Andando dove non so. Mauro Pagani, una vita da fuggiasco partecipa di un ambito assai rilevante nella 20° edizione della kermesse romana, quello che celebra il mondo della musica con una serie di proposte differenti e tutte diversamente appetitose. Dal ritratto del cantautore torinese Willie Peyote alla vicenda di un musicista israeliano sullo sfondo dell’orrore di Gaza; dal racconto intimo della caduta e riscatto di Giovanni Allevi alla commemorazione e del mito pop di Rino Gaetano prematuramente sottratto all’affetto dei suoi fans. E non solo: ad allietare i padiglioni auricolari dei cinefili accorsi nella Capitale, si succedono proiezioni su vita e opere di artisti come Stefano Bollani, Brunori Sas, Jeff Buckley, Lucio Corsi, etc. etc.
Andando dove non so. Mauro Pagani, una vita da fuggiasco – come si arguisce dal sottotitolo – è un doc che si propone di illustrare la biografia di un musicista eccezionale come Mauro Pagani, nato a Chiari in provincia di Brescia e divenuto celeberrimo soprattutto per aver fondato la PFM e per essere stato il sodale tra i più importanti di Fabrizio De André. Ma procediamo per ordine, ché la materia e vasta ed eterogenea.
Andando dove non so è il debutto dietro la macchina da presa di Cristiana Mainardi, giornalista, sceneggiatrice e produttrice italiana rigorosamente in quest’ordine. Infatti, dopo esser diventata professionista dell’Ordine, Cristiana inizia a delineare una carriera artistica tutta dentro la parte migliore della capitale morale: partecipa dello sviluppo digitale di due totem della cultura progressista meneghina come Smemoranda e Zelig; e successivamente collabora col cinema Anteo, di cui diviene responsabile della comunicazione e degli eventi speciali. Dalla collaborazione col tempio della cinefilia milanese, fondato nel 1979 da Lionello Cerri, scaturiscono spontaneamente fenomeni affini come il festival cinematografico Fuoricinema e la casa di produzione LUMIÈRE & CO.; in cui Mainardi presta idee e penna per realizzare Nome di donna e Un altro domani, con Marco Tullio Giordana e Silvio Soldini; e che produce insieme a Luce Cinecittà e in collaborazione con Rai Documentari anche il film in oggetto.
E Milano – la bella Milano, non quella trasformata in una piccola, brutta, copia di New York; e finita nelle pagine di giudiziaria e nei faldoni dei PM – è location e scaturigine di questa storia. A partire da Officine Meccaniche, metà studio di registrazione, metà etichetta discografica ricavata nel cuore dei Navigli da Pagani rilevando i gloriosi Studi Regson, e divenuto nel corso degli ultimi lustri un crocevia di talenti in cui è transitata la meglio gioventù della musica leggera italiana.
Letta l’autobiografia del musicista, Nove vite e dieci blues, Mainardi decide di trarne un docufilm, vincendo la pudica ritrosia del soggetto biografato; partendo da un dato apparentemente respingente: dopo un problema di salute, Pagani perde temporaneamente la memoria, che riesce a tener viva grazie alla musica (ricordate Max Gazzè: “Una musica può fare: salvarti sull’orlo del precipizio, quello che la musica può fare”). La neo-regista decide così di trasformare una possibile disabilità in cifra stilistica, adottando una sorta di “drammaturgia dell’amnesia”: rompe la linea temporale del racconto filologico e destruttura la cronologia della biografia dell’artista, intrecciando memoria personale e storia della musica, grazie anche al contributo flagrante della pletora di tanti colleghi divenuti amici, discepoli affezionati e riconoscenti: Manuel Agnelli, Giuliano Sangiorgi, Marco Mengoni, Badara Seck, Mahmood, Dori Ghezzi, Ligabue, Arisa, Ornella Vanoni e la compagna di vita Silvia Posa.
A queste testimonianze si somma la forza deflagrante del materiale d’archivio, gestito dalla regista con oculata empatia, assieme al montatore Matteo Mossi, che in questi casi diventa inevitabilmente una sorta di coautore del film (che emoziona ma – come accade spesso in operazioni simili – talvolta annaspa stancamente per accumulo). Testimonianze e reperti che qui finiscono per intonare una vera propria elegia nostalgica del come eravamo (“La mia generazione ha nostalgia ma non sa di cosa; forse di questo afflato di libertà che ha vissuto”. Dice a un certo punto Pagani, che aggiunge: “Ti ricordi il sogno ma ti sfuggono i particolari. Perché sul sogno avevamo costruito tutto: anche la musica”.). Una celebrazione (Celebration/ È festa è una traccia imprescindibile del canzoniere del primo Pagani), dalla cult-song Impressioni di settembre della Premiata Forneria Marconi con cui Pagani lavora per 7 anni e 4 LP, alle cover di King Crimson e Jethro Tull; dalla vita nelle comuni agli immancabili viaggi canori a Londra a seguito di Greg Lake degli Emerson Lake & Palmer. Tra aneddoti e dialoghi, spezzoni e ricordi più o meno sbiaditi; si snocciola il rosario di una vita speciale, fino a incontrare la vetta forse più elevata della produzione musicale del nostro: la collaborazione col più colto dei nostri cantautori, Fabrizio De André, incorniciata dalla realizzazione di due capolavori: Crêuza de Mä del 1984 e Le nuvole del 1990.
Ne emerge il ritratto di un artista complesso e sensibile (“lui è solo sentimento – dice Silvia Posa, l’inseparabile compagna – non ha mai staccato il cuore dalla testa”), insieme schivo e vitale; accompagnato sin dalla età più tenera da una sorta di Doppelgänger, un doppio\sosia\alter ego che lo ha preso e portato via, e che gli ha permesso di rifuggire la routine e di reinventarsi continuamente (ci vuole coraggio a lasciare la PFM all’acme del successo senza specularci recitando sempre il medesimo spartito). “Perché se non cambi, muori”; dice Pagani, che oltre a padroneggiare le sette note ha coltivato buone letture tanto che se non fosse stato il polistrumentista\produttore\arrangiatore\direttore artistico che è stato avrebbe probabilmente insegnato.
Quel doppio che Mauro ha sempre chiamato il Fuggiasco, che da il sottotitolo al film.
CREDITS & CAST Andando dove non so. Mauro Pagani, una vita da fuggiasco – Regia: Cristiana Mainardi; sceneggiatura: Cristiana Mainardi; interpreti: Mauro Pagani, Manuel Agnelli, Giuliano Sangiorgi, Marco Mengoni, Badara Seck, Mahmood, Dori Ghezzi, Ligabue, Arisa, Ornella Vanoni, Silvia Posa; fotografia: Sabina Bologna; montaggio: Matteo Mossi; produzione: Lumière & Co. e Luce Cinecittà in collaborazione con Rai Documentari; origine: Italia, 2025; durata: 96’; distribuzione: Fandango.
