Querido Fidel di Viviana Calò

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Ai fedelissimi nostalgici di Goodbye Lenin, della sognante ucronia innalzatasi e dissoltasi fra le macerie del muro, dell’impossibile compromesso storico fra Est e Ovest, degli eterni “avremmo potuto” o “avremmo dovuto” su cui il nostro presente pone le proprie radici ideologiche: Querido Fidel è il film che fa per voi. O forse no. Si, perché non c’è cosa peggiore dell’ingombrante déjà-vu cinematografico: tutto, nella pellicola dell’emergente Viviana Calò, ci riporta fra le braccia materne del socialismo à la Daniel Brühl (all’epoca poco più di un ragazzino).

Così, la Karl-Marx-Allee si trasforma come per incanto nel lungomare di Napoli, terra di mezzo altrettanto malferma e fatiscente quanto i casermoni di calcestruzzo nei pressi della cara e vecchia Alexanderplatz. Il volto dell’impavido cosmonauta Sigmund Jähn, sorta di padre adottivo nonché protagonista assoluto nella variopinta tragicommedia del piccolo Alex, finisce per assumere i tratti somatici di un irsuto Fidel Castro, maestro e compagno evocato dalla penna di un fanciullo ormai sessantenne. Scordatevi, infine, i succulenti cetrioli dello Spreedwald: qui ci si nutre esclusivamente di riso e tapioca. L’importante è costruire la propria barricata contro il dilagante morbo del ketchup, della merendina industriale e della pizza surgelata.

Chiediamo dunque venia agli spettatori che già conoscessero a memoria il celeberrimo lungometraggio di Wolfgang Becker: non ci crederete mai, eppure anche l’Italia ha la sua Ostalgie. E questo rimpianto verso un condizionale irrealizzato e irrealizzabile s’incarna ora nella malinconia vagamente agée di Emidio (Gianfelice Imparato), anch’egli orfano di un mondo perduto – in tal caso, la Cuba rivoluzionaria del secondo Novecento. Trinceratosi nei suoi ideali di ferro, il nostro Fidel napoletano trascorre le giornate illustrando la sua epoca attraverso gli occhi di un passato recente in fondo mai passato. Di fronte a questo Donchisciotte in divisa non possiamo che sentirci a disagio, la sua fisionomia assume i tratti di una maschera da Commedia dell’Arte e il combattente si fa (ahimè) caricatura. Bisogna comunque ammettere che lo stratagemma funziona e, volenti o nolenti, ci ritroviamo a sorridere, un po’ come se assistessimo al trionfale capitombolo di Mikhail Gorbačëv sotto i riflettori di un teatro vaudeville.

La vita di Emidio ruota attorno al rifiuto, unica arma rimastagli per ricacciare i mulini a vento nel loro inferno yankee: No alle sigarette marca Marlboro. No ai velenosissimi sottoprodotti delle multinazionali. No ai computer, no ai cellulari, no alla Storia insegnataci da Canale 5. Ma gli anni Novanta avanzano, e con essi l’imperturbabile dogma dell’anything goes, dell’indifferente dapprima pronunciato a Berlino e poi diffusosi nell’intero continente europeo. Ultimo baluardo della resistenza sono le lettere che il protagonista continua a scambiarsi con il leader cubano, sorta di fantasma ingiallito ormai dispersosi nell’italica soffitta dell’era pre-berlusconiana. Chi si nasconde dietro allo spirito guida dell’ex Generale? Senza reputarci dei chiaroveggenti, possiamo orgogliosamente dichiarare di aver risolto l’enigma nel giro dei primi quindici minuti – del resto, lo scopo della regista non sembra proprio essere quello di sorprendere il suo pubblico a suon di coups de théâtre.

Attorno al simpatico vaneggiatore svolazzano i suoi irriducibili familiari (anche questi, rigorosamente costruiti con lo stampino): signore e signori, fate un caloroso applauso al figlio filoamericano (ma va’?) tutto motori e belle donne (de gustibus), alla moglie paziente e tenace, all’amico fesso ma di sani principi (almeno fino al prossimo rimpasto di governo), nonché alla sagace nipote Celia (Marcella Spina), unico fiore all’occhiello dell’eccentrico manicomio. Cresciuta attraverso gli ideali del nonno e maturata nella faticosissima anarchia dottrinale dei primi anni Duemila, la ragazza trasporta il pesante fardello di una generazione che avrebbe “il dovere morale di fottersene” ma che sceglie, per l’appunto, di non farlo. Sarà lei a risvegliare Emidio dal suo puerile torpore, ripercorrendo in direzione ostinata e contraria un esilio altrimenti visibile soltanto mediante caliginosi flashback e donando alla Repubblica Democratica del nostro Alex fuori tempo massimo una nuova voce. Noi confidiamo in lei: e chissà che non sia davvero giunto il momento di emanciparci dalla tapioca e dagli acidissimi cetrioli Spreedwald.

Ps.: solo per la cronaca. Dopo  aver vinto allo scorso Bif&st-Bari International Film Festival il premio per il miglior attore protagonista (a Gianfelice Imparato) e quello per la migliore regia, il  film adesso esce in sala a una settimana dal prossimo quinto anniversario della morte del “Líder Máximo”, il 25 novembre 2016.

In sala dal 18 novembre


Cast & Credits

Querido Fidel  –  Regia: Viviana Calò; sceneggiatura: Viviana Calò; fotografia: Emilio Costa; montaggio: Niccolò Andenna; interpreti: Gianfelice Imparato (Emidio), Alessandra Borgia (Elena), Marco Mario de Notaris (Ernesto), Sonia Scarfato (Celia bambina), Marcella Spina (Celia), Antonella Stefanucci (Agnese), Valentina Acca (Carmela), Ninni Bruschetta (Tommaso); produzione: Teleaut, Audioimage, Eskimo, con il contributo del Ministero della Cultura; origine: Italia 2021; durata: 91’; distribuzione:  TeleAut produzioni, Altri Sguardi.

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