Francesco Lagi, un talento tenuto ostaggio dal cinema italiano

4-4-2 Il gioco più bello del mondo film collettivo del 2006, poi il debutto nel lungometraggio con Missione di pace del 2011. Dopo 11 anni finalmente ecco Il pataffio, tratto dall’omonimo romanzo di Luigi Malerba, passato in Concorso al Festival di Locarno e adesso in sala. Nel mezzo tanta gavetta e tanto spirito di sacrificio per continuare a sognare: piccole e bellissime opere teatrali dalle quali due altrettanto piccoli e bellissimi film indipendenti, Zigulì del 2019 e Quasi Natale del 2020.

Sul nuovo film di Lagi se ne è già scritto su queste pagine e aver elencato ora le sue opere vuole rendere omaggio al percorso difficile ma importante di un regista, a nostro avviso un vero e proprio talento del cinema italiano. Perché basta vedere un suo film per capire che il suo modo di far cinema è altro rispetto a quello più prodotto e più sostenuto e ovviamente più visto. Moretti e Tornatore sono dei saggi, Sorrentino e Garrone sono sugli allori, mentre Francesco Lagi è una giovane  speranza emergente – osiamo affermare un novello maestro – del nostro cinema. Perché si può e si deve essere maestri anche se giovani.

Nuovo, intelligente, autoironico, poetico, comico e drammatico, i suoi film costituiscono un piacere per gli occhi e per il cuore, ma anche uno stimolo a non mollare, a credere nel proprio lavoro e nel proprio sogno. Dopo che i suoi primi film non avevano raggiunto un largo pubblico, Lagi ha continuato a fare teatro con una piccola compagnia, andando in giro per l’Italia in piccoli o piccolissimi teatri e creando scene delicate e dolci, commoventi e divertenti, niente di assurdamente sperimentale, anzi il meglio della semplicità dalla povertà dei mezzi.

E questo per anni, fino al successo commerciale della serie Netflix Summertime del 2020 che lo ha ripagato di tanti sacrifici. E che gli ha permesso di girare appunto Il pataffio con più sicurezza e forse con meno pressione, e il risultato è un film non comico, non surreale come lo era il suo apparente antecedente L’armata Brancaleone di Mario Monicelli bensì del tutto diverso: drammatico, profondamente drammatico, vero, poetico e fantastico.

I personaggi del regista fiorentino sono veri e nella verità c’è tutto, la comicità e la tragedia, la poesia e il degrado, il cuore e la vigliaccheria. Il suo modo di procedere è insieme nuovo e semplice, onirico e realistico. Diverte e fa riflettere.

Ci permettiamo perciò di invitare i nostri lettori a recuperare i suoi precedenti lavori e a godere in sala Il pataffio – a nostro modesto avviso, grande musica, grandi attori, grande regia di Francesco Lagi.

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