
La grande quantità di immagini che vengono prodotte da chiunque possieda un apparecchio digitale sembra essere finalizzata, in questo scorcio di contemporaneità ormai derivativa del post moderno, alla promozione e all’ (auto) narrazione del sé, che non è più possibile distinguere sulla linea di confine tra ciò che è vero e ciò che è falso. Tra l’altro, lo stringente e attuale momento storico, tra emergenze sanitarie e derive guerrafondaie, ha generato un racconto audiovisivo degli eventi drammatici in corso e in presa diretta minacciato dal rischio di un protagonismo individualista dei soggetti, dove la compulsione a mostrarsi rischia di fagocitare la necessità di mostrare e testimoniare. Rispetto a delle questioni così cogenti sul rapporto tra rappresentazione e soggetto, risulta dunque emblematico e al tempo stesso fuori dal tempo il protagonista di I Am Curious Johnny, diretto da un cineasta attratto dalla storie eccentriche e fuori dal comune come Julien Temple: Jean “Johnny” Pigozzi, cosmopolita ereditiero di origine italo-francese ( il padre era un magnate dell’industria automobilistica), è infatti l’esempio ambulante di un’esistenza diluita ante litteram nell’apparenza, nella superficie, nella volontà di affermarsi attraverso il possesso delle cose, delle persone e delle immagini stesse.
Cresciuto nel segno di un’insicurezza che si è riflessa in primis sul corpo massiccio e goffo e su un volto dai lineamenti non canonici, sotto oltretutto la rigida educazione, e svalutazione, di un patriarca, Johnny non reagisce diventando antagonista o alternativo all’avanzamento del sistema nel quale è nato e si è formato. Vuole invece essere accettato e amato, confondendo più o meno volontariamente l’orizzontalità del significato del primo termine con la verticalità del secondo, da quel macrocosmo che più di ogni altro possiede e produce, offre e richiede, occhi per guardare, compiacere, esaltare e elettrizzare la persona proiettata sulla scena pubblica: la società dello spettacolo che fa assurgere a sua putativa casa e famiglia, all’interno del quale poter inventarsi un’identità e costruire una posizione. Il paradigma di questo processo può essere sintetizzato in un’unica azione: ridimensionare o sostituire completamente il fare, seppur qualsiasi cosa, con l’esserci in quanto (onni) presenza, un presupposto introdotto e ribadito a più riprese dell’incipit di questo film. Johnny, nomignolo già più ammiccante, familiare e internazionale dell’aristocratico e distaccato francofono Jean, in piena pandemia sfrutta al massimo, chiarendo già la sua capacità neocapitalista di utilizzare le risorse, la piattaforma zoom per contattare amici e conoscenti. Ma l’attivazione di questa rete di rapporti instaurati e coltivati nel corso del tempo non ha tanto la funzione di mettersi in ascolto e in mutuo sostegno in un periodo di solitudine e di dolore. Il nostro curioso Johnny vuole raccontare la propria vita e vuole che gli altri, tra cui spiccano famous guest stars come Michael Douglas e Mick Jagger, ne siano i compiacenti testimoni e stimolatori di ricordi, circostanze, avvenimenti. Un gesto sommamente autoreferenziale insomma, che ne presenta le priorità ed le esigenze. La sua vita adulta è stata in fondo il tentativo di riscatto da un’infanzia e da un’adolescenza di predestinato loser ( in particolare con le ragazze ), di ragazzo qualunque senza particolari talenti e che , proprio di questa assenza di talenti, ha fatto il proprio marchio di riconoscimento; l’inoffensiva e rassicurante rappresentazione di una faccia da cucciolo smarrito che seduce nel segno di una pachidermica staticità e di una trasversalità verso il lato più indolente e frivolo delle celebrities. Dentro la bolla che si è costruito, amplificata dalla simultaneità delle webcam che si collegano ad goni suo chiamata online, sembra non esserci spazio per la sofferenza, il negativo, la bruttezza di un mondo che nei decenni attraversati da Johnny, a partire dagli infuocati anni ’70, ne ha viste di ferite e di ammaccature, di scontri e di contestazioni, di cambiamenti epocali che hanno riguardato non solo gli individui, ma proprio le comunità.

Il ragazzotto imbranato sceglie invece di improvvisarsi playboy del jet set, delle feste esclusive, delle ville con piscina costruite a immagine e somiglianza dei loro padroni, o quantomeno del desiderio di ostentazione lussuosa della loro rampante ambizione. Della frastagliata miriade di attività che Johnny svolge, l’unica che ha un fondamento, per quanto relativo, è quella di collezionista e gallerista d’arte, anche se pure quest’ultima scaturisce da un incontro “iconico” ( si legga questo aggettivo con l’accezione abusata e logora che se ne fa nel presente…) con Andy Warhol e la pop art, declinata in chiave etnica e folkloristica. La scoperta e l’importazione delle opere di un artista africano di cui si invaghisce dopo averle in scena in uno spettacolo teatrale, non comporta altresì un vero studio e una vera ricerca, a cominciare dal recarsi in Africa e approfondirne le radici e la cultura. Ogni considerazione è ricondotta a un gusto, un’impressione, un capriccio e la strumentalità di trasformare, magari accidentalmente, qualsiasi cosa- a prescindere dal discutibile valore estetico- in franchise, merce, fatturato. Se tali sono le implicazioni della storia di questo improvvisato mecenate sornione, con un’ inquietante strizzatina d’occhio alla tracotante grandeuer di Trump ed Elon Musk, le ragioni sul perché e soprattutto sul come Temple ne abbia fatto un film sono da indagare e probabilmente non da comprendere. Portavoce di quella sessione temporale della storia inglese che va dalla scheggia impazzita del punk ( il futuro non scritto dei Sex Pistols) fino ai primi fremiti pop della post modernità (che non ricorda Absolute Begginers, musical tra la patina vintage fine anni ‘50 del preludio alla swinging London e le convenzioni estetiche e ritmiche dei videoclip anni ’80), il cineasta britannico ha scelto di raccontare un soggetto che di quel periodo non ha preso l’audacia ribelle e urbana; al contrario a prevalere è un aspetto di conservazione e di tradizione molto maschile, incluso l’annesso infantilismo di fondo di chi vuole giocare e controllare la realtà a suo piacimento, e da un posizione di privilegio, invece di buttarcisi dentro e sentirne sulla pelle l’entusiasmo e le contraddizioni. Una programmatica follia egotica che raggiunge l’apoteosi con le conversazioni tra Johnny e il doppio di sé stesso che lo intervista, e, ancora più disturbante e irritante, con quelle tra Johnny con il padre defunto e con la sua versione bambina, entrambi realizzati con l’intelligenza artificiale (che significa avallarne l’ uso e l’ abuso in funzione manipolatoria).

Purtroppo, almeno all’apparenza, Temple si sintonizza sulla frequenza celebrativa di Johnny, glissando o ancor peggio mettendo i suoi comportamenti sotto un’aura di goliardica e canagliesca simpatica. Dall’altro canto, però, c’è una sottile ironia e una dissacrazione di questo ritratto edulcorato, intellegibile nelle battute (non passa inosservato il fatto che non sia mai andato in Africa pur avendo contribuito a diffonderne una produzione artistica comunque molto occidentalizzata) e in qualche immagine, come l’auto-ripresa subacquea nella piscina con idromassaggio, talmente ripiegata su se stessa da risultare insostenibile; la rappresentazione di un tutto pieno di sé che gira nell’immensità di un tutto vuoto. Il dubbio che ciò abbia a che fare con una messa in discussione dello status quo resta, come anche la trasparenza del dispositivo che espone questo caso. Tornando alla società dello spettacolo, potremmo chiudere con una basica citazione del testo Guy Debord: “Lo spettacolo non è un insieme di immagini, ma un rapporto sociale fra individui, mediato dalle immagini”. Per chi, come Johnny, ha fatto del selfie ante litteram la modalità per lasciare traccia dei propri incontri, è la risultanza di un tragico resoconto dietro l’impatto edulcorato della celebrazione. Un’esistenza parcellizzata nelle micro durate di uno scatto e di una digitazione, fino a compiere, sempre debordianiamente, il consumistico e luttuoso processo dell’inversione della vita.
I Am Curious Johnny – Regia: Julien Temple; fotografia: Violetta D’Agata; montaggio: Caroline Richards; musica: Jc Carroll; interpreti: Jean Johnny Pigozzi, Michael Douglas, Mick Jagger, Diane von Furstenberg, Graydon Carter, Jann Wenner; produttore: Jeremy Thomas, P.J. van Sandwijk; origine: Regno Unito/ Francia/ Usa, 2025; durata: 100 minuti.
