Festival di Venezia (2- 12 settembre 2026): Uno si distrae al bivio di Alessandra Lancellotti (Giornate degli Autori – Notti veneziane)

Uno si distrae al bivio. Voto ***(*). Nelle Notti veneziane un documentario sull’antica Lucania alla ricerca di quello che resta oggi di un mondo umano e del suo rapporto con la terra, con la natura.


Pare che da qualche parte il grande e celebre scrittore statunitense Ernest Hemingway abbia appuntato questo aforisma: “Dobbiamo abituarci all’idea che ai più importanti bivi della nostra vita non c’è segnaletica”. E, come se non bastasse, è pur vero che di fronte a questi benedetti bivi ci si distrae. Sarà per una certa forma di esorcismo che perdiamo concentrazione? Chissà.

Mentre scorrono le immagini di questo nuovo lavoro, Uno si distrae al bivio, di Alessandra Lancellotti (già autrice di opere belle e importanti come Lucus a Lucendo. A proposito di Carlo Levi del 2019, girato insieme a Enrico Masi, e Il Re Fanciullo del 2023), ci sembra che il titolo del film e l’appunto di Hemingway abbiano qualcosa in comune. Ma a ben vedere bisognerebbe apporre un’aggiunta, semmai tra parentesi o in forma d’asterisco, al pensiero del premio Nobel. Non solo non c’è segnaletica o indicazione possibile, ma il più delle volte, per molti, c’è poco da decidere: la strada da imboccare è quella che qualcuno ha scelto per te. E qui non perché conoscere la propria volontà, sapere cosa dalla vita si vuole resta probabilmente, insieme all’intimità, qualcosa di profondamente insondabile e inesprimibile. Ma invece perché le condizioni in cui versa la nostra vita fungono da catene.

Uno si distrae al bivio ci porta in Basilicata (l’antica Lucania, regione cara a Lancellotti) alla ricerca di quello che resta oggi di un mondo umano e del suo rapporto con la terra, con la natura. Di persone, donne e uomini, che da generazioni conoscono solo il lavoro sodo (a’ fatic) nei campi. Ci parlano con le piante, con gli animali. Quelle mani, affollate di segni del tempo, ciecamente sanno agire per curare e guidare sapientemente le metamorfosi della natura con i loro cicli stagionali sempre da reinterpretare.

Questa loro specie di phronesis è stata però nel corso della Storia usata e abusata dai “padroni”, dai latifondisti del sud con ogni tipo di stratagemma, tra il sacro e il profano, al solo scopo di profitti esclusivi e privati. Storie sbagliate che già Carlo Levi ebbe modo di osservare e studiare, per poi raccontare. Queste genti soltanto il canto (in alcuni di questi componimenti si ritrovano i versi di Rocco Scotellaro), tra lamento e attesa, avevano per evadere.

Cosa resta oggi di tutto questo? Una sana forma di dignità, e forse anche un po’ di orgoglio: in sostanza, un enorme patrimonio umano rimasto di quella che è stata definita la “civiltà rurale del Novecento”, fatto di gesti, tempi, atteggiamenti, posture, letture del contingente reale e concreto di ciò che ci circonda. Ed è così che gli anziani del posto non intendono far disperdere tutto ciò “come lacrime nella pioggia”. Le pratiche ancestrali vanno perciò tramandate e consegnate ai giovani per le future generazioni. Ma pur essendo questo un atto che sta nella “natura delle cose”, quasi si potrebbe dire automatico, esso sembra rivolto a qualcosa in là da venire che appare assai incerto e nebuloso.Uno si distrae al bivio

“Il film – sottolinea la regista – si muove alla ricerca dell’eredità della civiltà contadina. Una civiltà paradossalmente superata e necessaria. Due generi riecheggiano nel tentativo di ricostruire una comunità rurale e di far rivivere antiche pratiche minacciate di scomparire: il western e il musical. Il primo vive in personaggi di un altro tempo e nei borghi fantasma della Riforma agraria del 1950. Il secondo in canti e strumenti arcaici, di musicisti e cantori di oggi. Si mostrano per ossimoro miti e fantasmi scomparsi, i cui temi sono oggi più che mai urgenti: le lotte per il lavoro, la difesa del paesaggio, lo sfruttamento, la terribile mancanza di poesia di oggi, la sensazione di non avere più spazio e tempo per agire”.

Come non avvertire in Uno si distrae al bivio il senso del rimando ad alcuni versi anche di Franco Fortini. L’Italia intera, da Sud a Nord, è soprattutto stata questo, tanto così per riprendere a pensare seriamente il complicato concetto d’identità nazionale nostra… “Cosa sarà? Che ti fa comprare di tutto, anche se è di niente che hai bisogno”, cantava Lucio Dalla. Bah, pare che “dobbiamo ancora cercare”. E siamo ancora al bivio, e di grandi passi non se ne vede neppure l’ombra.


Uno si distrae al bivio (tit. internazionale: Southern peasants); Regia e sceneggiatura: Alessandra Lancellotti; fotografia: Tomas Rigoni, Enrico Masi; montaggio: Esmeralda Calabria; musica: Antonio Guastamacchia, Héctor Cavallaro, Pino Basile; interpreti: i protagonisti, attori non professionisti, sono sé stessi: Antonio Guastamacchia, Angelica Brienza, Daniele Onorati, Giorgia Palmucci, Giuseppe Antonio Colangelo, Pino Basile, Gerardo Santorsa, Vincenzo Brienza, Don Gaetano Corbo, Tonino Amati, Aurelia De Bonis, Teresa Tamburrino, Giuseppe Miseo, Nicolas Lancellotti, Antonio Benevento; produzione: Stefano Migliore, Enrico Masi per Caucaso Factory, in collaborazione con Fedelissimi, con il sostegno di “Fondo Etico BCC Basilicata”, “Film Commission Torino Piemonte – Piemonte Doc Film Fund” e “Lucana Film Commission”; origine: Italia, 2026; durata: 83 minuti.

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