Luigi Proietti detto Gigi di Edoardo Leo

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Eclettico, trasversale e al tempo stesso diretto e verace, capace di arrivare ai bambini come a un pubblico più adulto e colto. Luigi Proietti detto Gigi, documentario di Edoardo Leo passato in anteprima alla scorsa Festa di Roma, prova a tracciare un ritratto il più possibile “completo” dell’attore romano, cercando di bilanciare la parte umana e quella artistica,  perché quando si parla di lui, il Proietti artista e l’uomo fuori dal palco (difficile da immaginare) sono legati fortemente.
Con i suoi 50 anni di carriera artistica, inaugurata quando era poco più di un’adolescente, ha avuto il raro dono di entrare nell’immaginario popolare collettivo dato che è stato in grado di coniugare a suo modo, ovvero con semplicità e naturalezza, comicità e poesia, alto e basso, pancia e sperimentazione.
Ci sono attori  che vengono percepiti, nell’immaginario collettivo come  distanti, “divini” perché irraggiungibili.
Lui, che tra le tante esperienze, ha collaborato con Federico Fellini durante il doppiaggio de Il Casanova, con Vittorio Gassman in Un Matrimonio di Robert Altman, con Garinei e Giovannini, non ha mai trasmesso un’algida  sensazione di distanza ma  è sempre stato percepito come uno di noi, come un cugino, quasi come uno di famiglia insomma.
Un ricordo indicativo in tal senso – che ci viene raccontato dalla sua famiglia – è l’immagine di Luigi che dopo uno spettacolo – un pienone –  in teatro chiede alla mamma “e insomma mamma, ti è piaciuto? E lei “abbastanza” ma a Proietti, quell’abbastanza non va proprio giù. Questo è infondo l’aspetto (e il focus del documentario di Leo) che coniuga meglio le sue due facce, l’artista eclettico e capace di arrivare trasversalmente e l’uomo che storce la faccia per la reazione composta e misurata della mamma, perché in fondo, “quell’abbastanza” lo riporta alla realtà, alla concretezza della vita di tutti i giorni.
E infatti, in questo documentario, i ricordi che più lo rappresentano sono quelli familiari, i racconti della sorella che lo ritraggono da bambino, e il clima di allegria e di spensierata ironia che si respirava in famiglia (“Noi abbiamo sempre riso tanto”, dice la sorella). Da questo ritratto, a parte la voce fuori campo che ogni tanto interviene, viene fuori l’artista nelle sue diverse sfaccettature  e l’uomo fuori dal palco, raccontato dagli amici e appunto dalla familiari.
L’idea del regista romano, tuttavia, era inizialmente diversa: nel 2018, avrebbe voluto realizzare un lavoro solo su A me gli occhi please, lo spettacolo del 1976 che è stato capace di rivoluzionare la scena teatrale  (in una replica del 1977  Eduardo De Filippo, spettatore d’onore, scova Luigi in camerino e gli dice “Anch’io da ragazzo facevo queste cose. Bravo, finalmente c’è qualcuno che continua”).  Leo ha lavorato al progetto per un paio di anni con  interviste, chiacchierate dietro le quinte con Gigi e nei camerini, poi, con la sua scomparsa, avvenuta esattamente il 2 novembre del 2020, il film ha cambiato prospettiva: il racconto dello spettacolo  era troppo limitante. Per tentare uno studio e un’indagine più approfondita del grande attore bisognava andare oltre tentando di indagare nella vita e nella sua carriera per  intuire la magia e restituire, o almeno tentare di farlo, la “scintilla”.

In poco meno di due ore, Luigi Proietti detto Gigi ripercorre quindi l’intera sua opera, dagli inizi con la band, al celebre personaggio di Mandrake in Febbre da Cavallo di Steno, dalla regia di opere liriche come il Don Giovanni  al successo del popolare Maresciallo Rocca, dai doppiaggi di Dustin Hoffmann, Stallone, Donald Sutherland, al suo impegno personale per diffondere e trasmettere la cultura, anche ai più giovani.

Un capitolo a parte, è infatti  dedicato alla disavventura del Teatro Brancaccio (che gli fu tolto e la cui direzione artistica passò a Maurizio Costanzo)  e alla costruzione del fortunato Globe Theatre, sua “seconda casa”  destinata a spettacoli shakespeariani e inaugurata nel 2003  nel cuore di Villa borghese con l’intento di avvicinare i giovani al teatro.
L’ampia carrellata di immagini di repertorio assieme alle interviste di amici e colleghi (tra i tanti, Renzo Arbore, Alessandro Gasmann, Marco Giallini o Fiorello, e come già ricordato la sorella e la mamma) ne tracciano un ritratto complesso, sfaccettato e tutto sommato abbastanza fedele anche se – comprensibilmente – e non lo poteva essere onnicomprensivo. 
 C’è molto di Gigi, della sua carriera  e del  suo rapporto speciale con il pubblico, tuttavia viene poco approfondito, o meglio emerge ma non in maniera viscerale il suo rapporto altrettanto speciale con Roma. Il legame fortissimo con la sua città, si intuisce ma forse avrebbe meritato più spazio in un documentario che cerca di tracciare ben oltre 50 anni di carriera artistica e di vita di un artista straordinario.
Nel complesso, comunque, il documentario di Edoardo Leo è un buon lavoro, forse con qualche lacuna, ma abbastanza fedele all’immagine, percepita dal pubblico e reale, del grande Gigi.
Ps.  vorrei rendergli “omaggio” con l’immagine dell’uscita di scena, l’ inchino al pubblico, indicativo del suo essere “una rockstar intima”. «Gigi mi ha dato anche delle lezioni su come ringraziare gli spettatori: alcuni attori, a fine spettacolo, accolgono gli applausi a braccia aperte. Proietti invece si inchinava perché era lui a ringraziare il pubblico per il suo affetto e il suo gradimento. Proietti era una rockstar intima: amatissimo dal pubblico, ma mai pieno di sé”

Luigi Proietti detto Gigi– Regia : Edoardo Leo ; sceneggiatura: Edoardo Leo, Marco Bonini; fotografiamontaggio: Giulia Bertini; musica: Jonis Bascir interpreti:  Luigi Proietti; produzione:  I.I.F. Italian International Film, Alea Film, Rai Cinema; in collaborazione con Politeama, Lexus origine: Italia, 2021; durata: 100’.

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