Supergirl. Voto **(*) – Consci delle difficoltà dell’impresa, Graig Gillespie e la sceneggiatrice Ana Nogueir provano a umanizzare la protagonista il più possibile ma forse anche troppo.
Per la vita editoriale di Superman, gli anni ’50 segnano un punto di svolta cruciale. Sono questi gli anni in cui i creatori del personaggio, Jerry Siegel e Joe Shuster vengono lentamente relegati al ruolo di meri esecutori di storie, sino a essere definitivamente estromessi dall’intero ciclo produttivo (dando il via a una causa legale, contro l’editore, che si sarebbe protratta per decenni, vedendoli uscire, in buona sostanza, sconfitti). L’anno di svolta è il 1947, quando Mort Weisinger, editor che dopo essersi fatto le ossa con le popolarissime riviste pulp, assunse il pieno controllo della direzione narrativa da dare a Superman e Batman.
Il lavoro di Weisinger, al netto dei rapporti burrascosi con Siegel e Shuster, fu però fondamentale per il personaggio. A lui si deve, ad esempio, la cristallizzazione di alcuni elementi tuttora fondanti nella mitologia supermaniana (la spiegazione pseudoscientifica dei poteri dei figli di Kripton legata alle radiazioni del sole giallo, tra le altre, è sua), ma anche la creazione di tutta una serie di comprimari tra cui il cane Kripto e, appunto, Supergirl. Apparsa per la prima volta nel maggio del 1959 su Action Comics 252, albo intitolato The Supergirl of Kripton ad opera di Otto Binder e Al Plastino, Kara zor-El, con alterne fortune, divenne un comprimario fisso all’interno del comic book, per trovare prematura morte nella celeberrima saga Crisis of infinite Earths. Molte sono state le sue incarnazioni nel corso degli anni, la più famosa delle quali, in anni relativamente recenti, è probabilmente quella della lunga serie regolare scritta dal compianto sceneggiatore Peter David, che però presentava le avventure di una eroina che non era Kara Zor-El. È del 2021, invece, la miniserie scritta dallo sceneggiatore Tom King (tra gli autori più in vista dell’ultimo decennio) da cuitrae ispirazione l’attuale pellicola Supergirl diretta dal regista australiano-americano.
Lasciatasi alle spalle un pianeta terra di recente salvato dall’arcinoto cugino Kal (David Corenswet), la protagonista Kara Zor-El (Milly Alcock) vaga senza una meta precisa per lo spazio, in compagnia dell’inseparabile Kripto, a bordo della sua astronave-camper. Intenta a festeggiare la settimana del suo ventitreesimo compleanno, Kara ama frequentare le bettole più malfamate dei sistemi solari illuminate da un sole rosso. I particolari raggi di questo genere di stelle, infatti, hanno sulla donna un effetto depotenziante che le toglie parte della sua invulnerabilità, rendendola sensibile all’alcool. Tra una sbornia colossale e l’altra, Kara si imbatte nella piccola Ruthye Marye Knoll (Eve Ridley) che ha visto la sua famiglia trucidata per mano di Krem delle Colline Gialle (Matthias Schoenaerts), di cui vuole vendicarsi.
Inizialmente riluttante nell’abbandonare la propria confortevole vita di dissipatezze, Kara è costretta a prendere posizione, allorquando Krem, nel tentativo, riuscito, di sottrarle l’astronave, avvelena il povero Kripto. A Supergirl, rimarranno dunque tre giorni per cercare un antidoto per il proprio cane, cercando di non far uccidere se stessa e la giovane alleata e guardandosi al contempo le spalle dal famigerato e spietato cacciatore di taglie intergalattico, conosciuto col nome di Lobo (Jason Momoa).
In una intervista di qualche tempo fa, James Gunn affermava che uno dei problemi del DC Extended Universe di Snayderiana memoria, era che alcuni dei personaggi di punta di casa DC, per le loro trasposizioni, fossero stati affidati a team creativi non sempre all’altezza del compito. Ora che dietro la plancia di comando è salito lui, sebbene con soli due film all’attivo, è già possibile fare un bilancio? Anche se è davvero ancora troppo presto, e non è ancora chiaro se il franchise batmaniano (le cui redini sono in mano a Matt Reeves) rimarrà un sotto universo a se stante, azzardiamo un sì come risposta. Anzitutto, Gunn pare voler marcare una netta cesura rispetto al passato, pescando nell’immaginario, eccentrico e naïf, della Golden Age di casa DC (Krypto e Supergirl, stanno lì a dimostrarlo), piuttosto che in quello, dai toni dark e crepuscolari, della Bronz Age di metà anni ’80 e inizi anni ’90, come sin qui fatto.
Questo bagaglio di temi e personaggi strampalati, talmente desueti da sembrare innovativi, di antieroi problematici e grotteschi quasi fino al parossismo, sono gli elementi che hanno fatto la fortuna del regista, ora produttore e deus ex machina. Tuttavia con Superman, come insegna Umberto Eco, entriamo nel campo del mito, un universo-monolite di difficile lettura, al cui cospetto è facilissimo cadere rovinosamente. E anche Supergirl non fa eccezione.

Gillespie e la sceneggiatrice Ana Nogueira, consci delle difficoltà, provano quindi a umanizzare il personaggio il più possibile (forse anche troppo). Kara Zor-El, così come il ben più noto cugino, è una sopravvissuta, un’apolide in cerca di una casa che non può recuperare, un’orfana che sta ancora cercando di elaborare la perdita che ne ha segnato (questa la differenza principale rispetto a Kal-El) l’età adulta. Cosciente della propria rabbia latente, è decisa a non rivolgerla verso gli altri, rivelandosi tuttavia incapace di non farlo verso se stessa, ubriacandosi a ogni piè sospinto.
In questa sorta di film frullatore, tra odissea spaziale, ambientazioni western e post apocalittiche, pare non mancare nessun ingrediente, dalle istanze Mee Too (Krem e i suoi predoni rapiscono donne da tutta la galassia per meri fini di riproduzione biologica) ai rovelli interiori conseguenza dei topoi poc’anzi descritti, sino a toccare il principale dei dilemmi morali (qui raddoppiato) su cui misurare la tempra morale dell’Eroe durante il suo viaggio verso la maturazione: l’omicidio per vendetta è sempre un atto illecito, anche se la vita appartiene a una persona dalla morale abietta?
Dopo Tonya (2019) e Crudelia (2021), Craig Gillespie conferma il proprio amore per figure femminili forti e altamente ambigue, e pare non troppo preoccupato di rispondere alla domanda poc’anzi posta in modo tutt’altro che equivoco, se non addirittura giustificazionista. Preoccupato, lo è, invece, di strizzare l’occhio al Gunn regista, sforzandosi di allestire un’opera dalla una veste pop, dalla colonna sonora accattivante, frizzante nelle situazioni e ironica nei dialoghi. Cosa che gli riesce, ma solo in parte: forse per demerito di una sceneggiatura sin troppo prevedibile e di personaggi di contorno spesso abbozzati (su tutti Lobo, deludente e lontanissimo parente dell’icona fumettistica anni ’90, che nel suo curriculum può vantare l’uccisione niente meno che di Babbo Natale).
A essere azzeccato, invece, è proprio Kron, villain che pare provenire dritto da un romanzo Pulp di fantascienza, interpretato da Matthias Schoenaerts (prova, la sua, a tratti migliore di quella di Milly Alcock) che ridesta l’interessa per una pellicola e un universo cinematografico che ancora faticano a spiccare il volo.
In sala dal 25 giugno 2026.
Supergirl – Regia: Craig Gillespie; Sceneggiatura: Ana Nogueira (tratto da Supergirl: Woman of Tomorrow 1-8 di Tom King e Bilquis Evely); fotografia: Rob Hardy; montaggio: Tatiana S. Riegel; musica: Claudia Sarne; interpreti: Milly Alcock, Matthias Schoenaerts, Eve Ridley, David Krumholtz, Emily Beecham, Jason Momoa, David Corenswet; produzione: James Gunn, Peter Safran; origine: USA 2026; durata: 108 minuti; distribuzione: Warner Bros. Italia.
