Shiva Baby

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La regista Emma Seligman

Avete presente quegli orribili eventi familiari in cui il clan, volente o nolente, è costretto a riunirsi e a celebrare la propria (sventurata) sopravvivenza su questo triste pianeta? Non vi è mai capitato d’addentrarvi in una di quelle vecchie case dall’odore un po’ stantio, appartenenti a chissà quale cugina di ottavo o decimo grado, che speravate d’aver confinato per sempre nell’oscurità del vostro inconscio? Ricordate la zia con cui litigate ogni Natale? E quel vecchio amico di famiglia al quale vuotereste in testa l’enorme ciotola degli aperitivi? E gli orrendi salatini che imbandiscono le tavole in un tripudio di pizzi ingialliti e maionese? Ebbene, questo è lo scenario in cui la giovanissima regista e sceneggiatrice Emma Seligman getta la sua improbabile eroina.

Shiva Baby nasce dall’omonimo cortometraggio che l’autrice canadese, tre anni or sono, trascina sul poliedrico palcoscenico del South By Southwest Film Festival, riuscendo a distinguersi in un ambiente in cui l’originalità si fa prassi e dovere – spesso rischiando di sfociare nella ridondanza. La cinepresa riprende le fila di quel tragicomico funerale ebraico (per l’appunto, Shiva) inaugurato nel 2018 e destinato ora a tramutarsi in una bizzarra farsa dai contorni semi-circensi. Davanti allo scenario dischiusosi intorno alla nostra piccola e (suo malgrado!) indifesa Danielle (Rachel Sennott), perfino Woody Allen arretrerebbe inorridito. Reduce dall’ennesima avventura consumata sul divano di un amante ricco e un po’ troppo adulto, la ragazza si presenta al rinfresco post mortem in compagnia dei genitori, indossando quell’aria scura e imbronciata tipica di un’adolescenza ormai protrattasi all’ultimo stadio. Non occorre un indovino per capire come andrà a finire: il grottesco richiama i suoi mostri, e così la povera Danielle si ritroverà di fronte a costellazioni tanto inaspettate quanto tristemente prevedibili.

Chi non vorreste mai incontrare ad una festa di questo genere? E perché proprio la vostra ex? Dunque, con la fatale ineluttabilità d’un fulmine a ciel sereno, siamo pronti ad accogliere Maya (Molly Gordon), amica d’infanzia e amore di una vita sfumato non si sa come nella sonnolenta entropia che domina gli anni universitari. Maya è bella, carismatica, realizzata – in una parola, insopportabile: lei studia giurisprudenza, mica come Danielle che indugia fantasticando su improbabili teorie del gender. Il sincero affetto che unisce le due giovani donne è da tempo defluito in un legame dai tratti morbosi e tossici: lo capiamo dal modo in cui Maya cerca la sua compagna solo per sminuirla, tradendo un’insicurezza di fondo talmente evidente da risvegliare in noi – e nella protagonista – sentimenti contrastanti. Ma non basta: Seligman getta nel calderone anche Max (Danny Deferrari), il classico tizio squallido ma inoffensivo con cui la nostra eroina s’intrattiene in cambio di denaro e che qui si prepara ad entrare in scena armato di moglie e pargolo. La situazione precipita e per Danielle sarà sempre più difficile districarsi in una rete costituita da aspettative puntualmente deluse, domande insidiose, rivelazioni da melodramma di quarta categoria. Sullo sfondo, le bocche dei parenti continuano a masticare salmone e insalata russa. Uno spettacolo ripugnante.

Pedinando la ragazza come fa il gatto col topo (o il prozio col nipote), la cinepresa mappa l’itinerario di un vertiginoso ottovolante emotivo che finisce per provocare tanto nei personaggi quanto nell’osservatore un’insopportabile sensazione di nausea e disorientamento. I volti si accalcano ovunque, biascicando invettive contradditorie come il classico “sei troppo magra”, accompagnato dal tradizionale “ti ricordi quando eri grassa?”, per non parlare dell’immancabile “dovresti seguire i tuoi sogni – e trovarti un vero lavoro.”

Ogni volta che qualcuno si avvicina l’obiettivo incespica, la vista s’intorbida, e una sgradevole litania vorrebbe spingerci a fuggire verso la prima uscita di sicurezza disponibile. Nella sua frustrazione esistenziale, nella sua ansia patologica, nei suoi infruttuosi tentativi di ricercare approvazione indossando maschere a lei strette (dall’ospite servizievole alla business woman emancipata), Danielle personifica un’intera generazione di outsider – ma non si tratta, in questo caso, di gioventù bruciata, né tantomeno di ribelli o di eversori potenzialmente pericolosi. No: Danielle è innocua, annoiata, cinica ed emotivamente instabile, non farebbe male a nessuno – ad esclusione, certo, di sé stessa. La solitudine, l’anonimato, l’apatia regnano sovrani, tolgono il fiato e impediscono alla protagonista di tracciare un ponte comunicativo con l’esterno, sbalzandola di ragnatela in ragnatela. A nulla servono le ingombranti reprimende materne, o la burlesca indifferenza ostentata dalla Santa Inquisizione parentale: da questo tunnel per ora non c’è via di fuga. Almeno, non finché saremo costretti, come le nostre marionette, a rientrare schiacciati l’uno all’altro nell’angusto e cigolante Van paterno.

In esclusiva su Mubi dall’11 giugno 2021 


Cast & Credits

Shiva Baby  – Regia: Emma Seligman; sceneggiatura: Emma Seligman; fotografia: Maria Rusche; montaggio: Hanna A. Park; interpreti: Rachel Sennott (Danielle), Molly Gordon (Maya), Danny Deferrari (Max), Polly Draper (Debbie), Fred Melamed (Joel), Dianna Agron (Kim Beckett), Jackie Hoffman (Susan), Cilda Shaur (Sheila), Glynis Bell (Katherine), Sondra James (Maureen), Deborah Offner (Ellie), Vivien Landau (Roz), Ariel Eliaz (Rabbi); produzione: Dimbo Pictures, It Doesn’t Suck Productions, Bad Mensch Productions, Thick Media, Neon Heart Productions; origine: USA, Canada 2020; durata: 77’.

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