Festa del Cinema di Roma: Rheingold di Fatih Akin (Grand Public)

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“È l’oro del Reno. L’oro che ti rende immortale. E una volta che ce l’hai, non lo lasci più andare. Nessuno sa dove si trovi. Solo le tre Figlie del Reno che lo custodiscono.”

È un vero e proprio dramma musicale, il nuovo film di Fatih Akin – per la precisione, un dramma composto dalle quattro scene che segnano la vita del rapper e produttore curdo Giwar Hajabi, in arte Xatar. Il regista tedesco ci aveva salutato nel 2019 con il brutale Der goldene Handschuh, l’epopea tutta amburghese narrante le gesta del grottesco assassino Fritz Honka. Per chi se lo fosse perso: stiamo parlando del cosiddetto mostro di St. Pauli – un personaggio che ad oggi, nell’incubo post-pandemico in cui ci ritroviamo, avrebbe riscosso un successo di gran lunga maggiore. Giusto per citarvi un esempio: pensate al recente Jeffrey Dahmer targato Netflix, il serial killer di Milwaukee in cui l’umanità misantropa e frustrata del 2022 non fatica certo a riconoscersi. Il Signor Honka è forse venuto alla luce nel luogo sbagliato e nel momento sbagliato.

Ma a Fatih Akin, di cavalcare il periglioso oceano delle cosiddette tendenze, non importa nulla: e così esce Rheingold, uno stravagante Gangster Film nel quale l’autore sembra ritessere le fila di Solino (2002), de La sposa turca (2004) o addirittura della vivacissima tragicommedia Soul Kitchen (2009). Il lungometraggio è anche un Biopic tratto dal romanzo autobiografico Alles oder nix, nel quale Xatar racconta gli anni della sua travagliata formazione fra l’Iran di Khomeini, l’opulenta Bonn della guerra fredda e la selvaggia Amsterdam del terzo millennio. In poche parole: Fatih Akin ritorna a fare ciò che gli riesce meglio, ovvero a rendere familiare l’estraneo, ad inscrivere Occidente e Oriente nella cornice di una Germania tanto materna quanto inospitale.

L’anti-eroe di questa anti-favola si chiama, per l’appunto, Giwar (letteralmente, “colui che nasce dalla sofferenza”), primogenito del noto musicista e direttore d’orchestra curdo Eghbal Hajabi e di sua moglie Rasal. Ma Giwar è anche figlio di uno spaziotempo ben preciso, uno spaziotempo dotato di nome e cognome: Iran 1979. Ed essere figlio di un tale spazio e di un tale tempo significa avere il destino segnato (dalla Rivoluzione, dalla guerra, dai massacri, dal dolore e dall’esilio). Giwar viene al mondo in una caverna, nel bel mezzo di un’apocalisse che si porta via sia lo spazio che il tempo, almeno nelle forme conosciute finora dalla famiglia Hajabi. I primi ricordi si sviluppano fra le mura di un carcere, fra le urla dei genitori martirizzati. Poi il carcere si sposta a Parigi e, in seguito, a Bonn. L’Iran del 1979 si consuma nella grande fuga verso l’Europa, una terra promessa dalle tinte stranamente caliginose. Sarà qui, nei quartieri-dormitorio parigini o sotto il triste cielo tedesco, che si nasconde l’oro del Reno?

Così arriviamo alla seconda scena, o meglio, al momento in cui Eghbal si nasconde dietro le quinte. Il padre, una volta tornato alla ribalta, non esita ad abbandonare il suo vecchio nido domestico: non lo fa per cattiveria, è la sua natura – curioso, fra l’altro, come il suo personaggio somigli al Nasser Ali di Pollo alle prugne (2012), la seconda parabola cinematografica autografata dall’illustratrice persiana Marjane Satrapi. In ogni caso, Giwar va avanti per la sua strada – quella, lo ricordiamo, della Rivoluzione, della guerra, dei massacri, del dolore e dell’esilio. Inizia dunque un itinerario segnato dalle prodezze più disparate: spaccio, vendita di videocassette pornografiche, risse, narcotraffico a livello internazionale, mafia, furto. Eppure, esiste anche un’altra linea della vita a cui il nostro eroe ogni tanto butta un occhio, come se l’imponente ombra paterna non se ne fosse mai andata: stiamo parlando della musica, ma di una musica diversa rispetto a quella a cui Eghbal consacrò la sua anima.

La terza scena, infatti, vede il protagonista (ormai adulto e qui interpretato dal bravissimo Emilio Sakraya) avvicendarsi fra i postriboli di Amsterdam e il Conservatorio, fra la criminalità organizzata e una sfera privata in cui l’organizzazione non è proprio all’ordine del giorno. Contrariamente a quanto accade dentro le case, la legge della strada segue sempre regole ferree. Nel commercio di droga il modo condizionale non può sussistere: se perdi una partita, preparati a perdere anche la testa. È ciò che succede a Giwar: una serie di sfortunati eventi lo porteranno a distruggere inavvertitamente un grosso carico di cocaina. Per ripagare il suo capo delle perdite subìte, egli si vedrà costretto ad organizzare il classico colpo grosso – ovvero, rubare l’oro del Reno, qui nelle vesti di un enorme carico di preziose protesi dentali. Non sarà l’anello dei Nibelunghi, ma se Richard Wagner fosse nato nella Germania degli anni ’90, chissà…

Arriviamo, infine, alla quarta e ultima scena: quella in cui, secondo il tradizionale mito wagneriano, il ladro di tesori viene ingannato, catturato e punito dagli Dei. Giwar ritorna nel carcere da cui sortiscono i primi ricordi d’infanzia: nel tentativo di estorcergli informazioni sulla rapina, le autorità lo trasporteranno in Siria. È di nuovo Rivoluzione, guerra, massacro, dolore, esilio: per “colui che nasce dalla sofferenza”, del resto, non esiste altra via. Ma per la famiglia Hajabi “il silenzio è d’oro” – il silenzio, difatti, è la sola arma che l’essere umano possa utilizzare contro un destino “già scritto” da qualcun altro: lo sapevano i genitori Eghbal e Rasal, lo sa Giwar, lo sanno i suoi complici.

Dopo mesi di torture, interrogatori e sevizie, dunque, il nostro picaro rientra in terra teutonica. La sentenza parla chiaro: “pena detentiva di otto anni.” In prigione si riaffaccia l’altra linea della vita e, con essa, la tormentata passione per la musica, l’Opera di Bonn che un tempo fagocitò il padre, la scoperta del rap, i club e i bordelli in cui i criminali si trasformano in artisti (o viceversa). Così, Giwar smette di essere il figlio della sofferenza e diventa Xatar – in curdo, “il pericolo”. Da questa metamorfosi se ne generano altre: sì perché, a differenza del vecchio Giwar, Xatar è capace di rendere la sua cella uno studio di registrazione, di vedere in un sintetizzatore un’intera orchestra sinfonica, nonché di trarre dalla condanna un’opportunità – se non la definitiva assoluzione. Che sia questo l’oro del Reno, l’oro che rende immortale? Nessuno lo sa. Nessuno sa dove si trovi. Ma – così si narra – una volta che ce l’hai, non lo lasci più andare.


Cast & Credits

Rheingold – Regia: Fatih Akin; sceneggiatura: Fatih Akin; fotografia: Rainer Klausmann; montaggio: Andrew Bird; interpreti: Emilio Sakraya (Xatar / Giwar Hajabi), Mona Pirzad (Rasal Hajabi), Ilyes Raoul (Giwar Hajabi), Sogol Faghani (Shirin), Ensar „Eno“ Albayrak (SSIO), Majid Bakhtiari (Mullah), Julia Goldberg (Leila), Karim Günes (Ali Brecher in Kutte), Hussein Eliraqui (Cem), Doğa Gürer (Murat), Minú Köchermann (Zanina), Samir Jebrelli (Sidar); produzione: Bombero International in co-produzione con Warner Bros. Film Productions Germany, Palosanto Films con Rai Cinema, Lemming Film; origine: Germania, Paesi Bassi, Marocco, Messico 2022; durata: 140’.

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