Lo studio del buio – Intervista a Davide Manca

(Il Contagio)

Partiamo dalla tua formazione e dai tuoi esordi… 

Ho una formazione umanistica, mi son laureato alla facoltà di Lettere e Filosofia di Pisa specializzandomi in Cinema. Grazie allo studio approfondito della storia dell’arte ho nutrito un bagaglio che ancora oggi, dopo tanti anni dalle lezioni accademiche, rappresenta uno stimolo importante. Proprio durante il percorso universitario ho incontrato il fotografo e creativo Oliviero Toscani, che ha educato la mia coscienza al grande potere dell’immagine.

La parte tecnica invece ho potuto svilupparla al Centro Sperimentale di Cinematografia a Roma, dove per tre anni e 9 ore al giorno, io e altri 7 colleghi “vivevamo” in teatro di posa sempre intenti a girare “atmosfere” in pellicola 35mm sotto la guida di Peppino Rotunno (grandissimo direttore della fotografa di Fellini, Visconti, Terry Gilliam e molti altri), ma anche di Emilio Loffredo, nostro insegnate fondamentale per insegnarci davvero come si sta su un set.

La vera prova del nove è stata inevitabilmente il mio primo film da Direttore della fotografia (D.O.P.), arrivato all’improvviso e rapidamente, proprio mentre iniziavo a muovere i primi passi con la gavetta da aiuto operatore nel reparto fotografia della fiction italiana.

Et in Terra Pax, un film d’autore di due giovani registi,  Matteo Botrugno e Daniele Coluccini, girato in 17 giorni nel quartiere del Corviale a Roma, era un’opera indipendente con un budget bassissimo, impossibile da portare a termine a detta di molti. Invece ci portò tutti (i registi, me, i produttori e la troupe) alle Giornate degli Autori del Festival di Venezia del 2010 e decretò un successo generale, tra critiche entusiaste e tanta attenzione anche alla fotografia.

A partire da quella piccola scommessa vinta, poi ho girato 25 film per il cinema e varie serie tv.

 

Quali sono i direttori della fotografia che ami maggiormente? Cosa, invece, consiglieresti a chi si approccia a questo lavoro?

Oltre al nostro idolo indiscusso nel mondo, Vittorio Storaro, rinnovatore assoluto del cinema Hollywoodiano degli anni ‘80, occhio e braccio tecnico del maestro Bernardo Bertolucci, un altro direttore della fotografia che seguo con ammirazione totale è Christopher Doyle (Wong Kar-wai, Gus Van Sant , M. Night Shyamalan). Ha uno sguardo sempre nuovo e selvaggio, è un ciclone di rinnovamento e purezza della luce, per me impossibile da emulare. Per questo è ancora più affascinante.

A chi approccia questo lavoro per la prima volta consiglierei di scegliere bene il progetto con cui iniziare: non tutti i film sono uguali, non tutte le storie sono nelle nostre corde. Piuttosto che esordire ad ogni costo con un film che rischia di non appartenergli, è meglio aspettare. Quando invece un potenziale D.O.P. trova il film giusto, la cosa più importante da fare è la preparazione: uno studio attento, puntuale e approfondito della sceneggiatura, delle referenze artistiche, delle idee visive del regista.

Il direttore della fotografia deve come prima cosa entrare nel mondo visivo del regista e cercare le immagini giuste con cui confrontarsi, che siano esse quadri, fotogrammi di altri film, grafiche, fumetti o fotografie d’epoca. È fondamentale  centrare il gusto comune fra queste due figure, complici di fronte alla resa visiva della storia.

 

Nel corso degli anni, ti sei cimentato in vari generi cinematografici: commedia, drammatico, giallo. Anche se parlare di generi è abbastanza riduttivo, quanto incide personalmente il genere nella scelta della fotografia? C’è un genere che senti più vicino a te o che magari ti consente di esprimerti al meglio?

Ultimamente mi sono confrontato molto con il genere thriller, con l’inchiesta storica e con film e serie d’indagine spesso legati all’impatto sociale della criminalità su capitoli di storia vera (Il Cacciatore, Gli Uomini D’OroBastardi a mano armata, Il contagio).

(Il cacciatore)

La ricerca delle varie sfumature del nero è una disciplina che mi affascina: le gradazioni del buio cinematografico, la luce diegetica e l’assenza della luce stessa credo siano alla base di un modo moderno di fare cinema. Saper ricreare il buio è un’arte difficile nella quale mi sto cimentando davvero solo ora, e che può anche spaventare: attraverso la luce siamo tentati a mostrare piuttosto che occultare.

Poi certo, al thriller ho dovuto alternare anche il filone della commedia: rischiavo di diventare troppo “creepy” agli occhi della mia famiglia e degli amici!

 

I film per cui hai curato la fotografia hanno spesso come protagonisti dei soggetti molto giovani e delle tematiche riguardanti essi. Tu, d’altronde, sei anche molto giovane. Come avviene dunque la scelta dei film o dei registi con cui collaborare? 

La scelta, perché finalmente dopo tanti anni posso permettermi di scegliere quali film girare, ora è dettata solo dal gusto, dalle storie e dalle persone con cui preferisco lavorare: alla base di tutto c’è la connessione con il regista.

Altro discorso riguarda le storie: davvero se una storia non mi piace,  difficilmente riuscirò a fotografarla in modo giusto. E di errori in passato ne ho fatti tanti.

Ti piacerebbe girare un film interamente in bianco e nero? 

No. Non mi piace girare in bianco e nero. Mi affascina molto la fotografia in bianco e nero, ma nel cinema oggi mi sembra una privazione volontaria e anacronistica. Allo stesso modo inizio a tollerare poco la color correction esagerata ed esasperata che ha preso piega in particolare nei prodotti delle piattaforme streaming. Noi raccontiamo storie attraverso la luce, che investe le superfici e rivela il loro colore naturale: alterare questo colore in post produzione è una pratica a mio avviso sbagliata. Ci sono cascato anche io fin quando era una novità: ora però si rischia un appiattimento e credo sia importante riportare l’attenzione sulla narrazione anziché sul trend.

Non a caso la ricerca degli ultimi anni mi ha portato a valorizzare di più la mia collaborazione di D.O.P. con i reparti di scenografia, costume e Make-up, per una restituzione naturale e vera del colore, cercando di ottenere il mood visivo desiderato per accostamento ed esclusione di alcuni colori e condividendo insieme un’unica tavolozza cromatica per tutti i reparti.

 

Come cambiano le tue modalità di lavoro quando ti ritrovi a lavorare per una serie? Quali sono le difficoltà che è più facile riscontrare?

Cambia poco, se non il tempo. La qualità tecnico-artistica di una serie di oggi è molto alta, l’avvento delle piattaforme ci ha di fatto inserito in un contesto internazionale, quindi i nostri competitor non sono più le prime serate di canale 5 o Rai 1 ma serie tv europee di altissimo livello. Questo ha aperto gli occhi a molti produttori e ha permesso a direttori della fotografia più giovani, attenti e curiosi di portare una ventata di freschezza nel mondo seriale italiano! Unico deficit? Il tempo a disposizione: un film da 100 minuti lo si gira in media in 6 settimane, una puntata da 50 minuti di una serie in 2, quindi va da sé che c’è molto meno tempo.

Ci puoi dare delle anticipazioni sull’ultimo lavoro, Il Confine

Il Confine è il tassello più recente di questo mio percorso sullo studio del buio, sulla gradazione più cupa della scala dei grigi. È stata una richiesta esplicita del mio amico regista Vincenzo Alfieri, che mi ha lanciato una sfida: “Ce la fai a illuminare ‘sta grotta solo con un accendino?!”.

Sfida accettata. Questa è una storia cupa, carica di conflitto psicologico e crimini oscuri. La fotografia deve supportare questa tensione costante e ricreare l’atmosfera di discesa verso gli inferi dei protagonisti.

Massimo Popolizio ed Edoardo Pesce stanno facendo un lavoro straordinario di sottrazione e intesa, il rapporto tra i loro personaggi è così personale e mutevole che permette al film di spaziare in zone emotive diverse dal solito. C’è il thriller con tutta la sua la perversione ma c’è anche il dolore della perdita e la fisicità della lotta: raccontare tutto questo è di grande stimolo. Ma soprattutto è il terzo film che fotografo con Vincenzo Alfieri, e siamo arrivati sul set con grande dedizione, studio e analisi, e con riferimenti come i quadri di Hieronymus Bosch e Georges De La Tour, ma anche film come Seven, Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto e tutte le opere più dark di Giuseppe Tornatore.

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