Frammenti di un percorso amoroso di Chloé Barreau

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È un film che suscita di continuo, quasi da un secondo all’altro, reazioni alquanto controverse, ammirazione e irritazione, quello girato da Chloé Barreau, il suo secondo, autobiografico quanto il primo. S’intitolava, il primo, La faute à mon père, in italiano La colpa di mio padre, era uscito 11 anni fa e riguardava i genitori di Chloé, soprattutto il padre, un ex prete che sposando un’infermiera aveva suscitato uno scandalo di cui nella Francia dei primi anni ’70 avevano parlato i giornali. Da quella storia d’amore era poi nata, nel 1976, la regista. Il film, accolto e premiato al Biografilmfestival di Bologna, era stato anche distribuito in Italia. Adesso 11 anni dopo, utilizzando una metodologia non diversissima, che mette insieme le due più grandi passioni di Chloé, ovvero l’amore e il documento, la regista si è posta in testa di dar vita a un racconto a più voci che riguarda la sua storia sentimentale, o quanto meno parte di essa. I documenti c’erano già e quantitativamente numerosissimi, essendo l’autrice pervasa da un’autentica ossessione documentale, in particolare scopica, soprattutto fotografie e home movies. Sembra che non ci sia micro-evento della sua vita amorosa che Chloé non abbia provveduto a riprendere, filmare, documentare. Per carità: grande merito ma anche – se mi fossi trovato nella condizione di uno dei suoi amanti – grande fastidio di essere costantemente guardata attraverso un obiettivo (e si sa che chi guarda attraverso un obiettivo rischia talvolta di far fatica a guardare direttamente) di doversi, in qualche misura, sempre mettere in posa.

Partendo da questa base, da questa ossessione archivistica, l’idea del film (passato nelle Notti veneziane in anteprima) è di intervistare la bellezza di 12 ex-amanti, 8 femmine e 4 maschi (non i 12 amanti, ma – lo si intuisce – 12 fra gli altri/fra le altre) , della regista per cercare di capire a distanza di molti o anche solo pochi anni che cosa ne pensino i diretti/le dirette interessati/e della persona per conto della quale vengono intervistati nonché della storia, breve o lunga, avuta con lei. La regista ha tuttavia avuto l’idea (il buon gusto)  di riservare a una persona terza l’incarico di intervistare le 12 persone in questione, talché di Chloé sia gli intervistati che l’intervistante parlano in terza persona, tanto, non vi preoccupate, la regista c’è comunque, c’è eccome, perché le interviste vengono continuamente, ossessivamente intervallate dalla sua versione dei fatti che è quanto emerge, come detto, da fotografie, lettere e video.

Va da sé che alla regista resta un ulteriore atout che è poi quello decisivo, ossia il montaggio. Fermo restando un sostanziale rispetto della cronologia degli amanti, spetta alla regista decidere che cosa riportare delle (immagino) lunghe interviste rilasciate dai 12 testimoni – e questo, visto che la persona di cui si parla è per l’appunto la titolare di questa sovranità ermeneutica, forse qualche dubbio nello spettatore lo lascia circa la sostanziale sincerità dell’intera operazione, in apparenza così attenta alla correttezza e alla par condicio, anche perché, fatta salva qualche piccola riserva da parte di un paio di testimoni, tutti gli intervistati sembrano, ancora a distanza di anni, muoversi dentro un atteggiamento di sostanziale ammirazione se non addirittura devozione nei confronti di Chloé.

Un’altra cosa che in questo film che si vorrebbe tanto chiamare autofiction è l’ossessiva e a tratti claustrofobica pervasività dell’amore stesso. Sembra cioè che le persone non facciano altro che trascorrere il tempo a incontrarsi, bere, ballare e poi finire a letto insieme. Tutte cose meravigliose, per carità, ma di tanto in tanto ti verrebbe la voglia di chiedere che cosa minchia facciano d’altro nella vita oltre a cazzeggiare e sedursi l’un altro/a. L’amore diventa così uno stato di permanente condizione adolescenziale che all’inizio del film, anche solo per ragioni anagrafiche, funziona, man mano che si procede comincia a risultare un po’ ripetitivo e stucchevole.

Il film si svolge in larga parte a Parigi, ciò che contribuisce ovviamente a radicalizzare la sensazione di perenne bohème in cui vivono i protagonisti. Ma una sezione del film è ambientata a Roma dove a un certo punto Chloé si trasferisce, anche perché, così viene da pensare, deve un po’ cambiare aria, visti i casini sentimentali che è riuscita a combinare. Ma anche Roma, in fondo, sembra un prolungamento e una dilatazione del Quartier Latin.

Come ha dichiarato Barreau, uno degli obiettivi del film è spingere lo spettatore/la spettatrice a compiere, nella memoria almeno, un’operazione analoga, ovvero ricordare i propri amori e confrontarli con l’immagine che gli/le ex-amanti hanno o potrebbero avere di te. Non so se gli auspici della regista andranno a buon fine. Quanto al titolo (in italiano, non solo e non tanto a causa dei trascorsi romani ma perché dietro l’operazione c’è Groenlandia mentre I Wonder garantisce la distribuzione a questo film), beh, l’impianto teorico di Roland Barthes era tutt’altra cosa.

In sala dal 13 settembre in un tour accompagnato dalla regista che inizia da Bologna quel giorno alle ore 21.00 al POP UP CINEMA ARLECCHINO.
Le successive tappe saranno progressivamente comunicate sul sito : https://iwonderpictures.it/frammenti/


Frammenti di un percorso amoroso – Regia, sceneggiatura: Chloé Barreau; fotografia: Andres Arce Maldonado; montaggio: Marina De Pedro; produzione: Groenlandia (Matteo Rovere, Leonardo Godano); origine: Italia, 2023; durata: 95 minuti; distribuzione: I Wonder.

 

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