Obsession. Voto ***(*). Una pellicola tanto inquietante quanto lucida, che vale la pena di essere vista.
Classe 1999, Curry Barker è stato, sino ad oggi, un nome certamente poco noto al grande pubblico, italiano e non solo. Compulsando sul web, apprendiamo che la sua carriera comincia su internet assieme al sodale Cooper Tomlinson con cui costituisce il duo comico “that’s a bad idea”, divenendo autori di piccoli corti comici ma anche di quelli di genere horror, una decina, tutti visibili su YouTube e accolti favorevolmente da critica e pubblico. L’esordio nel lungometraggio avviene nel 2024, con il found footage, a bassissimo budget, Milk & Serial, anch’esso visibile sul web, cui segue, appunto, Obsession.
A dispetto della sua giovanissima età, tuttavia, pare che le precoci doti di regista di Barker gli abbiano già aperto le porte per produzioni decisamente più importanti: nientemeno che per la Blumhouse di Jason Blum e la A24, per la quale pare stia lavorando al remake di un classico come Non aprite quella porta (1974) di Tobe Hooper, già rifatto da Marcus Nispel nel 2002.

Bear (Michael Johnston), giovane di bell’aspetto ma estremamente timido, è innamorato perdutamente di Nikki (Inde Navarrette), a cui è incapace di dichiararsi per totale mancanza di coraggio e perché vede nell’oggetto del suo desiderio una meta inarrivabile. Ma non si tratta solo di questo, della timidezza quasi patologica di lui o del carattere sin troppo riservato e fiero di lei. In Bear, a farla da padrone, molto più probabilmente, è una vera e propria ossessione che nutre nei confronti della donna, unita a una spinta voyeuristica tanto più forte proprio perché inappagata, che dà luogo a un rapporto malato tra oggetto del desiderio e persona desiderante.
Nonostante, infatti, il collega e amico Ian (Cooper Tomlinson) lo sproni ad abbandonare la contemplazione in favore dell’azione, oppure a rivolgere lo sguardo altrove, in direzione delle attenzioni che Sarah (Megan Lawless) sembra nutrire nei suoi confronti, il ragazzo continua imperterrito ad avere occhi solo per Nikki “la stramba”, quasi crogiolandosi nel proprio immobilismo. Fino a quando, dopo l’ennesima occasione mancata, l’innamorato non esprime il fatidico desiderio (“voglio che mi ami più di chiunque altro al mondo”) nell’atto di spezzare un bastoncino magico, comprato qualche ora prima in un anonimo negozio di oggetti esoterici. Da quel preciso istante, come se il protagonista maschile fosse precipitato in un universo parallelo, in una puntata di Ai confini della realtà, Nikki comincia a manifestare un amore viscerale e una dipendenza affettiva che, anche agli occhi degli amici, pare totalmente inspiegabile. In una sorta di ribaltamento delle parti, quella che un tempo era l’ossessione di Bear, ora è divenuta l’ossessione totalizzante, persecutoria e annichilente di Nikki. Quello che all’inizio poteva essere scambiato per un sentimento d’amore, ben presto lascia spazio a una serie di comportamenti propri di chi soffre di turbe mentali, in una sorta di sdoppiamento psicotico e violento della personalità, se non, addirittura, di una vera e propria possessione diabolica. A tale possessione, tuttavia, non sembra esserci rimedio alcuno, esorcismo o cura psichiatrica che sia, e l’unico orizzonte ancora percorribile, per un ritorno alla normalità, pare condurre verso un sentiero di morte.
Talento precoce e poliedrico, se Barker sia da ritenere uno dei nomi nuovi del panorama horror è ovviamente troppo presto per dirlo e, in definitiva, è argomento neanche troppo avvincente. Complice, anche, la penuria di budget cui il cinema indie è solitamente abituato, possiamo però affermare che il giovane regista dimostra di possedere, nella tripla veste di regista, sceneggiatore e montatore, una visione piuttosto lucida di cinema, realizzando, con la sua opera seconda, un film claustrofobico e disturbante, innervato da uno humour nerissimo (peraltro ben supportato dalle prove attoriali di tutto il cast e di Inde Navarrette in particolare) che aggiunge tensione a tensione. Un’opera che trova il proprio punto di caduta nell’orrore negato allo sguardo, piuttosto che esibito in modo gratuito. Dunque, in una sorta di continuità dialogica con la sua opera prima, dove l’espediente del found footage non è solo un escamotage produttivo utilizzato per abbattere i costi, anche in Obsession ritroviamo temi e riflessioni che paiono interessare il Nostro. Ci riferiamo, come accennato, al rapporto tra immagini e sguardo, con le prime che, anche quando sembrano sovrabbondanti e niente affatto negate, appaiono comunque incapaci di appagare lo sguardo desiderante dei protagonisti e dello spettatore. Non siamo forse nell’era dei social media, ove l’immagine simulacro filtrata dagli schermi dei nostri smartphone è costantemente disponibile, ma, nondimeno, immateriale e irreale? A tal proposito, tra le sequenze di maggiore impatto del film vi è quella in cui Bear, svegliatosi di notte, scopre di essere l’oggetto dello sguardo ossessivo di Nikki, nascostasi in un angolo buio del minuscolo appartamento.

Proprio come avviene per il più volte citato genere del found footage, il rapporto tra le immagini e il reale appare incrinato già in partenza, lontano dall’essere qualcosa di realmente oggettivizzante, in virtù dello statuto parziale e soggettivo di cui le prime sono portatrici. Il desiderio spettatoriale di visione, così come quello amoroso del protagonista maschile, rimane, dunque, massimamente frustrato proprio attraverso il suo appagamento bulimico: “E’ così brutto stare con me?” dirà a un certo punto Bear. Pare esserci un’asimmetria inconciliabile, un disequilibrio di fondo, tra i diversi poli del film: tra sguardo e desiderio da una parte e realtà e appagamento dall’altra. E il massimo dell’orrore, non a caso, si raggiunge quando l’ossessione del primo, come in un specchio, si ribalta in quella della sua controparte femminile, quando la persona desiderante si trasforma in oggetto desiderato. Non vi può essere, in definitiva, nessun amore: solo dipendenza e proiezione sull’altro del proprio desiderio.
Obsession di Curry Barker è, in ultima analisi, una pellicola tanto inquietante quanto lucida, che vale la pena di essere vista. E attendiamo, perciò, alla prossima prova il giovane regista.
In sala dal 14 maggio 2026.
Obsession – Regia: Curry Barker; Sceneggiatura: Curry Barker; fotografia: Taylor Clemons; montaggio: Curry Barker; musica: Rock Burwell; interpreti: Michael Johnston, Inde Navarrette, Cooper Tomlinson, Megan Lawless, Andy Richte,; produzione: James Harris, Haley Nicole Johnson, Christian Mercuri, Roman Viaris; origine: USA 2026; durata: 109 minuti; distribuzione: Universal Pictures Italia.
