Le bambine. Voto: ***. In Co-regia, le sorelle Valentina e Nicole Bertani seguono un gruppo di ragazzine in uscita libera durante un’estate ferrarese del ’97 , sotto lo sguardo vacante delle poco affidabili madri. Tra situazioni surreali e grottesche, e altre più tenere e intime, il ritratto audace di un ‘infanzia accelerata.
La dimensione spaziale e temporale che appartiene all’infanzia viene spesso raccontata con quel tono di innocenza, candore, stupore che rende qualsiasi forma di insofferenza o di marginalità, sia per quanto riguarda l’ ambientazione in cui vivono che la stessa attitudine verso la vita dei personaggi rappresentati, edulcorata da un sentimentalismo rassicurante e depurata da qualsiasi scoria di ambiguità o disturbante dissonanza. Le sorelle Valentina e Nicole Bertani prendono di petto questo tabù con la loro prima co-regia, Le bambine, dopo l’ acclamato esordio di Valentina con La timidezza delle chiome (2022): in quel caso si trattava di un linguaggio più direttamente contaminato con un approccio documentaristico, in quanto vi si raccontava la storia vera dei gemelli omozigoti Benjamin e Joshua, il loro Coming of Age tra la ricostruzione in found footage del loro passato prossimo e il dinamismo euforico di un presente pulsionale e di vibrante epifania di sé stessi ( entrambi hanno una disabilità intellettiva che hanno compensato con la peculiarità di un modo di sentire e di attraversare le esperienze che li riguardano).
Stavolta siamo completamente nel campo dell’ immaginazione, il che lascia alle registe maggiore libertà e audacia nel far agire il gruppo delle piccole protagoniste, inserite peraltro nello scenario quasi astratto ed estraniato dell’anonimo sobborgo di una piccola città: sappiamo trattarsi di Ferrara, in un’ epoca, il 1997, di poco antecedente all’ avvento della montante e imperante rivoluzione tecnologica destinata a cambiare il senso e le modalità di un incontro, l’ inizio e gli imprevedibili sviluppi di un’amicizia. È quello che accade a Linda, in fuga assieme alla scapestrata madre post-punk dalla ricca e controllante nonna che vive in Svizzera, e alle sorelle Marta e Azzurra, abbandonate un po’ a loro stesse, da un’ altra madre piuttosto auto riferita nel suo dividersi tra simulacri di carne e di plastica (fa l’infermiera e la fabbricante di bambole).

Unico custode di queste ragazzine “spostate” è Carlino, entità queer che incarna i segni poliformi di un crocevia in continua trasformazione (è insieme donna, uomo, madre, bambino, amante, sposa) e che diventa il riflesso di una potenziale pluralità ridimensionata ad eccentrica singolarità, il paradosso di uno status adulto e accudente lasciato ardere tra le fiamme della festa di quartiere di una grottesca piccola e media borghesia. Fuori da questo portato desolante, lanciate tra le strade in mezzo ai palazzi, nelle discoteche dei ragazzi e delle ragazze grandi, nei luna park allucinati, Azzurra, Marta e Linda si muovono con la scompostezza di un’età accelerata dal punto di vista esperienziale rispetto al suo corrispettivo anagrafico. Ottenni, novenni e undicenni che si confrontano con i suoni e le parole del sesso, degli eccessi, delle ossessioni e delle dipendenze degli adulti, colpite in faccia dalla percezione che deforma e ricompone senza soluzione di continuità gli elementi del reale.
È un tono brusco e immediato, non c’è neanche lo spazio per gli psicologismi o i sociologismi di circostanza in Le bambine. L’incontro tra Linda e le due sorelle, la propulsione che innesca questo giro a vuoto di giostra, viene presentato come un mancato incidente automobilistico in cui la madre strafatta della prima rischia di inchiodare contro l’esaltante corsa organismica e orgasmicamente pre-puberale di Azzurra. In quel confine notturno tra la massima, primaria espressione della vitalità e il piano immanente della mortalità sbucabile dietro ad ogni angolo, ci si riconosce immediatamente e si diventa subito amiche.
E si prosegue a tentativi in mezzo a situazioni che, ancor prima di essere comprese, si attaccano sensorialmente, a fior di pelle, sui corpi acerbi ripresi nel perpetuo movimento che già prelude all’ irrequietezza di un’adolescenza a distanza ravvicinata, seppur non così bramata dalle ragazzine che vorrebbero a continuare a giocare alle guerriere planetarie di Sailor Moon (manga e anime, con tutto il corredo di gadget, giocattoli e accessori, molto popolare negli anni in cui è ambientato il film).

Potrebbe essere anche un prequel lisergico dell’eccellente Un anno di scuola di Laura Samani, con la sua protagonista, Fred, pronta a esporsi come carne pulsante sulla quale scorrono, volente ma anche nolente, i conflitti di una terra di mezzo, in quel caso anche dal punto di vista geografico e culturale. Forse quello che non torna è l’atteggiamento troppo antagonista che spinge le autrici a prendere una posa talvolta volutamente sgradevole, scorretta, sbilanciata in una dimensione surreale che vuole provocare, capovolgendo le trappole delle aspettative e delle retoriche sui bambini; alla cui misura di sguardo sulle cose, concepito non nei termini scontati di una minore o maggiore altezza rispetto alla posizione dei grandi ma in quanto permeabile occhio che assorbe e centrifuga fino al parossismo l’eterogeneità degli stimoli esterni, rischia di sovrapporsi un più maturo ed elaborato gusto dell’iconoclastia, dello sberleffo anche demenziale.
Anche la scelta di utilizzare, stavolta in qualità di attori, i gemelli de La timidezza delle chiome come figure di un microcosmo interpretabile e fraintendibile, appare una trovata divertente e audace per gli stessi Benjamin e Joshua, che si mettono definitivamente in gioco facendo la parodia dei loro vezzi e delle loro nevrosi, ma eccessivamente programmatica. La scena in cui i due chiedono alle bambine che giocano in strada di salire su casa a trovarli perché loro non riescono a prendere l’ascensore, e Linda accetta, presenta un momento di tensione quando si spengono le luci dell’appartamento in cui abitano, e sui volti di Marta e Azzurra trasale la preoccupazione per l’amica.
Probabilmente c’era qui la volontà di smontare il pregiudizio verso coloro i quali vengono considerati “strani”, e di conseguenza pericolosi, visto che sarà al contrario Linda, la bambina, a prenderli per mano e a sfidare con loro e per loro le fobie che producono solitudine, isolamento e distanza. Ecco, in questo aver infilato la testa nel buco del Bianconiglio di Alice nel paese delle meraviglie, riemerso dalla tana post ideologica degli svuotati e decompressi anni ’90, le Bertani meritano un plauso e una simpatia. E, inoltre, per aver colto con affetto non consolatorio in Le bambine gli slanci di una fanciullezza femminile, capace di lasciar andare l’esistenza dematerializzata e reiterata di un tamagotchi, simulazione elettronica della propria capacità di cura e co-dipendenza, e di sanguinare, ancora, per riconoscersi donna in un’emiliana e dalliana sera di terreni e piuttosto sbilenchi miracoli.
Presentato in Concorso al Festival di Locarno 2025.
In sala dall’11 giugno 2026.
Le bambine – Regia: Nicole Bertani e Valentina Bertani; sceneggiatura: Nicole Bertani, Valentina Bertani e Maria Sole Limodio; fotografia: Marco Bassano e Luca Costantini; montaggio: Marcello Saurino; musica: Massimo Bettalico e Lorenzo Confetta; interpreti: Miliutin Dapcevic, Mia Ferricelli, Agnese Scazza, Petra Scheggia, Cristina Donadio, Jessica Piccolo Valerani, Clara Tramontano, Evanghelina Zhurika; produzione: Daniele Esposito, Philippe Gompel, Birgit Kemner, Michela Pini; origine: Italia/ Svizzera,/Francia, 2025; durata: 110 minuti; distribuzione: Adler Entertainment.
