The Invite – Il piacere è tutto nostro di Olivia Wilde

The Invite – Il piacere è tutto nostro. Voto ***.  Il classico meccanismo drammaturgico di una partita dialettica a quattro, dove il sesso è il tabù catalizzatore di frustrazioni, incomprensioni e fragilità. Dirige, con affettuosa ironia più che con polanskiano spirito da iconoclasta, Olivia Wilde, all’opera terza della sua discontinua attività di regista. Presentato allo scorso Festival di Locarno.

I vizi privati delle coppie della buona borghesia, europea o nordamericana conta quasi meno dello status economico, sociale e culturale a cui appartengono, non sono certo un soggetto nuovo per la drammaturgia teatrale come per quella cinematografica. In particolare, il gioco a massacro a quattro, un meccanismo del quale potremmo identificare l’emblematico capostipite in Chi ha paura di Virginia Woolf ? di Edward Albee e nella memorabile trasposizione per il grande schermo che ne fece Mike Nichols nel 1966, ne è stata la formula più efficace nel far convergere le implicazioni tragiche e comiche, sadiche e masochiste, sviluppate a partire da una situazione talmente basica e comune.

Anche The Invite – il piacere è tutto nostro (meglio sorvolare sul pecoreccio sottotitolo italiano che esplicita banalmente l’aspetto sessuale del racconto a dispetto del più allusivo originale), terza regia dell’attrice Olivia Wilde dopo il simpatico e dissacrante. La rivincita delle sfigate ( 2019) e il pretenzioso e confuso Don’t Worry Darling (2022), si immette in questo filone, privilegiando decisamente il tono della pochade allegra virata di malinconia a quella dello psicodramma punitivo o perfino del thriller.  L’ambientazione è in una città aperta e progressista come San Francisco, che al contrario della dispersiva e titanica Los Angeles, è se vogliamo la versione californiana di New York (tanto per agganciarsi a Woody Allen, altra fonte imprescindibile, ma qui in realtà più limitata di quello che si possa credere, per questo di tipo di cinema da camera).

Il set/palcoscenico di The Invite – Il piacere è tutto nostro è l’appartamento di una di quelle coppie partite come bohemien e arrivate con il fiato corto del ménage familiare a tre. Lui, Joe, insegna musica jazz al conservatorio, lei, Angela, ha rinunciato alle sue aspirazioni artistiche per dedicarsi a Maggie, la loro unica figlia. L’insoddisfazione non è neanche serpeggiante, ma esplicitata in particolare da Joe la cui vita, da quella creativa a quella affettiva e sessuale, sembra essere diventata un disilluso lamento, uno stato di permanente frustrazione. Angela, al contrario, cerca di sublimare l’ansia e la nevrosi che la pervadono in una ricerca di approvazione che travalica perfino le ragioni di un elementare buon senso. Quando invita gli eccentrici vicini, Piña e Hawk, nonostante questi siano causa di rumori molesti peraltro apertamente prodotti dall’ intensa attività sessuale di gruppo che dichiarano senza inibizioni di praticare, è preoccupata comunque di fare una fragilissima bella figura, contraddetta da tutta un serie di mancanze e di imbarazzi.

The Invite - Il piacere è tutto nostro

La struttura teatralmente cadenzata, dalla commedia The People Upstairs di Cesc Gay, punta così, fin da subito, a mettere in discussione l’ipocrisia e la manipolazione di fondo che porta a creare queste occasioni di socializzazione coatta. Joe denuncia subito il comportamento fastidioso e irrispettoso dell’altra coppia ma, soverchiando il paradosso delle dinamiche tra inizio e fine, Piña e Hawk accolgono di buon grado questa frizione, che anzi alimenta la tensione erotica alla base della motivazione della loro visita. Il riferimento più ovvio è a Carnage, il testo di Yasmine Reza mirabilmente adattato da Roman Polanski, dove i ragionevoli e pragmatici genitori di due ragazzini di una prestigiosa scuola privata si riunivano per risolvere la questione di un figlio che aveva sfregiato l’altro: dai convenevoli e dalle formalità di un accordo scritto e controfirmato, si passava ben presto allo scontro verbale e quasi fisico, senza giungere a nessuna soluzione.

Wilde, pur lavorando sul crescendo, immagina, invece. The Invite – Il piacere è tutto nostro come la parafrasi di una seduta psicanalitica di coppia, immettendo il personaggio di Piña che, fuor di ironia, è una terapista e una sessuologa. La partita non è tanto dunque tanto spietata e impietosa quanto più tagliente e tenera ( la goffaggine di Joe e  di Angela è amplificata dall’atteggiamento post-post hippie e post new age dei loro speculari ospiti) e non c’è quel’ alternarsi tra distanziamento analitico ed esasperazione isterica che Polanski sapeva ingaggiare così sapientemente nel ribollente agone domestico. Anche l’elemento erotico, che da oggetto del contendere dovrebbe farsi canale di condivisione, viene ridimensionato dall’inadeguatezza e dalle insicurezze di Joe e di Angela, messi maggiormente a nudo, in senso non letterale, nelle loro emozioni represse che solo quella provocazione così forte ed eccitante poteva far emergere a fior di pelle.

Come sempre, quanto la macchina da presa si muove dentro una stanza, il dinamismo della messa in scena viene amplificato per contrastare la staticità teatrale dell’impianto drammaturgico. Da un punto di vista di puro intrattenimento, Wilde riesce a mantenere viva l’attenzione, soprattutto grazie alla bravura degli interpreti tra i quali, chissà quanto per virtuosistico vezzo, si è messa lei stessa. Il migliore in azione è probabilmente Seth Rogen, che ha cominciato la carriera come comico dai toni farseschi sul crinale audace del demenziale, per poi maturare verso un’ironia meno fisica e più legata al dialogo, alla battura, alla reazione estemporanea. E alcune di queste battute estemporanee durante le riprese, soprattutto nell’interazione tra Rogen e Edward Norton che interpreta Hawk, sono state incluse in The Invite – Il piacere è tutto nostro  da Wilde (come il monologo di Norton, scritto dallo stesso Norton, sull’origine del nome “Hawk” e la reazione di Joe/Rogen).

Penelope Cruz offre la propria fisicità non conforme al canone wasp e un’emotività meno nevrotica e più viscerale al ruolo chiave ma enigmatico di Piña, incarnando una variante più matura e pacificata delle sensuali ed irrequiete chicas con le quali ha attraversato il cinema almodovariano e quello internazionale, prendendo su di sé i connotati di una saggezza e di una disponibilità quasi da guru della porta accanto.

The Invite - Il piacere è tutto nostro
Penelope Cruz e Olivia Wilde

La parte più interessante, e ancora polanskiana , resta comunque l’ambiguità del rapporto di verità e finzione non solo tra spazio interno ed esterno, ma anche, e soprattutto, tra i corpi incolumi, asettici e bloccati in un determinato contesto sociale e la “contaminazione” portata da fuori da quelli che gli americani, ossessionati dalla privacy e dalla propria privata della loro cultura individualista e padronale, chiamano intrusi. In Rosemary’s baby- nastro rosso a New York, la protagonista interpreta da Mia Farrow si faceva invitare a cena dai vicini poi rivelatisi satanisti, coinvolgendo il marito senza avvertirlo.

Anche in The Invite – Il piacere è tutto nostro Angela fa la stessa cosa, contravvenendo a un codice di condivisione coniugale, aprendo all’estraneo e innescando dunque già una frattura nell’equilibrio incrinato, l’irruzione dell’imprevisto nella patina di malcelata monotonia. Con acutezza, se pur, stiamo vedendo, non con particolare originalità, Wilde insinua che Piña e Hawk possano essere la materializzazione di quegli amplessi dal volume troppo alto, ascoltato ob torto collo (?) dai loro dirimpettai; e che sia, anche questa volta, il soggetto femminile a fare da accoglienza e da transito per una dimensione svincolata dal peso persecutorio e allucinatorio delle visioni di Rosemary e calata nella quotidiana, piccola piccola insoddisfazione di Angela e di Joe.

Entrambi alla ricerca e alla proiezione, inconsapevole, dei loro doppi speculativi, che possano portate loro un (gentile) sfondamento dentro la (sgraziata) routine e lasciare una scintilla, se non di coscienza e di trasformazione, almeno per un riposizionamento intorno al piano-forte dell’ascolto e del desiderio.

In anteprima l’1 e 2 settembre (vedi).
In sala dal 16 settembre.


The Invite – Il piacere è tutto nostro (The Invite); regia: Olivia Wilde; sceneggiatura: Will McCormack, Rashida Jones; fotografia: Adam Newport-Berra; montaggio: Yorgos Mavropsaridis, Anthony Boys; musica: Devonté Hynes; interpreti: Seth Rogen, Olivia Wilde, Penelope Cruz, Edward Norton; produzione: Invite Productions, Inc., Annapurna Pictures,FilmNation Entertainment, Permut Presentations; distribuzione: A24; origine: USA, 2026; durata: 107 minuti; distribuzione: I Wonder Pictures.

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