Reflections di Valentyn Vasjanovyč

Con Reflection (Vidblysk), il regista ucraino Valentyn Vasyanovych era tornato alla scorsa Mostra di Venezia del 2021, dopo la vittoria nella sezione di “Orizzonti” nel 2019 con Atlantyda/Atlantis, in uno dei film più controversi lì presentati in Concorso. Infatti il suo film aveva destato scalpore e aveva diviso nettamente la platea tra favorevoli e contrari, ora che esce anche nelle sale italiane proprio nel momento in cui è scoppiata una nuova guerra tra Russia ed Ucraina magari verrà giudicato e/o visto in modo diverso. Comunque sia, è stato in qualche modo profetico e resta, nolente o volente, ben impresso nella memoria. E non solo e non certamente, per le forti scene di tortura che si vedono, bensì per la forte struttura metaforica che esibisce. Inizia quasi fosse un film patriottico sulla guerra nel Dombass nel 2014 e si conclude con una sorta di riconciliazione del protagonista alla vita – una guerra che, d’altronde, lo stesso regista aveva raccontato a suo modo nel precedente Atlantyda e se la nostra fugace memoria non ci inganna, più o meno con le stesse cadenze stilistiche.

Autore “one-man-band” (ha scritto, diretto, fotografato e montato questo film), Valentyn Vasyanovych contende a Oleh Sentsov – anche lui era presente alla scorsa Venezia nelle “Giornate degli Autori” 2021 con Nosorih (https://close-up.info/nosorih-rinoceronte/) – la palma del regista ucraino più riconosciuto internazionalmente: solido filmmaker Arthouse che ha studiato cinema in Polonia,  ha come evidente riferimento culturale l’opera di Andrej Tarkovskij e un certo “cinema dello sguardo” degli anni Settanta. Perciò è, per così dire, “prigioniero” di uno stile fatto di inquadrature fisse e studiate, a volte di una lunghezza che riesce a irritare persino i suoi più accesi sostenitori, ma anche, viceversa, a permettere allo spettatore attento di riflettere su quanto gli si mostra per effetto di questo uso attento e studiato delle potenzialità espressive della macchina da presa.

A guidare la nascita di questo Vidblysk è una immagine che ha colpito il regista e su cui ha detto: «ho iniziato a lavorare a questa storia ispirato da un piccione che si è schiantato contro la nostra finestra, mentre volava ad alta velocità, lasciando un segno allo stesso tempo bello e orrendo. Mia figlia di dieci anni ha visto tutto: l’impronta precisa delle ali, la traccia di sangue lasciata dall’impatto della testa, le piume attaccate al vetro. Nei giorni successivi, eravamo turbati da quanto era successo. Le sue preoccupazioni, domande, attese di risurrezione miracolosa, la negazione dell’irreversibilità di questo evento e i tentativi di comprendere la morte dal punto di vista infantile mi hanno spinto a scrivere una storia sulla relazione tra un padre e una figlia addolorati per la morte di una persona amata».

 

La metafora del piccione che si rivela nella parte finale del film, consegnandogli un senso che non è solo quello di una tragica avventura bellica, conferisce un preciso senso alla storia di un chirurgo Serhiy (Roman Lutskyi) che in missione viene catturato dalle forze militari o paramilitare russe in una zona di guerra dell’Ucraina orientale. Mentre è prigioniero, assiste a spaventose scene di violenza e alla morte di un ufficiale amico Andrij (Andriy Rymaruk), l’attuale compagno della moglie Olha (Nadia Levchenko). Rilasciato a seguito di uno scambio di prigionieri (per altro una sequenza bellissima che si svolge in una livida alba), l’uomo torna alla sua comoda vita a Kiev e tenta di ricostruirsi una vita elaborando il lutto di quella terribile esperienza e insieme il rapporto con la figlia e l’ex moglie.

Vidblysk alterna, nel suo stile meditabondo, lentezze esasperanti (come la scena in cui Serhiy pulisce dei dischi nella sua bella casa borghese) a parti molto riuscite come, per esempio, oltre alla ripresa dello scambio dei prigionieri, una lunga sequenza beffarda e insieme agghiacciante, sempre a mdp fissa, in cui compare la macchina della morte (sul cui portellone si legge a grandi lettere la scritta “Aiuti umanitari della Federazione Russa”) dove vengano cremati i cadaveri dei nemici uccisi.

In definitiva Vasyanovych ci lascia intuire, nelle pieghe del discorso, che la verità non sta solo da una parte o dall’altra della barricata – ovviamente è esplicito nel denunziare (e mostrare) i crimini di guerra dei soldati russi ma sotto sotto ci fa capire che anche i suoi connazionali non sono stati degli impeccabili “stinchi di santo”. Consegnandoci quindi un film certo imperfetto e contraddittorio ma di una, a tratti, grande forza espressiva.

Da aggiungere, infine, che proprio nel Concorso 2021 della scorsa Biennale dalle due parti del conflitto – all’epoca non ancora in guerra aperta come oggi – siano venuti due film che condannano la violenza e il terrore. Dall’Ucraina questo film, dalla Russia Kapitan Volkonogov Bezhal  (https://close-up.info/3333-2/).

Dal 17 marzo in sala (dopo le tre anteprime di solidarietà a Roma, Milano e Venezia vedi https://close-up.info/7765-2/ )


 Reflection (Vidblysk) – Regia, sceneggiatura, fotografia e montaggio: Valentyn Vasyanovych; scenografia: Vladlen Odudenko; interpreti: Roman Lutskyi, Nika Myslytska, Nadia Levchenko, Andriy Rymaruk, Ihor Shulha;  produzione: Arsenal Films (Iya Myslytska,Valentyn Vasyanovych), Forefilms (Vladimir Yatsenko, Anna Sobolevska); origineUcraina, 2021;  durata: 125′; distribuzione: Wanted.

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