Bergamo Film Meeting 44: Porte Bagage di Abdelkarim El-Fassi (Primo Premio)

Presentato in concorso a Bergamo, dove ha vinto il Primo premio, Porte Bagage, esordio nel lungometraggio di finzione di Abdelkarim El-Fassi, regista con residenza a Rotterdam e già produttore e autore di alcuni documentari, è un film assai intenso che pone molte domande -spesso oscurate dalle rotte del pensiero positivo più mainstream.

El-Fassi, figlio di migranti marocchini, in Porte Bagage racconta infatti la storia di una famiglia olandese di origine marocchina che si ritrova a dover affrontare scelte significative. In atto vediamo dinamiche familiari in cui i tre personaggi -due fratelli e una sorella- si ritrovano prima davanti alla morte della madre, e dopo di fronte alla malattia del padre. Ma se la prima scomparsa è qualcosa che vedremo ritornare ad abitare i protagonisti in modo stratificato ed emotivamente denso -tramite anche la memoria attivata dall’uso di filmini in super 8 e di fotografie; la seconda traccia di sparizione, che è quella della soggettività piena (diciamo così) erosa dalla patologia neurodegenerativa, verrà invece presa per mano e trasformata, con cura, in qualcosa di diverso e parimenti vivente, che non a caso prenderà la forma emblematica di un avventuroso e singolare road movie in minivan con meta il Marocco, terra d’origine del padre Musa.

L’inatteso del viaggio, in questo senso, è altresì l’istanza, a guisa di soglia, per attivare il transito del lutto e della malattia: riconoscere la fragilità del nostro stare al mondo come avvio di un percorso nomade la cui (dis)misura consente l’attraversamento della stessa ferita. Soltanto accogliendo questa ferita e prendendosene cura – come fa, e meravigliosamente, Noor, la figlia di Musa –  si darà effettivo spazio alla possibilità. La scelta di vedere la malattia di un genitore e di assumersene la responsabilità, non delegandone la cura a regimi consumistici e classisti, ecco che diventa allora anche il campo per nuove soggettivazioni, in atto magnificamente nei tre personaggi del film di El-Fassi: occasione per esprimere sentimenti fin lì magari marginalizzati o repressi; e invenzione di un racconto relazionale (e anche libero, perché sottratto a norme, paure e cliché) con cui ampliare lo stesso raggio dell’esperienza -dello stare al mondo. Non abbandonare i bagagli ma piuttosto portarseli dietro, per parafrasare la traduzione del titolo, lungo rotte nomadi, affettive e inventive.Porte bagage

Come racconta lo stesso El-Fassi, in questo film “al centro c’è il peso emotivo della cura, la forza e la solitudine, il silenzio quando le parole non bastano, e la tensione tra libertà individuale e responsabilità collettiva”. Quindi la cura vista non come forma di controllo (ha dell’inquietante, in questo senso, la diffusione di sistemi a circuito chiuso con cui controllare a distanza genitori anziani non più autosufficienti), ma come esperienza relazionale che implica, in una qualche misura, lo sfilarsi dalla propria stessa pelle.

Questo viaggio con entrate e uscite multilivello, nel film assume anche i diversi colori e atmosfere dei luoghi: freddi e lividi nei Paesi Bassi, più luminosi durante il viaggio, caldi e reminescenti in Marocco. Mentre il tono e lo stile del racconto sono quelli a contatto con un’intimità a volte realista altre più evocativa o sensoriale, comunque vicina a ciò che accade ai personaggi e al loro modo di esprimersi – incluso l’accento vivo del multilinguismo, significativo anche per il rapporto con la perdita del linguaggio razionale in atto in Musa. Questa destabilizzazione della gerarchia che vede stare sullo scranno la parola e la razionalità ha chiaramente una portata anche sovversiva e politica. D’altronde è lo stesso dispositivo del road movie a mettere al centro, più che la psicologia dei personaggi, lo spazio e quindi la percezione di esso da parte dei protagonisti. In questo senso il mondo esperito dal soggetto in termini di conoscenza percettiva (e la sua relazione percettiva con l’ambiente e con i viventi) è ciò che forse riesce altresì a rileggere – in senso meno metafisico – uno dei topos del viaggio più affascinanti e duraturi: “Ogni volta che mi accorgo di atteggiare le labbra al torvo… allora decido che è tempo di mettermi in mare al più presto” (Moby Dick, Herman Melville).

E così come accade con Melville, chiunque segua la storia raccontata da El-Fassi non potrà fare a meno di interrogarsi anche sulla propria.    


 Porte Bagage – Regia e sceneggiatura: Abdelkarim El-Fassi;  fotografia: Sjors Mosman; montaggio: Sjoerd Schipper; musica: Valentin Hadjadi; interpreti: Ahlaam Teghadouini, Mahjoub Benmoussa, Mohammed Chaara, Sahil Aissa, Kaltoum Boufangacha, Moussaab Mahyu; produzione: Zouka; origine: Paesi Bassi, 2025; durata: 104 minuti.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *