Adam

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Abla (Lubna Azabal) e Samia (Nisrin Erradi) sono due donne dai destini uguali ed opposti: la prima è giovane, vitale, ribelle, talvolta perfino sfrontata, e possiede un’ostinazione pervicace che le permette di sopravvivere in un mondo costruito a misura degli altri. La incontriamo causalmente durante una passeggiata nella Medina di Casablanca, fra i tortuosi labirinti di una realtà più cavernosa e sotterranea di quanto già non si possa sospettare. Scorgiamo dapprima il viso della ragazza, lo sguardo impenetrabile perché rassegnato e al contempo caparbio, insomma lo sguardo di chi è appena fuggito da casa senza lasciare traccia: e infatti, l’istante successivo si svela il mistero che dietro a quell’errare senza sosta si nasconde. Abla è incinta, ma suo figlio sembra destinato a non avere né padre né madre. Intorno a questa sorta di Maria dall’aspetto tutt’altro che trasfigurato non si apre nessuna leggenda, nessun mito ne segna il cammino, nessuna favola ne conforta l’incessante vagabondaggio.

L’occhio attento e delicato di Maryam Touzani, qui alla sua prima esperienza da regista dopo aver indossato per anni le vesti di sceneggiatrice, ci introduce nel microcosmo della protagonista con insistente naturalezza: nei primi dieci minuti non possiamo fare altro che peregrinare di casa in casa, sprofondando talvolta negli anfratti che si aprono fra le porte e le strade dissestate, sgomitando tra fiumi di volti tutti ugualmente noti e tutti ugualmente ignoti. Al calar del giorno, giungiamo alla meta: la cinepresa vacilla di fronte ad una soglia in apparenza più imponente rispetto alle altre (chissà se è vero – eppure abbiamo quest’impressione), dalla finestra dell’ultimo piano s’affaccia una bambina. Ci dice di aspettare, ci fa capire di essere dalla nostra parte (chissà se è vero – eppure abbiamo quest’impressione). Sull’uscio, all’improvviso, appare una donna: si tratta di Samia. È la madre della ragazzina intravista l’attimo precedente. Per ora non può soccorrerci, ma domani lo farà: chissà se è vero – eppure abbiamo quest’impressione.

Adam è il titolo del film, nonché il nome di una presenza-assenza attorno alla quale la cinepresa ruota: quella del bambino mai nato di Abla, di una creatura che non appartiene a nessuno ma che riesce a riempire lo spazio cinematografico con la stessa insistente naturalezza con cui la regista dà il via alle peregrinazioni delle due donne. La pellicola si origina da una storia vera, da un ricordo d’infanzia che l’autrice decide di condividere col grande schermo e col grande pubblico. A questo punto ci si chiede se la voce narrante non appartenga proprio alla piccola adolescente che poco fa si era offerta di guidarci nella nostra avventura fra le arterie del Marocco: Warda (Douae Belkhaouda) non è dunque soltanto la figlia di Samia nonché l’ultimo anello di congiunzione fra quest’ultima e il marito ormai defunto, ma un’entità di passaggio, un’apparizione discreta e ingombrante, visibile e invisibile, una figura, insomma, decisamente simile a quella di Adam.

Se la Touzani crea una costellazione al femminile, è per sottolineare l’opprimente marginalità che attornia e imprigiona i personaggi, liberando i gesti dalla loro matrice ordinaria e ricontestualizzandone il significato all’interno di una dimensione più profonda, intima, introspettiva. L’austero e allucinato rigore di Samia affonda le radici in un lutto da cui la donna è stata esclusa – la medesima, nevrotica asprezza verrà poi adottata da Abla nella notte dopo il parto: sospese in un limbo che impedisce loro d’accedere alla vita, le protagoniste corrono senza sosta da un capo all’altro della città, cucinano, chiacchierano, danzano, giocano, fuggono e si nascondono. Dove c’è azione, c’è rimozione – che si tratti di traumi passati o imminenti. L’obiettivo s’innesta proprio su questo limbo sospeso fra vita e morte, fra estraneità e famiglia, fra società e individuo, fra rito quotidiano e rito sacro: in questo confortevole antinferno ognuno si riprende ciò che gli spetta, ciò che nella sfera pubblica apparirebbe inaccessibile, ciò che viene illegittimamente affidato ad altri. A chiudere questo curioso dramma da camera sarà proprio Adam, condotto fuori scena dalla madre e trascinato al centro di un palcoscenico esistenziale che nessuno vedrà.


Cast & Credits

Adam  –  Regia: Maryam Touzani; sceneggiatura: Maryam Touzani; fotografia: Virginie Surdej; montaggio: Julie Naas; interpreti: Lubna Azabal (Abla), Nisrin Erradi (Samia), Douae Belkhaouda (Warda), Aziz Hattab (Slimani), Hasnaa Tamtaoui (Rkia); produzione: Ali n’ Productions, Les Films du nouveau monde, Artemis; origine: Marocco 2019; durata: 98’; distribuzione: Movies Inspired.

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