Antartica – Quasi una fiaba: scegliere lo scenario di una postazione di ricerca scientifica situata in Antartide come impianto metaforico di una riflessione su cosa significa essere ed agire in quanto comunità e sul modo in cui gli intrecci relazionali ne possano venire condizionati, è cosa piuttosto anomala nel cinema italiano contemporaneo. Alla sua opera prima come regista, la drammaturga, scrittrice e sceneggiatrice Lucia Calamaro si prende l’ulteriore rischio di una dimensione fiabesca, come un annuncia il titolo, Antartica – Quasi una fiaba, con tanto di apologo sulla preservazione dell’umanità inglobata da una specie di nuova unità embrionale, che continua a produrre coscienza ed emotività anche in uno stato di sospensione. La vicenda ruoto intorno alle figure di Maria e di Fulvio, una geniale biologa chiamata ad analizzare le forme di vita conservate da millenni in fondo ai cristalli di quelle pianure di ghiaccio, e Fulvio, il coordinatore della missione, che della donna è stato insegnate, mentore e padre putativo. Tra i due c’è un rapporto di affetto e di stima molto poco ortodosso per una coppia di scienziati, ma anche il resto dell’equipe, composta prevalente da giovani ricercatori e ricercatrici, possiede un entusiasmo, una leggerezza e una passione che rendono più sopportabile la rigidità climatica e la collocazione isolata. E Calamaro, anche nell’impatto visivo, restituisce questo senso di gioia e di convivialità in un luminoso e abbacinante bianco, non quello gelido e tagliente del ghiaccio da esaminare in laboratorio, ma riscaldato dalla panottica e avvolgente luce solare di quel non luogo. Un film diurno, dove il potenziale dramma è disteso nei toni caldi e stralunati di una commedia che corregge in utopia il retropensiero amaro di una resa.
Quando Maria scopre infatti una membrana che consentirebbe a delle forme di vita di essere messe sotto ibernazione e di sopravvivere nel corso del tempo, all’inziale e collettiva euforia della scoperta, subentra il problema della mancanza dei fondi alla ricerca, da parte di uno Stato distante e burocratizzato, sintetizzato dalla figura del funzionario ministeriale in collegamento da remoto. Il punto di crisi è rappresentato dall’entrata in campo della multinazionale che tramite la robotizzata dirigente asiatica finanzierebbe il proseguo della missione e della ricerca a condizione di poterne subito mercificare il “prodotto” ( e ipotizzando un futuro ad esclusivo appannaggio dei soliti miliardari in grado di autotramandarsi): una spaccatura che riguarda una questione etica e che divide la più integra Maria dal disilluso Fulvio, generando la conseguente spaccatura tra favorevoli e contrari e due chiare fazioni in opposizione tra idealisti e pragmatici.

Non c’è però nulla di irreparabile o tragico, ogni cosa è levigata e illuminata, ma non accorre in aiuto nessun espediente o escamotage fantastico a risolvere la diatriba. Abile in una scrittura che va di ritmo e di finezza al tempo stesso, l’autrice delinea la sottotrama del legame tra Maria e Fulvio, introducendo un flirt giovanile dell’uomo con la madre della sua pupilla e alludendo al fatto che ci sia il dato di una paternità biologica. A farsi valere sono le ragioni di ciò che è giusto, che travalichi i confini remoti di quel presidio e di suoi attori in commedia, per riguardare trasversalmente il benessere della società nella sua trasversale interezza, svincolando la scienza, che pur ha obiettivamente bisogno di finanziamenti e risorse per poter applicare le proprie teorie alla realtà e renderle una prassi, dal ricatto e dalla pressione di una New Economy che come un automatismo o un algoritmo riduce perfino la proprietà intellettuale di una scoperta a competenza da mettere all’asta per il miglior offerente. Che questo irreversibile processo possa essere invertito dall’ancoramento ad una dimensione interiore e intima dei sentimenti- a prescindere dal fatto che Fulvio sia realmente il padre biologico di Maria questa possibilità intensifica un avvicinamento e una comprensione, e una relativa, felice soluzione, anche rispetto alle rispettive polarità di principio sul destino della base- è il segno di un ottimismo e di un’utopia che delinea costantemente i contorni di questa fiaba umanista.
Se pensiamo al tema del precariato lavorativo enunciato da alcuni dei personaggi, preoccupati sia su un piano di valore di quello che stanno facendo per la società che del loro proprio status personale, c’è una curiosa affinità, e poi specularità, rispetto al bel film di Valerie Donzelli La mattina scrivo, di recente uscito: in quel caso è uno scrittore a dover fare i conti con il contrasto tra un mondo del lavoro tout court trasformato in un’ansiogena e nevrotica ricerca per tenere insieme gli slanci della creatività e le pressioni della sopravvivenza, i tempi e gli spazi di una crisi esistenziale con la rapidità di corrispondere alle esigenze di un mercato che chiede e non da valore, e che vorrebbe alienare l’emozione, la solidarietà, la relazione dalla capacità automatizzata e compulsiva di produrre prestazioni. Se il film di Donzelli è notturno, amaro, nomade nel suo spostarsi tra un realismo diretto, fisico e il quasi onirismo di una latente psicosi, Calamaro sceglie di contro la quasi favola per salvaguardare la sua stravagante e un po’ nevrotica eppure cosi accessibile e affettuosa Maria, interpretata con la solita bravura non gridata e non convenzionale da Barbara Ronchi.

Una simpatia che non riesce ad evitare ed ad escludere una certa impressione di evanescenza e di mancanza di affondo, in particolare nella descrizione degli altri personaggi della base che restano abbozzati e suggeriti, rendendo la rappresentazione, per quanto gioiosa, alquanto labile. Forse anche per aver caricato di troppe questioni la storia, inclusa la malattia degenerativa di cui soffre Fulvio (Silvio Orlando, ritornato alla tenerezza e all’attitudine paciosa dei primi personaggi, come in Auguri, Professore, 1997, di Riccardo Milani), la correlazione tra i vari elementi convince più su un piano di potenzialità che sull’effettiva tenuta dell’esecuzione. Soprattutto nella prima parte, non è ben messa a fuoco la direzione verso la quale si vuole procedere, e questo rischia di produrre una disaffezione, restando terminologicamente nell’ambito di un cinema dell’empatia e dell’affetto, verso le parti in commedia che vengono introdotte, anche se la capacità drammaturgica di Calamaro costruisce una progressione quasi impercettibile che riconquista, se non proprio la partecipazione entusiasta, attenzione e curiosità fino alla sorprendente immagine finale.
Magari perché il punto di vista è quello già attutito e criogenizzato di Maria, inevitabilmente un po’ distante, levigato, fallace che a tratti, però, riesce a mantenere lo slancio utopistico della figlia Futura di Lucio Dalla: Aspettiamo, senza paura, domani…
In anteprima nella sezione “Rosso di sera” al 17° Bif&st (Bari, 21-28 marzo 2026).
In sala dal 7 maggio 2026.
Antartica – Quasi una fiaba – Regia: Lucia Calamaro; sceneggiatura: Lucia Calamaro, Marco Pettenello; fotografia: Carlo Rinaldi; montaggio: Ilaria Fraioli; musica: Giorgio Giampà; interpreti: Silvio Orlando, Barbara Ronchi, Valentina Bellé, Simone Liberati, Lorenzo Balducci, Enrico Borello, Mario Russo, Angelo Spagnoletti, Stefano Rossi Giordani, Astrid Casali; produttore: Wildside, Indigo Film, Vision Distribution, con il contributo del Ministero della Cultura, con il sostegno di Europa Creativa; origine: Italia, 2026; durata: 93 min.; distribuzione: Vision Italia.
