Quello che si può comodamente definire come l’en plein dell’edizione 2026 dei David di Donatello, ovvero le otto statuette date a Le città di pianura, il secondo lungometraggio di Francesco Sossai (classe 1989) contiene al suo interno almeno quattro segnali che sarebbe auspicabile lasciassero delle tracce non episodiche.
Il primo segnale: le coproduzioni e quella che Alberto Arbasino chiamava la “gita a Chiasso” fanno molto bene al cinema italiano, Sossai ha studiato alla Scuola di Cinema di Berlino, dove ha imparato molto bene, con ogni evidenza, a scrivere e a girare.
Il secondo segnale: il cinema italiano deve avere il coraggio di osare, un azzardo che si può compiere anche soltanto limitandosi a recuperare, in modo originale, i generi, sia quelli della tradizione autoctona (la commedia all’italiana) sia quelli della tradizione internazionale, il road movie, il buddy movie. Un’operazione di recupero, sia detto fra parentesi, che contiene al suo interno anche la scelta – pressoché unica! – di girare in pellicola. Nella direzione di privilegiare i generi vanno letti anche i 2 David conferiti a La città proibita di Gabriele Mainetti.
Il terzo segnale: il cinema italiano deve essere in grado di raccontare, soprattutto nei film dotati di un soggetto originale, zone sconosciute, zone “non viste” dell’Italia, come ha ben detto Sergio Romano, che ha vinto il David come migliore attore, un interprete sessantenne che fin qui non era stato certamente valorizzato a sufficienza. Si ha un po’ la sensazione che i drammi borghesi di ambientazione (e lasciatemelo dire: anche di recitazione) romana che raccontano classe, conflitti, luoghi visti e rivisti dovrebbe cedere il passo alla narrazione non certo strapaesana della provincia. Insomma: i David a Le città di pianura costituiscono un importante esempio capace di coniugare sprovincializzazione con una nuova forma di racconto della provincia. A proposito di provincia: si veda anche il caso di Gioia mia di Margherita Spampinato, che ha vinto il premio come migliore regista esordiente, oltre a Aurora Quattrocchi, attrice principale che ha giustamente “battuto” attrici assolutamente egregie come Valeria Bruni Tedeschi o Valeria Golino, ma già viste e premiate e, soprattutto la prima, a costante rischio manierismo.

Il quarto segnale: sembrerebbe in crisi un certo paradigma che si potrebbe definire come “paradigma autoriale da esportazione”, ovvero quei pochi film (autori) che riescono/sono riusciti a approdare alla massima istanza di consacrazione autoriale che è il Festival di Cannes, penso a Paolo Sorrentino (14 candidature, ma, come diceva José Mourinho, zero tituli) e Mario Martone (8 candidature: 1 David a Matilda de Angelis).
Per finire: ottimi i quattro David a Primavera di Damiano Michieletto, tutti riconducibili alle tipiche caratteristiche del period film e del film musicale.
Bene anche il David, come miglior attore non protagonista, a Lino Musella, lo straordinario Giovanni Pandico in Portobello di Marco Bellocchio che essendo una mini-serie dovrà accontentarsi di un Nastro d’Argento.
