; sceneggiatura: Yorgos Lanthimos, Tony McNamara, Alasdair Gray; fotografia: Robbie Ryan; montaggio: Yorgos Mavropsaridis; musica: Jerskin Fendrix; interpreti: Emma Stone, Margaret Qualey, Willem Defoe, Mark Ruffalo, Chistopher Abbot, Ramy Youssef, Damien Bonnard, Vivienne Soan; produzione: Element Pictures, Yorgos Lanthimos, Emma Stone; origine: Usa, 2023; durata: 141’; distribuzione: Walt Disney.

 

 

 

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