Fellinopolis

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Fra il 1976 e il 1986, il regista Ferruccio Castronuovo si trovava fra le quinte del più grande palcoscenico che l’essere umano sia mai stato in grado di allestire: stiamo parlando, ovviamente, di Federico Fellini e di quella bizzarra creatura mitologico-romantica ch’egli usava chiamare cinema. Disperso nel cosmo felicemente inquietante della “gente fellinia”, Ferruccio si comporta un po’ come farebbe un fanciullo che avesse avuto la fortuna di planare con la propria casa, così senza una spiegazione precisa, sulle lande saturate che circondano Oz.

Al centro del dipinto, Federico vaga da una contea all’altra, destreggiandosi fra navi artificiali, oceani di carta velina, grotteschi tendoni da circo nei quali si muovono innumerevoli creature dalle sembianze più stravaganti. “Maghi, incantatori, suggestionatori” – come direbbe una voce a noi nota – sono gli abitanti di questo interregno: per rimarcare la propria supremazia all’interno della memoria comune, il sottobosco di Cinecittà chiama a raccolta il suo popolo multiforme. Così, vecchi parrucchieri, suore irriverenti, polverosi aristocratici s’accalcano in una sorta d’insolito sanatorio cinematografico, sgomitando sulla cima di una montagna magica finalmente epurata dai morbi che la infestavano. Fellini fa questo effetto: i suoi incantamenti sono benefici, velano lo sguardo solo per aprirlo verso nuove frontiere, insegnandoci a leggere le carte del mondo.

Oggi, Silvia Giulietti riporta in vita le lucide allucinazioni documentate da Ferruccio in quei dieci anni fatali: Fellinopolis si muove sulla scia degli Special girati all’ombra di tre set storici – ovvero, quello formato da La città delle donne, E la nave va, nonché dal leggendario Ginger e Fred. Il lungometraggio è diviso in vari capitoli che seguono una cronologia tutta loro, scivolando sui fantasmi felliniani per antonomasia quali la maschera, l’opulento arcano femminile, l’inspiegabile sortilegio dell’esistenza umana, la provincia ricontestualizzata nel cuore della Capitale delle Capitali, la morte nella sua tragedia buffonesca da spettacolo di varietà. Le voci di Lina Wertmuller, Dante Ferretti, Maurizio Millenotti, Norma Giacchero evocano un torpore magico mai completamente dissoltosi, accarezzando e vezzeggiando lo strano rinoceronte che, da tempi preistorici, si nasconde nella stiva di ogni cinepresa. La pellicola non svela nulla di nuovo, eppure ogni volto nasconde in sé un enigma rimasto irrisolto: è la formula del Vaudeville, dell’universo simil-circense da cui la Settima Arte proviene. La fisiognomica fa da padrone e insieme tradisce le aspettative di chi osserva divertito; le figurine di cartapesta danzano disarticolate un tango noto e ignoto a qualsiasi spettatore di qualsiasi epoca storica.

Nel bel mezzo di questo “cerchio magico”, Federico si trasforma in continuazione e con una sfrontatezza talvolta perturbante: allegro dittatore, maestro elementare per scelta, Lucignolo per vocazione, filosofo e filologo, scienziato e veggente, amico e genio indomito, Fellini incarna il principio motore del racconto stesso, plasmando una macchina narrativa in grado di autoalimentarsi in eterno. Insomma, è come se Sherazade avesse deciso di tecnicizzare le sue proverbiali abilità retoriche, interpretando simultaneamente migliaia di ruoli. E infatti, Federico è ovunque: lo incontriamo nell’eccentrica beatitudine con la quale i personaggi si presentano alla platea, lo riconosciamo nel ghigno malinconico dei suoi amabili mostri, lo ascoltiamo nel silenzio di una periferia popolata soltanto da topi e roulotte abbandonate. È con bambinesca eccitazione che il compositore Nicola Piovani rievoca la malia esercitata dal regista su una banalissima notte di luna piena, spiegando come sia possibile ridipingere la realtà attraverso l’incognito. Così come il giornalista Orlando beve il latte del rinoceronte, anche il cinema si pasce delle medesime fantasie da cui esso si genera.

Federico traccia una vera e propria topografia dell’anima, puntando i riflettori sulla misera grandiosità che contraddistingue il genere umano. Lo sguardo di Castronuovo non racconta nulla che non sia già stato raccontato e, in fondo, il macrocosmo felliniano s’erge su questo singolare dogma: l’obiettivo rischiara l’inconscio, lo rende tangibile, lo forgia a sua immagine e somiglianza. Il sogno fa il resto, si basta in quanto tale, cita il mondo esterno solo per renderselo amico e ridisegnarne i contorni. In poche parole, ripetersi sempre per non ripetersi mai – i discepoli di Fellini, che trascendono da Fellini proprio perché ne hanno appreso i più profondi insegnamenti, lo sanno benissimo. Come direbbe sempre quella voce a noi nota, “la strada fatta là fuori è stata percorsa già”: vedremo dove la nostra capacità di osservare finirà per condurci.

In sala dal 10 giugno

 


Cast & Credits

Fellinopolis  – Regia: Silvia Giulietti; sceneggiatura: Silvia Giulietti; fotografia: Paolo Oreto, Jessica Giaconi; montaggio: Silvia Giulietti, Antonello Basso; interpreti: Lina Wertmuller, Nicola Piovani, Dante Ferretti, Maurizio Millenotti, Ferruccio Castronuovo, Norma Giacchero; produzione: iFrame; origine: Italia 2020; durata: 79’; distribuzione: Officine Ubu.

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