Respect

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Nella laconica Detroit degli anni ’50, la piccola Ree dorme beata fra le coperte. Qualcuno si avvicina al lettino, la scuote dolcemente e le chiede di cantare. Al piano di sotto impazza un simposio a base di bourbon e blues. Il pianoforte si muove da solo, come se cercasse di sfuggire alle fameliche dita che ne sfiorano i tasti. Gli ospiti vagano da una stanza all’altra, chiacchierando di politica e smarrendosi in ridanciane coltri di fumo. Qualche diva già ingiallita si perde nei suoi aneddoti rocamboleschi, i gentiluomini si scambiano sguaiate pacche sulle spalle. L’aria è satura di bei vestiti, di promesse irrealizzabili, di bicchieri mezzi vuoti. La ragazzina si mostra divertita e un po’ impaurita di fronte al silenzio che le cala intorno: Ree, ti andrebbe di cantare?

Se non conoscessimo l’identità della giovanissima protagonista, potremmo tranquillamente aspettarci un altro epilogo. Qualche timida mano potrebbe alzarsi e domandare alla piccola se si senta davvero a proprio agio, lì da sola in mezzo ad una cortesia fin troppo carica di aspettative. Ma la fanciulla si chiama Aretha Franklin: quanto basta, insomma, per spingerci ad abbassare l’indice e a drizzare le orecchie. Così inizia il biopic di Liesl Tommy, qui al suo debutto nelle vesti di regista: Respect si comporta esattamente come l’introversa Ree-Ree davanti ai suoi spettatori, e getta al pubblico affamato il suo fiero pasto.

Ci piacerebbe porre il film sullo stesso scaffale in cui, nell’ultimo anno e mezzo, abbiamo sistemato le opere di George C. Wolfe (Ma Rainey’s Black Bottom, cfr.: https://www.closeup-archivio.it/nuovo-articolo,15667) o di Lee Daniels (The United States vs. Billie Holiday,  cfr.: https://www.closeup-archivio.it/verso-gli-oscar-the-united-states-vs-billie-holiday), completando la nostra collezione musical-cinematografica sulle dive del Soul. Purtroppo, questo album non è all’altezza dei precedenti: la voce narrante incespica nei suoi vibrati, il ritmo rallenta nei punti salienti e corre frenetico negli attimi più drammatici, la band pare composta da principianti giunti al loro debutto sul palcoscenico.

È un peccato, considerata l’oggettiva bravura dell’ex Dreamgirl Jennifer Hudson, pronta a calarsi nei panni del mostro sacro Aretha con fedele (e inquieta) devozione. Ad emergere è un ritratto confuso, talvolta perfino schizofrenico, un ottovolante psico-canoro destinato ad implodere in volo. Non siamo sicuri di comprendere a pieno le intenzioni della regista, né riusciamo a fissare il nostro sguardo su ciò che la cinepresa vorrebbe indicarci. Abbiamo l’impressione di ascoltare un prodotto preconfezionato da impassibili discografici, e non l’epopea di una grande artista.

Miss Franklin sparisce dietro agli uomini della sua vita (dal dispotico padre-pastore C.L. Franklin al marito-padrone Ted White), coprendosi il volto con un sorriso assente da brava Church Girl – tanto per riprendere l’ironica fotografia scattata dal produttore Jerry Wexler (Marc Maron). L’infanzia interrotta, l’attivismo civile, l’America segregazionista del 1969, la ricerca di un alter-ego umano e musicale in grado di lenire i traumi passati sono ombre ingombranti che rischierebbero di rovinare le luminose performance allestite dalla sceneggiatura.

Ree-Ree, insomma, rimane Ree-Ree: una bambina spaventata rinchiusasi nel suo bozzolo, una vittima mai realmente trasformatasi in carnefice, un’icona stampata su carta lucida come i santini che si raccolgono in chiesa. Liesl Tommy vorrebbe introdurci in un mondo di cui lei stessa ha paura, e si limita a svolgere l’arduo compito senza commettere errori e cercando di cancellare le sbavature. Un privilegio che alla vera Aretha Franklin, così come ai suoi miti Billie Holiday o Ella Fitzgerald, non è mai stato concesso. E allora, perché ripulire il tessuto storico dalle macchie d’inchiostro? Perché chiamare in causa Martin Luther King per poi trattarlo come un semplice amico di famiglia? Perché scomodare il gospel, se non si ha il coraggio di guardarci dentro?

Certo, il lungometraggio si lascia vedere con sorprendente facilità, passando in rassegna le esibizioni più iconiche, sfoggiando gli outfit più sgargianti e sgranocchiando le hit più famose come se fossero noccioline. Perfino il noto singolo di Otis Redding (“Otis Redding who?”), qui scelto come titolo del film, si trasforma in una caramella dal retrogusto vagamente stucchevole. Il punto è proprio questo: non possiamo rendere commestibili rabbia e sofferenza, né ridurle ad una serie di flashback sfogliabili come un album di angoscianti figurine. Quando Aretha Franklin cantava, non si preoccupava certo di riordinare le note sul pentagramma: in poche parole, non faceva retorica. Non ne aveva bisogno.

In sala dal 30 settembre


Cast & Credits

Respect  – Regia: Liesl Tommy; sceneggiatura: Tracey Scott Wilson; fotografia: Kramer Morgenthau; montaggio: Avril Beukes; interpreti: Jennifer Hudson (Aretha Franklin), Forest Whitaker (C. L. Franklin), Marlon Wayans (Ted White), Audra McDonald (Barbara Franklin), Marc Maron (Jerry Wexler), Tituss Burgess (reverendo James Cleveland), Saycon Sengbloh (Erma Franklin), Hailey Kilgore (Carolyn Franklin), Skye Dakota Turner (Aretha Franklin bambina), Tate Donovan (John Hammond), Mary J. Blige (Dinah Washington), Heather Headley (Clara Ward), Kimberly Scott (Mama Franklin); produzione: Metro-Goldwyn-Mayer, BRON Studios, Cinesite, Creative Wealth Media Finance, Glickmania; origine: USA, Canada 2021; durata: 145’; distribuzioneEagle Pictures.

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