Festival di Venezia (2 – 12 settembre 2026): A veces me entra tristeza, otras veces rebelión di María Aparicio (Giornate degli Autori – Concorso)

 

A veces me entra tristeza, otras veces rebelión. Voto **(*). Due esuli argentini si incrociano tra le labirintiche gallerie del Museo Reina Sofía di Madrid. Il meccanismo della commedia sofisticata naufraga però nell’impossibilità di fondare una comune sensibilità; spetta così al cinema diretto supplire alle aporie della finzione, imponendo la logica dell’incontro con l’altro e con il presente del lavoro.

A VECES ME ENTRA TRISTEZA, OTRAS VECES REBELIÓNChiuso nel suo eremo, la biblioteca del Museo Reina Sofía di Madrid, il cinquantenne Dante è immerso in gravose letture: le pratiche del lavoro operaio nell’Argentina dei primi del Novecento. Lo sforzo esegetico per decifrare un mondo così distante ne affatica la concentrazione fino a deviarne l’attenzione su insignificanti dettagli: quante volte sbatte le palpebre una persona nell’arco di un minuto?

Argentino auto-esiliatosi per motivi di studio, questo ricercatore sembra un pesciolino che predilige i nutrimenti culturali (una mostra, un film in sala) della propria bolla alle sollecitazioni del mondo esterno. I tratti del personaggio de A veces me entra tristeza, otras veces rebelión acquistano un sottile gusto cinefilo perché a interpretarli è Roger Koza, rinomato critico e programmatore cinematografico argentino, già protagonista di un inatteso cameo in Magellan dell’amico Lav Diaz.

Eva (Eva Bianco), invece, si prodiga in lunghe camminate attraverso parchi e strade della città, ma sembra quasi infastidita dalla presenza degli altri, tartassata dall’amplificato suono ambientale. Regista argentina di passaggio a Madrid dopo essere stata ospite di un festival francese, trova conforto anche lei negli spazi chiusi, nell’appartamento che un’amica le ha lasciato per qualche giorno.

E a sua volta finisce per rifugiarsi nel mondo del sapere, fra le sale del Reina Sofía. Passando distrattamente per queste gallerie a cui è ormai assuefatto, Dante riconosce quel volto noto. Novello Léaud, si mette a seguire la sfiorita ninfa di soppiatto nel labirinto espositivo. La macchina da presa li accompagna alternativamente di lato, dipingendo in movimento questa rincorsa all’oggetto del desiderio. Braccata, la preda infine si arresta, costretta a subire la scomoda conversazione.

A veces me entra tristeza

In A veces me entra tristeza… queste due anime in fuga dal mondo sensibile e dalla propria patria sembrano sospinte alla reciproca conoscenza non tanto da un’affinità elettiva, quanto dall’obbligo formale di conformarsi a un destino filmico, quello da sempre prescritto dalla commedia sofisticata: la comunione degli opposti. Il comune, però, manca.

Dante espone pedantemente le sue ricerche su Juan Bialet Massé, avvocato delle rivendicazioni proletarie di un secolo fa; Eva controbatte con le curiose osservazioni raccolte nel proprio errare urbano. Tentano di conoscersi davvero soltanto quando, appartati nei rispettivi rifugi, cominciano a cercarsi sulla rete. Ma qui 1 + 1 non sembra fare 2, giacché Eva parte per Barcellona. Assopitosi durante una proiezione, Dante sogna proprio Bialet Massé che lo incita a raggiungerla. Si ricongiungono così in Catalogna, ad Argentona, paese natale del giurista, ma sulle rive del mare un serrato confronto teorico fa nuovamente precipitare la situazione. Eva esorta Dante (e forse se stessa) a uscire dall’acquario del sapere storiografico per esporsi finalmente al magma del lavoro contemporaneo.

Il naufragio del 2 è anche quello della fiction come macchina relazionale, la quale, priva di ulteriori appigli, risprofonda nella solitudine madrilena di Dante. Dove rinvenire un nuovo innesco narrativo? Forse ai piedi d’un monumento a Marx. Si compie così la transizione da un corpo spettatoriale a un corpo registrante, disponibile all’incontro con il presente. Dante comincia a interpellare una serie di giovani sulle proprie esperienze lavorative, e A veces me entra tristeza, otras veces rebelión assume la forma di un’indagine da cinéma-vérité sulle concrete condizioni di queste molecole dell’atomo sociale contemporaneo.

Laddove la fiction ha fallito nel drammatizzare un legame spontaneo, il cinema diretto interviene imponendo la propria logica dell’incontro. Solo così, infine, l’altro può compiere la sua magica apparizione, portando a compimento, per via indiretta, la traiettoria destinale della commedia.

Eva Bianco
Eva Bianco

“Il comune, la comunicazione, si inventa o semplicemente accade?” s’interroga Eva di fronte al mare in A veces me entra tristeza, otras veces rebelión. L’epifania finale sembra certamente suggerire una risposta, ma solo a patto di riconoscere che questo ‘accadere’ è già frutto di una decisione: abbandonare il proprio sistema di coordinate, mettersi in ascolto, predisporre uno spazio affinché l’altro possa parlare. Eppure, in questa rigida compartimentazione dei registri, in cui la presunta naturalezza del documento finisce per sacrificare la raffinatezza formale della commedia, il film fatica a superare la dimensione dell’aneddoto atomizzato: la conversione al reale si configura più come un gesto programmatico che come l’invenzione di un linguaggio comunitario.


A veces me entra tristeza, otras veces rebelión – Regia: María Aparicio; sceneggiatura: María Aparicio; fotografia: Ezequiel Salinas; montaggio: Ramiro Sonzini; suono: Federico Disandro; costumi: Victoria Marotta; interpreti: Eva Bianco, Roger Koza; produzione: Ana Apontes, Rodrigo Guerrero, Ramiro Sonzini e María Aparicio per La buena hora e Las Flores, Alberto Díaz per Mordisco Films, Ana Camacho per Pyewacket Films e Brava, Juan José Moscardó per Cosabona Films, Paco Cavero e Beatriz Fernández per Pifostio Films, Alfonso Palazón per Pasajes Invisibles, Giovanni Maccelli per Zampano Producciones; origine: Argentina/Spagna, 2026; durata: 100 minuti.

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