Following di Christopher Nolan

Following, l’opera prima di Christopher Nolan che possiamo finalmente vedere in tutta la sua essenza noir nella dimensione da grande schermo (uscirà in sala il 23 agosto, lo stesso giorno di Oppenheimer, ultima opera del regista britannico)  traccia già delle linee molto precise rispetto a quella che sarà l’evoluzione e l’esplosione della poetica uno dei più innovativi cineasti emersi tra la fine di un secolo e l’inizio di un altro. E lo spazio e il tempo sono le coordinate di una mappatura frammentata di significati ed estesa di significanti che, prima dei budget milionari , decostruivano una trama ridotta all’osso: un uomo che segue un altro uomo, una situazione basica che genera poi una serie di situazioni, capovolgimenti e punti di fuga intorno al nucleo centrale della storia, per cui solo alla fine si riesce a ricostruire un senso che rimane comunque ridefinibile e ridecifrabile.

Una delle questioni fondamentali sembra essere, da subito, l’identità: vediamo un individuo senza nome, probabilmente un aspirante scrittore disoccupato sui venticinque anni, che pedina perfetti sconosciuti per capirne le abitudini, intuirne le intenzioni, immaginarne l’esistenza come potenziale materiale letterario. Ma c’è in questo suo andare dietro alle persone emerse come figure in rilievo dall’anonimato urbano, volti nella folla che acquistano una loro tridimensionalità individuale, qualcosa di straniante, che disorienta più che orientare, in quanto l’uomo sta raccontando a qualcuno ciò che gli è accaduto, anche se quello che vediamo non è un andamento lineare e cronologico ma la scomposizione narrativa di chi sta facendo protagonista della propria storia: mentre la sua voce narrante parla, lo osserviamo infatti in momenti differenti con la barba, i capelli lunghi e trasandato, poi elegantemente vestito e curato che cerca di sedurre una donna in un bar , e poi ancora con il volto tumefatto che si appresta ad eseguire un furto.

E questi frammenti che si muovono  in parallelo, non tanto con  in avanti e indietro tra passato, presente e futuro, quanto con una convivenza simultanea , restituiscono la quadratura del cerchio: durante uno di questi pedinamenti l’uomo entra in contatto con un piccolo ladro di appartamenti che si accorge di lui e ne sfrutta in maniera manipolatoria la morbosa curiosità.  Lo convince così  a diventare suo complice nel penetrare dentro le case altrui (in inglese “breaking and entering”), con il primario soddisfacimento del compulsivo desiderio di insinuarsi nelle vite degli inquilini di quelle abitazioni all’apparenza anonime e simili ( siamo per le strade e tra i palazzi della Londra borghese) e di impadronirsi di oggetti superflui e di poco valore, ma inerenti alla dimensione più intima e personale dell’ignaro derubato. Come se ci fosse la precisa volontà di lasciare un’impronta  del proprio passaggio, attraverso il mostrare ciò che si possiede sottraendolo(secondo la filosofia di Cobb, il mellifluo scassinatore ).Questo processo viene metalinguisticamente messo in atto dalla regia di Nolan che, in un desaturato bianco e nero, si focalizza su delle azioni e dei gesti dei quali procrastina, nella dilatazione temporale, la loro effettiva compiutezza, per cui continuiamo a chiederci durante tutta la durata del film cosa sia successo prima o dopo, privati di quei riferimenti percettivi che ci dicono il come, il cosa e il quando. Si crea una vibrante, e anche divertente, tensione tra il limite di ciò che viene sottratto o rimandato come informazione e la possibilità, in qualche modo, di immaginarlo e prevederlo, con una disposizione e una disponibilità che, da questo momento in poi, il cinema di Nolan sempre conterrà in sé, mettendo in discussione il funzionale e convenzionale didascalismo del cinema di genere hollywoodiano. Lo stesso assunto, la tesi per la quale ogni forma di pedinamento comporta un coinvolgimento soggettivo di chi lo mette in atto e la prospettiva del soggetto che osserva e controlla può essere sempre capovolta in quella di un soggetto osservato e controllato, pur diluita in una certa atmosfera astratta ( i corpi di Nolan rimangono sempre un po evanescenti e freddi, quasi distaccati da un aspetto più pulsionale ed istintivo),non è mai appesantita o rallentata da una facile ricerca di immagini simboliche o evocative; c’è anzi una secchezza stilistica, un’ immediatezza da qui ed ora moltiplicata per le divergenti schegge impazzite di una mente nevrotica Everything, Everywhere All at once, paradossalmente  vicina a un realismo quasi documentaristico, da free cinema girato per le vie di Covent Garden, pur con un sublimato sentimento di sospensione spazio-temporale ( potrebbe essere una qualsiasi metropoli occidentale in un qualsiasi momento della contemporaneità).

Al contrario di un film successivo che ha delle similitudine rispetto alla storia raccontata in Following, Ferro 3 di Kim ki-duk (2004) , dove un giovane senza fissa dimora abitava delle case temporaneamente disabitate e arrivava ad identificarsi con lo spiritus loci dei luoghi fino ad esserne un’ intrinseca presenza visibile o invisibile nel segno di una desiderante e quasi metafisica autodeterminazione, i personaggi nolaniani si perdono sempre di più in una spirale di inganni, ricatti e ribaltamenti e nessun angolo, nessun anfratto o terrazza di un edificio possono nasconderne la precarietà, svelandone al contempo la fragilità, l’emersa marginalità agli occhi non di una sposa infelicemente maritata alla ricerca di una neanche troppo metaforica evasione  ( come avveniva in Ferro 3), ma di un enigmatico ispettore di polizia. Quest’ultimo a sua volta non è presenta come rappresentante di un’ istituzione minacciosa o repressiva, ma quasi come un riflesso psicoanalitico della (falsa) coscienza del protagonista- tant’è che l’interrogatorio/confessione avviene nella più cospicua semioscurità di una stanza indeterminata, il non luogo di espiazione e smarrimento, ma anche il work in progress della riformulazione del senso di ciò che è accaduto  ( e il film si chiude comunque con un attonito interrogativo dello scrittore-ladro sul perché tutto questo sia potuto succedere, domanda che, ampliata dal detonatore della Storia, ritroveremo anche in Oppenheimer).

Eppure , proprio nell’impotenza di non riuscire a riconoscere la differenza tra uno spazio vissuto e uno spazio immaginato , rimane il sottile dubbio che si sia trattato di  una proiezione psicotica del protagonista, polanskiano inquilino di un terzo piano sempre più dematerializzato dalla vacuità di un movimento che si avvita su se stesso, un folllowing che è uno girare a vuoto fino a rimanere nella trappola dei propri pensieri.

Perimetrali e spettrali gabbie di fantasmi e proiezioni blanc et noir dalle quali alcune delle più significative opere del cinema anglo americano quegli cercavo di evadere, di rompere la barriere di un autismo audio visivo e stabilire una connessione con la realtà, venendo a patti con una rappresentazione tra lucida e puntuale osservazioni di fenomeni e comportamenti e un trasfigurante, allucinato iperrealismo . E pensiamo ad opere anche estremamente differenti tra loro come Pi greco- il teorema del delirio (1999) di Darren Aronofsky e Marathon- enigma a Manhattan (2002) di Amir Naderi , accomunate dal declinare l’ossessione psicotica in un andirivieni con la pratica di una logorante esperienza fisica e mentale (Aronofsky più chiuso nel costrutto di un microcosmo di insondabili sovrastrutture, Naderi aperto a una contaminazione sensoriale con un ambiente in perpetua mutuazione e rivelazione esperienziale).

In Following, resta il girovagare alla ricerca del sé e di un altro sé di quel ragazzo innominato, espressione di una generazione X affamata di parole con cui chiamarsi e richiamarsi,  che cominciava a fare i conti con le fratture e il disincanto di un mondo senza pietà.

In anteprima a Roma, Milano e Torino dal 17 agosto. Uscita nazionale il 23 agosto 2023 


Following  – Regia, sceneggiatura e fotografia: Christopher Nolan; montaggio: Gareth Heal, Christopher Nolan; musiche: David Julyan; interpreti: Jeremy Theobald, Alex Haw, Lucy Russell, John Nolan, Dick Bradsell, Gillian El-Khai; produzione: Christopher Nolan, Jeremy Theobald, Emma Thomas; origine: Gran Bretagna, 1998; durata: 70′ minuti; distribuzione: Movie Inspired.

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