Moon, 66 Questions

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Ad aprire la sezione Encounters di una Berlinale tutta online è la giovane regista ateniese Jacqueline Lentzou, qui alle prese con il suo lungometraggio d’esordio dopo una prima partecipazione al Festival nell’ormai lontana annata 2017 (parliamo del corto Hiwa ). Senza deludere le aspettative di chi solitamente si lascia ispirare dal titolo e dalle immagini di anteprima, Moon, 66 Questions si rivela essere un film dalle tonalità enigmatiche e agrodolci, destinate ad imprimersi nell’occhio dello spettatore. Dei protagonisti non sappiamo molto, se non ciò che la regista intende sussurrarci all’orecchio: Artemis (Sofia Kokkali) è una ragazza riservata ma dotata di una vivacità d’animo accessibile solo a pochi. Paris (Lazaros Georgakopoulos), suo padre, appare di fronte alla cinepresa come uno sconosciuto che ci sembra di avere già intravisto da qualche parte: il suo volto, il suo corpo, i suoi gesti sono sfigurati da una malattia che nessun personaggio ha il coraggio di nominare davanti al pubblico, quasi si trattasse di scongiurare un demone. Lo sguardo dell’obiettivo s’incrocia e si ibrida con quello della giovane figlia, consacratasi al genitore con quell’apatica amorevolezza che impedisce alle diverse generazioni di condividere i medesimi spazi emotivi. La pellicola si divide nei tre capitoli con cui Lentzou descrive la quotidiana via crucis dei personaggi, subentrando violentemente nel labirintico immaginario di Artemis – ma senza, per questo, trarne illeciti vantaggi cinematografici.

L’infermità di cui soffre Paris si trasferisce nell’animo dell’osservatore – che egli faccia o meno parte della famiglia. Così, la routine si deforma, la vita si fa all’improvviso difficile, il mondo circostante sembra alterare i suoi meccanismi biologici senza una ragione apparente. Guidare una macchina, fumare una sigaretta, danzare si trasformano in azioni straordinariamente comuni che di punto in bianco nessuno riesce più a svolgere sovrappensiero. Eppure i toni non sfociano mai nello sgradevole fariseismo di cui spesso e volentieri si compone questo genere di costellazioni. Pur nell’atmosfera asfissiante in cui padre e figlia sono rinchiusi, le abitudini acquistano una propria logica e perfino un proprio colore, oscillando fra un doloroso blu scuro e un giallo gelidamente abbacinante, per poi terminare in un azzurro dalle sfumature più rassicuranti e malinconiche. Di azzurro, infatti, si tingono le vecchie istantanee che ripercorrono all’inverso la storia di Artemis, sovrapponendosi con le fotografie scattate al presente: un espediente un po’ ridondante e che forse sarebbe stato meglio non utilizzare. L’unica immagine di cui vale forse la pena parlare è quella che immortala la ragazza in gita allo zoo, inquadrandone lo sguardo stranito e amareggiato con cui si è soliti scrutare gli animali in gabbia. È attraverso gli stessi occhi che i protagonisti, sospesi in una prigione fatta di assenza e intimità, tentano d’indagarsi a vicenda – talvolta scoprendosi e nascondendosi più di quanto non sia necessario.

Artemis è sicuramente la chiave del mistero, suo il punto di vista in cui l’intero lungometraggio si dipana: senza sfociare in una vaghezza allucinatoria e tutto sommato ingestibile, la regista ci immerge in una quotidianità che alla fine sembra davvero appartenere a ognuno di noi. Quello che conta pare essere quel limbo in cui il genitore entra e dal quale ogni tanto prova ad evadere, trascinando con sé la figlia. Artemis somatizza la malattia paterna e al tempo stesso la allevia, rifiutandosi di perdere il contatto con la persona che Paris era in passato e dimostrando, in questo, una lucidità a tratti impressionante (eppure, almeno secondo Lentzou, del tutto naturale). I momenti in cui la giovane donna letteralmente “molla la presa” rientrano nella nuova normalità dei due personaggi, ogni cenno gira attorno ad una sorta di universo parallelo che inizia con la diagnosi e non si sa dove porti. In questa dimensione estranea, terrificante eppure più domestica di quanto non ci si aspetti, Artemis torna bambina e Paris torna genitore, rifiutando lo spiacevole scambio di ruoli che la malattia vorrebbe imporre: ed è proprio questa l’ultima istantanea a cui noi spettatori abbiamo accesso.


(Moon, 66 Questions); Regia: Jacqueline Lentzou; sceneggiatura: Jacqueline Lentzou; fotografia: Konstantinos Koukoulios; montaggio: Smaro Papaevangelou; interpreti: Sofia Kokkali (Artemis), Lazaros Georgakopoulos (Paris); produzione: Blonde S.A.; origine: Grecia, Francia 2021; durata: 108’.

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