Don’t Let the sun – Voto ***(*). Presentato al Festival di Locarno 2025 /Cineasti del Presente), un film con un’inquietante atmosfera post apocalittica che riduce al minimo le relazioni umane.
Il sole sorge lentamente ed emana la sua luce, che trasforma il cielo con i suoi colori diurni. Nello stesso momento, la finestra di una casa si chiude e una bambina di circa dieci anni si prepara per la notte con la mamma che sembra preoccupata, stanca, ansiosa. Poche parole tra le due, sorrisi appena accennati, spazi vuoti e privi di una reale umanità.
Inizia così Don’t Let the sun, premiato al Locarno Film Festival 2025 con il Pardo per la miglior interpretazione nella sezione Cineasti del Presente all’attore protagonista, l’attore e ballerino georgiano Levan Gelbakhiani.
Su tutto prevale il buio, momento critico in cui i protagonisti escono allo scoperto per vivere momenti di vita quotidiana che sembrano privi di vibrazioni, di emozioni, di calore, soprattutto. È il contesto notturno a determinare infatti il termometro emotivo del film di Jacqueline Zünd: la vicenda si snoda in una Milano che sembra un luogo post apocalittico, riconoscibile nei suoi luoghi ma privo di energia, connessioni umane, intimità.
La criticità è evidente: il riscaldamento globale è arrivato a un punto tale da rendere impossibile vivere alla luce del sole e quindi gli uomini vivono nell’oscurità, come vampiri, respirando la notte. L’aridità della terra determina di conseguenza un congelamento delle relazioni umane, che sono progressivamente diventate fredde, artificiose, quasi imbalsamate. È come se la mancanza di sole togliesse il sorriso dal volto dei bambini, delle mamme, accecando la luce viva delle persone.

Jacqueline Zünd (già regista di Where We Belong (2019) e Goodnight Nobody (2010), non è la prima volta che sceglie l’oscurità come sfondo delle sue storie. In Goodnight Nobody, infatti, la regista cercava di accedere nella mente di quattro persone insonni sperimentando lo stato di sottile sospensione tra realtà e mondo onirico. Un’oscurità che teneva legati i protagonisti in una vita complessa, difficile, a tratti tormentata.
Qui, la notte sembra la normalità. In Don’t Let the sun, infatti, ambientato appunto in un contesto umano che sceglie il ritmo notturno, Zünd si concentra sull’assenza di relazioni che vive il mondo, concentrandosi su Jonah (interpretato da un ottimo Levan Gelbakhian), un giovane e asettico impiegato di un’agenzia che fornisce appunto relazioni umane su richiesta. In un contesto dominato dalla mancanza di connessioni autentiche, l’agenzia permette ai clienti di acquistare sostituti affettivi per colmare il vuoto di una società incapace di restituire affetto.
Eppure, Jonah, considerato il miglior impiegato dell’azienda, si scuote quando deve interpretare il ruolo del padre di Nika, una bambina silenziosa, chiusa e diffidente. Il suo mondo di certezze sembra vacillare, lo scudo con cui si è armato fino a questo momento, cade lentamente e l’uomo inizia lentamente a confrontarsi con emozioni reali e con le sue fragilità. Smette di recitare “a soggetto” e comincia a sentirsi vulnerabile, per il solo fatto di relazionarsi con una bambina. Cade, così, la finzione e crolla il suo finto mondo interiore, costruito artificialmente.
Partendo dal concetto della Rental family (per altro di recente esplorato nel film dallo stesso nome di Hikari), la regista svizzera arriva ad inquadrare lo spaesamento globale del genere umano, dominato da un senso di sottile angoscia che si coglie negli sguardi spenti dei protagonisti, nell’assenza di risate, negli scambi umani, ridotti al minimo indispensabile.
Il clima di Don’t Let the sun ci è familiare perché ricorda gli anni difficili della pandemia, con ampi spazi deserti, contatti ridotti al minimo, una paura dilagante e un senso sempre presente di sottile inquietudine che sembra non abbandonare mai i protagonisti. La speranza sembra un orizzonte lontano, cancellato dall’assenza di luce solare, che impone il rigore dei sentimenti.
Eppure, un senso di speranza si percepisce quando qualcosa si muove nelle viscere di Jonah, scuotendo un cuore ormai addormentato e intorpidito dalla noia e dalla mancanza di stimoli.
Una possibile prospettiva futura caratterizzata dall’assenza di umanità e dalle connessioni digitali a cui si contrappone una forza vitale, quella di Jonah, che cerca, comunque, di resistere e di urlare la sua vitalità a un mondo ormai spento.
In sala dal 21 maggio 2026.
Don’t Let the sun – Regia: Jacqueline Zünd; sceneggiatura: Jacqueline Zünd, Arne Kohlweyer; fotografia:Nikolai Von Graevenitz; montaggio: Gion-Reto Killias; musiche: Marcel Vaid; interpreti: Karidja Touré, Levan Gelbakhiani, Agnese Claisse, Maria Pia Pepe, Cecilia Bertozzi; produzione: Louis Mataré, David Fonjallaz, Davide Pagano, Andrea Randazzo, Gianfilippo Pedote per Lomotion, Casa delle visioni; origine: Svizzera/Italia, 2025; durata: 100 minuti; distribuzione: Trent Film.
