The Most Beautiful Boy in the World

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Presentato al  prestigioso Sundance Film Festiva di questo anno, è un film a un tempo straziante e irritante il documentario che i due registi svedesi Kristina Lindström e Kristian Petri hanno dedicato a Björn Andrésen, il ragazzo che quindicenne interpretò l’efebo Tadzio nella trasposizione viscontiana della novella Der Tod in Venedig (La morte a Venezia) di Thomas Mann (è del 1971 il film dal titolo originale inglese, che perde l’articolo Death in Venice, del 1912 è la novella). È dovuto a Luchino Visconti il titolo del presente documentario, perché fu il regista a definire, sancire e alla fine stigmatizzare Björn Andrésen come The Most Beautiful Boy in the World.

Il film è profondamente straziante perché Andrésen, che adesso ha 66 anni, magrissimo con un volto scavato e i lunghissimi capelli bianchi, ne ha attraversate di tutti i colori, prima, durante e dopo quel neanche troppo lungo momento di notorietà raggiunto grazie al film di Visconti – e le cicatrici si sono incise tutte nel corpo e nel volto.

Il protagonista viene dapprima abbandonato da una madre evidentemente affetta da importanti disturbi psicologici, che qualche tempo dopo verrà ritrovata morta in un bosco e che lascerà il figlio e la figlia (nati a distanza di undici mesi nello stesso anno ma concepiti con due uomini diversi) alla nonna, che sarà ben contenta dell’improvvisa notorietà del nipote e anzi proverà a capitalizzarla, poi appunto la fama ottenuta grazie a Visconti di questo ragazzo in fondo piuttosto timido, il suo tentativo di restare il più a lungo possibile sulla cresta dell’onda (per esempio attraverso una improbabile tournée in Giappone dove gli viene chiesto di fare semplice atto di presenza, di esibire la sua bellezza condendola con ridicole comparsate televisive), la faticosa riconquista di una normalità con matrimonio e figli, ma poi la perdita improvvisa di un figlio morto precocemente, l’alcool, la droga, il senso di abbandono, e il lasciarsi andare, il riaffiorare dei traumi, una vita devastata che ci viene mostrata senza veli.

Appare facile dire – ed è stato a più riprese affermato – che Andrésen è conciato così soprattutto per via del glamour, dello sfruttamento subito dallo star system si intuisce in più d’un’occasione, senza che mai il film diventi davvero esplicito, che, seppur non abusandone direttamente, Visconti potrebbe aver prodotto in Björn dei traumi profondi mettendolo in contatto con ambienti non esattamente adatti alla sua età, ma su questo il film resta alla fine un po’ reticente. E lo è anche perché ha ben altro da raccontare, ossia – come si diceva – tutto ciò che viene prima e tutto ciò che viene dopo, il racconto non cronologico di una persona fin da ragazzino profondamente danneggiata da traumi e da lutti, da cui neanche la sorella pare del tutto indenne, e neppure la figlia.

Ma The Most Beautiful Boy in the World è anche un film profondamente irritante perché segnato da una insopportabile ineluttabilità, mai che, a fronte di tutto quanto successo, neanche lontanamente sia stata presa in considerazione l’ipotesi di affrontare una terapia – e dire che non ci troviamo in un paese del cosiddetto terzo mondo, ma siamo nella civilissima Svezia, dove, forse, prima di lasciare che individui traumatizzati ma civilizzati, in fondo cresciuti suonando il pianoforte (è la musica il vero talento di Andrésen) precipitino nell’abisso potrebbero anche pensare di mettersi in cura, con farmaci o meglio ancora affrontando una psicoterapia strutturata. Niente di tutto ciò qua, a meno che non si voglia considerare il presente film l’unica, autentica forma di psicoterapia a cui Björn Andrésen, seppur fuori tempo massimo, si è sottoposto. Così appare in certi momenti, anche se suona alquanto incredibile che alcune anche dolorosissime rivelazioni siano avvenute spontaneamente di fronte alla macchina da presa per la prima volta, come i due registi vorrebbero qua e là farci credere – siamo pur sempre in presenza di un attore che chissà forse lo stupore, il dolore riesce anche a fingerli.

Il film è infine irritante per un eccesso di vittimizzazione del personaggio e per un indulgere qua e là anche un po’ troppo estetizzante, attraverso il ralenti e i primi piani sul volto quasi cristologico di Björn.

In sala dal 16  settembre


Cast & Credits

The Most Beautiful Boy in the World. Regia: Kristina Lindström e Kristian Petri; sceneggiatura: Kristina Lindström e Kristian Petri; fotografia: Erik Vallsten; montaggio: Hanna Lejonquist, Dino Jonsäter; interpreti: Björn Andrésen, Annike Andrésen, Silva Filmer (amica della madre di Björn); produzione: Juno Films, Mantaray Films; origine: 2021, Svezia; durata: 94′; distribuzione: Wanted Cinema.

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