44° Bellaria Film Festival (6-10, maggio): Krakatoa di Carlos Casas (Concorso Casa Rossa internazionale)

Krakatoa – Voto ***
 KrakatoaSe la terminologia del linguaggio geografico può essere talvolta utilizzata in maniera efficace a raccontare le potenzialità contenute nella variabili forme dell’audiovisivo, Krakatoa dello spagnolo Carlos Casas rientra a pieno in un’idea di cinema che può essere rappresentato da una o più parole di simile matrice semantica: più che di un film, si tratta infatti di una mappatura di direzioni e traiettorie che passano ed esondano dalla bidimensionalità dello schermo, gettandosi fuori, addosso allo spettatore, e tirandolo dentro un’esperienza che parte dai presupposti di un tempo, un luogo, un avvenimento, e li fa poi deragliare dalla rotta, fino all’esplosione che ha a che fare esteriormente con la materia e interiormente con la nostra percezione, sensoriale e mentale, di essa.

Il punctum del regista non è visivo, bensì sonoro, ovvero l’urlo viscerale, primordiale, generativo e insieme distruttivo ( in un sovrapporsi che annulla il primato della creazione) prodotto dalla terra nel 1883, quando il vulcano indonesiano Krakatoa eruttò causa una delle più devastanti catastrofi naturalo della Storia, annunciata proprio da quel rimbombo terrificante. Casas ricostruisce questo presagio di apocalisse, senza seguire una struttura narrativa, ma agendo sul piano puramente figurativo ed estetico: parte sempre dal porre al centro un soggetto umano, un giovane pescatore indonesiano che vive su una zattera di bambù, circumnavigando il mare intorno all’isola vulcanica. È l’uomo posto di fronte alla repentina distruzione dei suoi beni di prima necessità ( i pesci di cui si nutre spariscono gradualmente tutti quanti ) ad essere la misura e soprattutto la dismisura di una tragedia di questa portata; ben presto Casas conduce il soggetto umano fino al nucleo più interno, caotico, tumultuoso, fumante della “creatura” vulcano, a cercare inizialmente il senso, secondo le ragioni per quanto elementari dell’homo sapiens, e poi ad abbandonarsi, annullarsi, lasciarsi attraversare da una tempesta di suoni, luci e magma, facendosi esso stesso fuoco ma non in un aspetto di espiazione e di sacrificio, o gerarchicamente di sottomissione della civiltà alle forze indomabili della natura. Avviene come una fusione tra le due parti, un nuovo Big Bang che, nell’alternanza di lampi e di oscurità, prelude ad un nuovo, elettrizzante inizio, e non a una profetica, punitiva apocalisse. Scartata qualsiasi facile o consolatoria scorciatoia, inclusa quella di una trascendenza che include e redime ogni cosa e il suo contrario, questo viaggio lascia trasparire il dolore, la fatica, la lunghezza e la profondità di confrontarsi con il paesaggio nella sua immersiva totalità. Per farlo, non ricorre però, chissà quanto per motivi legati al budget, alla tecnologia delle nuove visioni in 3D o, ancor di più, della realtà virtuale.

 Krakatoa

La prospettiva rispetti allo spettatore rimane prettamente frontale, su un telo bianco che viene però aggredito e sfondato nella sua materializzazione di quarta parete. Il cineasta che più viene alla mente, sia per questa attitudine all’estremo del gesto creativo  e il desiderio di guardare dentro la vertigine dell’uomo a confronto con la sua dimensione post umana, sia per il soggetto di studio in sé, il vulcano, è evidentemente Werner Herzog; autore di due documentari, Dentro l’inferno ( 2016) e The Fire Within: A Requiem for Katia and Maurice Krafft (2022),  il cineasta tedesco si è ugualmente  confrontato con il significato profondo della fascinazione verso il fuoco, che può trasformarsi in devozione e ossessione, suscitata in intere popolazioni guidate dal loro ancestrale istinto di nascita e di morte, ma anche in soli due individui, manipolati al contrario dal loro onnipotente ego occidentale e dallo sconfinamento tra il documentare e il diventate documento. Lo sguardo di Herzog restava comunque centrato e riconoscibile nel mantenere lo spazio di una distanza, la scelta di una non completa adesione al fenomeno (auto) distruttivo. Si pensi alla scena di Maurice Krafft che filma fino all’orlo estremo il cratere ancora fumante, già con la conscia o inconscia volontà di finirci dentro, un limite che lo stesso Herzog nella sua esposizione dal vero in prima persona, per quanto alla continua ricerca di situazioni assolute e abissali, non hai mai superato.

 Krakatoa

Casas affronta in Krakatoa la grandiosità dell’ambizione sul piano visuale e la progressiva presa di coscienza di un meraviglioso e al tempo stesso terrificante arrendersi su quello esperienziale (magari calcando in alcuni i punti i toni e le tonalità), cercando di dissolvere attraverso l’apparato quasi da installazione di videoarte (l’ autore ha detto qui a Bellaria che questo lavoro è stato proiettato e fruito come tale in delle situazioni museali) la rappresentazione antropocentrica di un modo di vedere; parafrasando Il Viaggio al centro della terra di Jules Verne, un’ispirazione e una guida fondamentale per sua stessa ammissione, lo spoglia frame dopo frame di una soggettività che possa indirizzarne o controllarne il proseguimento e gli sviluppi. Tenta al contrario di far manifestare l’esperienza per quello che è, senza omettere che si sta assistendo a una ricostruzione, anzi evidenziando come l’atto in sé della ricostruzione, con la necessaria integrazione delle evoluzioni tecnologiche del mezzo cinematografico, faccia parte sostanziale e non accessoria del processo. La psichedelica della parte conclusiva, quando il pescatore è ormai prossimo al nucleo incandescente del Krakatoa, fa rivivere quasi la trance del trip ipnotico della sequenza della porta stellare oltre l’infinito in 2001: Odissea nello spazio. Tanto che in un determinato momento si ha l’impressione di vedere il giovane indonesiano rigenerato sotto forma di “bambino del fuoco”, in un controcampo tra la profondità dell’Universo e la profondità della Terra, con il kubrickiano bambino delle stelle. Laddove il concetto di sublime non è più legato, kantianamente al dinamismo della potenza annientatrice della natura o alla contemplazione della sua sconfinata immobilità che relativizza la posizione dell’uomo rispetto alla natura e lo spinge ad un altro livello di conoscenza, oltre il limite della propria razionalità. Ed è lo stesso essere umano a diventare espressione di quel sublime che ha introiettato fino a farsene assorbire, senza più separazione tra la cosa e il chi ha esperito.


Krakatoa – Regia e sceneggiatura: Carlos Casas; fotografia: Benjamín Echazarreta; montaggio: Felipe Guerrero; produzione: Map Productions, Filmika Galaika, La Banda Negra, Etnograf, AMI, Seven10 Media; origine: Spagna/ Regno Unito/ Polonia/ Francia, 2026; durata: 60 minuti.

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