Margini di Niccolò Falsetti

  • Voto
3.5

All’avanguardia spetta l’assalto glorioso, al corpo dell’esercito la battaglia, quella vera, alla retroguardia l’attacco riparatorio, furioso e disperato. Nell’antichità la retroguardia era composta da uomini esperti, questa retroguardia è invece fanciulla: realisti abbastanza per ammettere che lo scontro è perso, altrettanto sognatori per negarlo e illudersi, e così continuare a combattere. Per gli altri? No, per se stessi, ribelli, per ciò che sono, rassegnati, e al contempo non saranno mai, vincitori.
Margini  (passato nella “Settimana della critica” di Venezia), per la regia di Niccolò Falsetti, racconta di una generazione, millennials, che si trova tanto ai margini, spaziali e temporali, da risultare margine essa stessa: adulti persi per strada che alla vita di provincia non si abituano, alla vita contemporanea men che meno e così continuano sognare. Con rabbia, incapaci o forse infine capaci di darsi a un’onesta autodistruzione.

Michele (Francesco Turbanti), Edoardo (Emanuele Linfatti), Iacopo (Matteo Creatini) sono tre ragazzi nella Grosseto del 2008. Padre di famiglia il primo, ragazzo dai calzoncini corti cresta, vans ai piedi il secondo, orchestrale in attesa della chiamata dal celebre pianista e direttore d’orchestra Daniel Barenboim il terzo. Condividono una passione: il punk, o meglio l’hardcore. O come la chiama il presentatore dell’ennesima sagra a cui sono chiamati: il rumore, una musica rumorosa, l’arcò, e due cartelle della tombola a pagare il concerto. Dopotutto, che possono aspettarsi? Il nome del loro gruppo è Waiting for nothing, esplicativo di una stazione della vita e di un mondo, quello di provincia, che si trova sempre a due ore da tutto, da Firenze Pisa Roma. Almeno finché non arriva la chiamata, quella chiamata. I Defense, famoso gruppo americano hardcore, li vogliono ad aprire il loro concerto a Bologna? Sì, e poi no, e allora tocca a loro fare la chiamata: se Grosseto non può andare dai Defence, saranno i Defense a venire a Grosseto.

Tra Mosca e Boston i Defense passerebbero da Grosseto. È un sogno che rischia di divenire realtà e nel divenirlo portarsi con sé tutto quel carico di problemi che i sogni trainati al suolo comportano. C’è un luogo da trovare, e l’Eden, il locale del patrigno di Edoardo, non sembra quello giusto, c’è l’attrezzatura per il concerto da affittare, e il fornitore di turno li ha appena cacciati dal garage in cui suonavano, c’è un evento da sponsorizzare, e a Grosseto le attenzioni del comune sono tutte per la rievocazione storica in corso.
Eppure un sogno è un sogno, e quando si giunge al momento di pagare sei biglietti da Mosca per Grosseto, allora è necessario essere pronti alla realtà e accettarne le ricadute, sacrificare cose. Per esempio, l’amicizia.

Niccolò Falsetti e Francesco Turbanti firmano una pellicola fatta con i sacri crismi. I tre personaggi principali sono definiti e credibili, le dinamiche che li intrecciano pure, e gli attori fanno un ottimo lavoro con l’aggiunta di una perfetta Silvia D’Amico a rinforzo.
La regia non si ritaglia un ruolo da protagonista, preferisce mettersi a disposizione dell’umore dei personaggi principali e il film assume una direzione di commedia fredda che è utile per non cadere nel ridereccio gratuito e rendere credibile quella rabbia a perdere che anima i personaggi. La comicità sull’immobilità italiana viene spessa gettata a piene mani, eppure in Margini non è denaro spiccio: l’Italia non è un paese per giovani, ok, ma neppure per medio giovani, né per maturi, ma allora, per chi è? Se lo chiedono loro, loro che alla fine vogliono solo suonare e organizzare un concerto, e un centro anziani è il solo posto che trovano. Ma sono veramente solo loro a domandarselo?

In concorso a Venezia, nella Settimana dalla Critica, Margini rischierebbe di passare come un film di nicchia, e in effetti lo è, ma non (solo) per i punkettari nostalgici, bensì di nicchia per un’intera generazione, quella dei nati tra gli anni ’80 e inizio 2000 che da anni parla già da un altro margine, quello romano di Zero Calcare.

L’artista di Rebibbia firma il manifesto del supposto concerto (e pure un audio infilato tra le pieghe del film), e sua è la visione che l’intero film condivide e cerica di rilanciare: una generazione di ribelli sconfitti e sognatori svegli che nella rabbia della musica (hardcore/punk) e nei sogni irrealizzati porta il desiderio di una società non domata e capace di ascoltare i suoi figli. Figli che per farsi sentire hanno allora bisogno di fare… rumore, chiusi in garage o in festival per proseliti, e altro non hanno avuto lo spazio né il coraggio di fare. E allora, a quello, un concerto e sogno, pertiene tutto il valore che si danno alle briciole di pane sociale, in carestia.

Così laggiù, sul fondo, campeggia la questura, edificio solido e stabile, e qua, in primo piano, verso una mdp mossa, avanzano loro, dinoccolati e instabili, i protagonisti. Dietro o davanti c’è un sogno e, per una volta, tanta, tanta terra bruciata. Cara e onesta autodistruzione.

In sala dall’8 settembre.


Margini – regia: Niccolò Falsetti; sceneggiatura Niccolò Falsetti, Francesco Turbanti, Tommaso Renzoni; Alessandro Veridiani; fotografia: Alessandro Veridiani; montaggio: Stefano De Marco, Roberto Di Tanna; scenografia: Vito Giuseppe Zito; costumi: Ginevra De Carolis; musica: Alessandro Pieravanti; interpreti: Francesco Turbanti, Emanuele Linfatti, Matteo Creatini, Silvia D’Amico, Nicola Rignanese, Paolo Cioni, Aurora Malianni, Valentina Carnelutti; produzione: Dispàrte, Manetti Bros. Film, Rai Cinema; origine: Italia, 2022; durata: 91’; distribuzione: Fandango.

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