“Senza la bellezza non c’è alcuna ragione di vivere”: Miyazaki Hayao e Il castello errante di Howl

Volente o nolente, il nome di Miyazaki Hayao è legato in modo imprescindibile a quello di un certo stregone, giunto nel nuovo millennio quasi per caso e a bordo di un chiassoso destriero tutto fuoco, acciaio e stelle. Sbarcato sulle sponde occidentali (altresì dette veneziane) nel vicino 2005, Il Castello errante di Howl valse al già celebre regista il Leone d’Oro alla carriera – pur con qualche arricciamento di naso. La fama porta con sé alcuni effetti indesiderati, fra cui le cosiddette aspettative disattese: così la critica, ancora reduce dalla prodigiosa Aburaya di Chihiro, nonché dai pirateschi virtuosismi di Marco Pagot alias Porco rosso, riuscì per la prima volta ad esercitare il suo mestiere. Ovvero: quello di alzare la mano e chiedere alla Signora Maestra ulteriori delucidazioni.

La storia, liberamente ispirata all’omonimo romanzo della scrittrice britannica Diana Wynne Jones, non è solo una storia d’amore, ma il simulacro di una svolta – per essere precisi, quella di Miyazaki verso un’Europa novecentesca, nostalgica e ribelle come un fanciullo che prenda tristemente congedo dalla sua infanzia. La pellicola è forse la più complessa e cervellotica dell’intera filmografia targata Studio Ghibli: essa, difatti, inscrive la fiaba all’interno di una memoria collettiva che di fiabesco non ha nulla e dona al testo originale un retrogusto di zolfo, esaltazione e decadenza. Non c’è da sorprendersi, dunque, dell’accoglienza oltremodo perplessa che il lungometraggio ricevette. Ma partiamo, come sempre, dall’ABC.

L’ABC, perfino in questo caso, sarebbe l’estate del 1914 – una data che l’autore evoca in maniera implicita, ambientando il suo racconto in una cittadina tedesca dai contorni anonimi o, per essere più precisi, dall’identità sospesa fra mondo antico e Rivoluzione Industriale. È il tempo delle grandi parate verso il fronte, della corsa agli armamenti, degli Omnibus sfreccianti su binari dissestati e dei velivoli futuristi di Jean-Marc Côté, del volantinaggio e degli slogan altisonanti gridati ai margini delle strade. In questa Euro-Germania in miniatura vive Sophie, una modesta cappellaia di diciotto anni. Un giorno, la ragazza viene fermata da due perfetti spacconi in uniforme, o meglio: soldati ancora innocui, ma già in procinto di perdere le proprie fattezze umane. Sono le prime avvisaglie di un’imminente apocalisse, ma l’ingenua fanciulla ancora non lo sa. Ad esserne consapevole è Howl, il mago che prontamente la soccorre trascinandola in una dimensione parallela e, almeno in apparenza, distaccata dalle turpitudini belliche.

Dei conflitti su larga scala, questo principe azzurro non proprio azzurro, se ne frega: molto meglio vagare di contea in contea a cavallo di un mostruoso castello meccanico fra le cui fucine si nasconde un demone. O giocare ad acchiapparello con la terribile Strega delle Lande, una donna grassa e dispotica che un tempo doveva essere stata bella. Sarà nondimeno proprio quest’ultima a mettere in moto l’irrefrenabile congegno narrativo che farà incontrare i due protagonisti, trasformando Sophie in una novantenne e costringendola a mettersi sulle tracce di Howl nel tentativo di spezzare la maledizione. Così, la nostra (non più) giovane eroina si ritrova a vagare fra due universi in rotta di collisione – quello della favola che nulla conosce se non sé stessa, e quello della Storia che tutto annienta: l’impatto, per molti versi inevitabile, avrà conseguenze nefaste.

Sulla pellicola sono state spese migliaia di parole, cinque in particolare: “nulla è ciò che sembra”. Sbagliato. Secondo Miyazaki, l’emotività umana possiede diversi volti – così come diversi, ad esempio, sono i nomi di cui Howl fa uso “per essere libero”. Sophie pare sentirsi decisamente più a suo agio nei panni di un’anziana “donna delle pulizie”: da un lato, la maschera della vecchiaia la preserva dai vincoli sociali che la sua vera età le imporrebbe – primo fra tutti, quello di rendersi appetibile agli altri. D’altra parte, però, l’impulsività dei suoi diciotto anni emerge in continuazione dai suoi gesti, dalla fisionomia che muta ad ogni inquadratura, dalle rughe del viso che appaiono e scompaiono a seconda del suo stato d’animo, nonché dall’irrefrenabile necessità di ricondurre l’entropia al proprio ordine, o meglio, di restituire un senso all’esistenza.

Quando la ragazza entra sotto mentite spoglie nella dimora di Howl, il mago la prega di rassettare “con moderazione”: il castello e il suo inquilino si corrispondono, non a caso il mastodontico edificio viene sospinto da Calcifer, un demone del fuoco che (guarda un po’) parla di sé in prima persona plurale. Senza Calcifer, detto fra le righe, il meraviglioso palazzo non è che un’accozzaglia di rottami, un mucchio di ciarpame fatiscente e malsicuro. Tracce di un incombente declino sono presenti fin dalla più tenera infanzia del protagonista: il misterioso demone con cui egli stringe il patto è, in realtà, una cometa schiantatasi sul nostro mondo e quindi destinata a spegnersi. Il giovane ne ha pietà, e la salva da morte certa, incorporandone la luce – una luce incantata e incantatrice che l’illuminazione artificiale trasformerebbe in banale oscurità. A privare la Strega delle Lande dei suoi poteri sarà nientemeno che la semplice corrente elettrica, qui sottoforma di enormi lampadine. In conclusione: eliminare la magia non significa mai scoprire la verità, ma perdere la trascendenza. Nel lungometraggio sono infatti i malefici, e non la loro rimozione, a smascherare gli individui e il loro effettivo aspetto.

Nel caso dei nostri protagonisti, la linea di demarcazione fra interiorità ed esteriorità si fa sempre più sottile, fino a scomparire del tutto quando Sophie comincia a sgomberare la fortezza dalle sue polverose infrastrutture. Dietro ai gingilli che infestano le stanze, infatti, si nasconde un cuore “piccolo come un uccellino” – quello di un eterno fuggiasco che “senza la bellezza” non ha ragione di vivere. In un’affermazione del genere non c’è traccia di vanità, semmai di rimpianto: un sentimento, quest’ultimo, che muove il crepitante immaginario cinematografico di Miyazaki.

Howl e la sua casa si comportano alla stregua del loro autore: essi disertano la Storia ufficiale per costruirne un’altra, salvaguardando quella piccola dose d’incanto che ogni spazio e ogni tempo ci donano. Oltre ad essere un ammasso di ricordi e ninnoli accumulati con ossessiva meticolosità, il Castello errante è anche la perfetta terra promessa sorta a metà strada fra passato e futuro, fra magia e scienza, fra vecchie e nuove identità: insomma, una montagna magica che però rifiuta di farsi rintracciare. Detto fra parentesi, e giusto per rimanere in tema: lo Zauberberg di Thomas Mann emerge spesso nelle opere del regista, il quale sembra modellare i suoi antieroi proprio sull’inquietante melancolia da cui è affetto Hans Castorp. Solo che qui il sanatorio è sostituito da un gigantesco maniero in cui le ciminiere coesistono con i libri d’incantesimi, in cui il tempo segue una logica circolare (il primo incontro fra i due protagonisti non avviene all’inizio, bensì alla fine del film), in cui le macchine vengono mosse dalla magia e in cui il bello ha la possibilità di “vivere per altri mille anni”.

In sala dal 11 agosto


Cast & Credits

 Il Castello errante di Howl  – Regia: Hayao Miyazaki; sceneggiatura: Hayao Miyazaki; fotografia: Atsushi Okui; montaggio: Takeshi Seyama; doppiatori italiani: Roberta Pellini (Sophie Hatter), Francesco Bulckaen (Howl), Ludovica Modugno (Strega delle Lande), Luigi Ferraro (Calcifer), Furio Pergolani (Markl), Marco Vivio (Rapa), Maria Pia Di Meo (Madame Suliman), Fabrizio De Flaviis (Paggi di Suliman), Antonella Rinaldi (Bessie), Emanuela Rossi (Fanny), Domitilla D’Amico (Lettie), Fabrizio Temperini (Re di Ingary / Howl), Roberto Draghetti (Re di Ingary); produzione: Studio Ghibli; origine: Giappone 1992; durata: 119’; distribuzione: Lucky Red.

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