Festa del cinema di Roma 2025: Queens of The Dead di Tina Romero (Freestyle)


Omaggiare i padri e stigmatizzare apertamente l’importanza e l’influenza che hanno avuto sull’immaginario dei figli è forse un modo più diretto ed onesto di dichiarare la propria appartenenza genealogica, nono rinunciando alla scelta di battere altre piste e di prendere altre direzioni. Tina Romero, la figlia di George,  esordisce nella regia con un horror, senza però evitare il peso del confronto con la marcante eredità del celebre genitore. Fin nel titolo, Queens of the Dead, ricolloca la saga dei morti viventi cominciata nel 1968 , non mettendola nel flusso ciclico di notte, albe e tramonti, ma in una più attuale, ed esplicitamente sentita dalla regista/sceneggiatrice, declinazione di genere. Il contesto è quello della variegata comunità LGBTQI+ in numerose delle sue varianti identitarie (non binarismo, omosessualità maschile e femminile, transessualità) che, a partire dall’organizzazione di una festa drag in una discoteca di Brooklyn (accogliente e accessibile luogo di intersezione etnica, sessuale e sociale sulla falsariga delle ball newyorchesi, più che elitario ed esclusivo club), si trova improvvisamente a dover ad affrontare un esercito di famelici resuscitati, inclusi molti dei loro stessi amici, prodotto da una qualche forma di contagio (ignota maledizione di origine trascendentale?  virus fuoriuscito da un laboratorio?). Il tono è meno drammatico, cruento, realista, seppur attraversato da una vena satirica e paradossale, di quello delle opere di Romero senior; basti pensare all’incipit di Zombie, che assomigliava, nel pathos e nel ritmo serrato, a un reportage in presa diretta su un’invasione dall’interno, visto che i mostri avevano le sembianze e le facce delle persone vicine ed amate, deflagrata e poi contenuta nelle forme di una repressione, una segregazione, una guerriglia urbana con l’esercito impiegato a distinguere in quella follia tra gli umani e i non più umani.

Romero jr. opta invece per la variante da situation comedy dove contano le relazioni e i legami affettivi delle famiglie queer, derivate proprio dalla sottocultura delle menzionate ball nate negli anni’ 80, con una commistione tra la rimessa in scena di una sfilata di moda, le performance musicali in playback sugli atteggiamenti e i costumi del divismo femminile cinematografico e musicale, e i contest tra le regine madri e le loro figlie e figli delle rispettive case. Un mondo sotterraneo, notturno ed entusiasmante, ben descritto e ricostruito da Pose, la serie Netflix  ideata e prodotta da Ryan Murphy, del cui cast Romero prende per il suo film una delle protagoniste più emblematiche, Dominique Jackson. L’elemento fantastico e orrorifico si introduce dunque in un conteso chiuso e delimitato, in quanto, a parte la discoteca e l’ospedale dove lavora come infermiera Lizzy, la compagnia di Dre , proprietaria del locale, la città, la politica, le istituzioni rimangono fuori campo, a parte l’inizio, simpaticamente dissacrante, in  una chiesa che dà il via alle danze macabre. La critica al sistema gerarchico e verticale che esplode e applica con ancora più violenza e determinazione il proprio potere di fronte all’apparizione di un evento imprevedibile e incontrollabile si perde dentro un impianto che assume progressivamente una valenza simbolica e funzionale alle intenzioni dell’autrice: esplorare i sentimenti e i valori che tengono insieme una comunità non compromessa o legata dal legame di affiliazione sanguigna, ma da un ben più doloroso e complesso processo di autoaffermazione. Il palco non è solo  un veicolo per essere visti e celebrati, ma il campo per confrontarsi con le proprie paure e le proprie potenzialità, i fallimenti ed i trionfi, le morti e le rinascite. E la scena di un rito pagano di riappropiazione di un corpo e di una voce non conformi, anche se gli avversari questa volta non sono i conformisti della decenza e del decoro, o gli estremisti dei precetti religiosi;  l’ostacolo sono i demoni interiori che impediscono di dire la verità su se stessi alle persone più prossime, prima che una minaccia esterna ne metta a rischio l’esistenza o ne converta addirittura i connotati e le intenzioni, trasformando i compagni di una vita in mostri da abbattere.

L’eroina del film è dunque Sam, corpulento gay che fa l’infermiere nello stesso ospedale di Lizzie e che da un certo punto in poi non ha più avuto il coraggio di vivere fino in fondo la sua alternativa identità drag. Il suo ritorno in scena e in costume, accompagnato e sostenuto da un eterogeneo gruppo di improvvisati “super eroi”,  rappresenta dunque il trionfo dell’affetto, della solidarietà e del sostegno contro la disumanizzazione di una iper-realtà controllata e lobotomizzata, ancor prima che da qualche morbo zombie, dagli input sonori e visuali proveniente dai dispositivi mobili che sono diventate a tutti gli effetti le protesi automatizzate dei sogni e di bisogni comuni. Nel film non c’è però un cosi sfacciato e pedante moralismo sulle generazione ridotte a cadaveri imbambolati e danzanti, con un’immagine che sembra la versione 3.0 di Thriller, l’epocale videoclip di Michael Jackson diretto da John Landis, nel quale la disco music si materializzava nello stile scattoso e urbano della break dance e nel design trasfigurato dal rassicurante noto al perturbante irriconoscibile del cinema horror (tra l’altro un molto esplicito e spaventevole B Movie). Lo spettacolo è molto divertente, rutilante, tenuto in piedi con un certa fermezza nonostante l’impianto sgangherato e ipertrofico. Certo, non si tratta di un’elaborazione cosi originale, profonda e filologica, magari per destrutturarne o riformularne i sensi e le prospettive, del lavoro di Romero, che al contrario era stato profondamente innovativo e sconcertante nel mettere in evidenza il fattore politico, che riguarda la messa in atto del potere e del controllo in primis sui corpi, in un genere fino a quel tempo relegato a fare intrattenimento sulla basica emozione della paura.

Qui ci troviamo di fronte a un divertissement che provoca qualche sorriso e nessuno spavento, con la sensazione, anzi, che crei intenzionalmente delle aspettative per poi disilluderle, come la scena di uno dei personaggi ucciso da un morto vivente, il cui cadavere viene chiuso in un frigorifero, nell’attesa che a un certo punto resusciti e cominci ad attaccare i suoi ormai ex amici. Quel momento in realtà non arriva mai nonostante sia suggerito dalla percezione sonora di un rumore minaccioso. A parte queste piccole attenzioni, Romero jr. non si preoccupa di andare per il sottile, è la costruzione del racconto procede, prevedibilmente, tra discorsi di incoraggiamento, battute al fulmicotone di un repertorio anche vagamente abusato ( chissà se le persone trans sono stanche di essere descritte come “bitches” con la battuta cinica sempre a portata di parola e di gesto), la vittoria dei buoni sentimenti contro una realtà gettata nel caos del cannibalismo nonsense, una condizione  troppo presto accantonata e troppo poco esplorata a favore della promozione di tesi e messaggi edificanti. Ma bisogna sapersi far bastare anche una sola visione, peraltro piena di promesse e possibilità: quella che canta Chappell Roan, pop star queer in modo dichiarato e militante, nel suo pezzo Pink Pony Club: “So che c’è un luogo speciale, dove i ragazzi e le ragazze possono essere regine, ogni giorno”.


Queens of the DeadRegia: Tina Romero; sceneggiatura: Tina Romero, Erin Judge; musica: Blitz/Berlin; interpreti: Katy O’Brian, Jaquel Spivey, Riki Lindhome, Jack Haven, Cheyenne Jackson; produzione: Independent Film Company, Shudder; origine: USA, 2025; durata: 99 minuti.

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