Song Song Blue – Una melodia d’amore di Craig Brewer


Senza bisogno di compiere sforzi di memoria prodigiosi, si può facilmente affermare che, anche durante il da poco trascorso 2025, vi sia stata una massiccia presenza in sala di biopic incentrati su artisti della musica, di cui, per questioni di brevità, in queste righe, ci limiteremo a segnalare quelli dedicati ad alcuni dei nomi più illustri del panorama musicale in lingua anglofona: A Complete Unknown di James Mangold (sulla vita di Bob Dylan), Springsteen – Liberami dal nulla di Scott Cooper, Better Man di Michael Gracey (sull’ex cantante dei Take That, Robbie Williams).

Su questo sito, a proposito del film di Michael Gracey, veniva messo in evidenza come la pellicola ripercorra la vita della pop star britannica seguendone “come da copione, ascesa, caduta e risurrezione”. Uno schema narrativo piuttosto comune che, ça va sans dire, ritroviamo anche nell’opera di Craig Brewer di cui stiamo scrivendo in queste righe, a conferma che questo particolare genere cinematografico, mutatis mutandis, corre spesso il rischio di riproporre ogni volta la medesima formula. Vi è qui, però, un fatto nuovo: a venire narrata è la vicenda di due persone comuni, molto lontane dallo Star System, ma che, nondimeno (o forse proprio per questo motivo), incarnano, a modo loro, il sogno americano.

Mike Sardina (Hugh Jackman) è un ex veterano del Vietnam, (ex) alcolista, divorziato, padre di una figlia e, dulcis in fundo, malato di cuore, di cui non può permettersi di pagare le cure. Riesce a trovare le forze per andare avanti, grazie al lavoro di meccanico e alla sua grande passione per la musica, una sorta di “dipendenza” che lo ha aiutato a superare quella per l’alcool. È su uno dei tanti palchi che la sua arte lo chiama a calcare che incontra Claire (Kate Hudson), divorziata anche lei, due figli a carico, un lavoro part time come parrucchiera e una seconda vita nella musica quando veste i panni Patsy Cline. Tra i due è subito amore. Destinati a diventare compagni di vita e sul palco, decidono di creare il duo Lightning & Thunder, una sorta di cover band che omaggia la carriera musicale di Neal Diamond, reinterpretandone il repertorio. Gli inizi non sono facili, ma con grande perseveranza la coppia comincia a farsi  un nome in contesti musicali sempre più grandi, finché, finalmente, non si presenta la grande occasione: suonare al Summerfest di Milwaukee, il più importante festival musicale d’America, aprendo il concerto dei Pearl Jam di fonte a un pubblico di trentamila persone, duettando con Eddie Vedder. E’ proprio quando i coniugi Sardina sembrano aver raggiunto la meritata fama, che un incidente che ha dell’inverosimile rischia di cancellare tutto il loro mondo: la loro carriera, i loro sogni e persino il loro matrimonio.

A seguito di questo vero e proprio plot point che il destino gli ha messo davanti, si aprirà per i due una fase del tutto nuova, fatta di dolore e fatica, che metterà a dura prova l’amore e le doti di resilienza di cui Mike dispone, per cercare di riguadagnare il sogno poco tempo prima sfiorato.

Hugh Jackman e Kate Hudson

“Hai mai letto di una rana che voleva diventare un re?” è la citazione di Neal Diamond che appare in apertura del documentario omonomo diretto da Greg Kohs nel 2008, da cui il film è tratto. Rispetto ad esso, la pellicola di Brewer conserva grossomodo intatta struttura e messaggio di fondo (anche se il documentario apre subito con le immagini televisive dell’incidente, per poi costruire la narrazione attorno alla suspense da esso generata) e, soprattutto, può contare sulle performance straordinarie di Hugh Jackman e Kate Hudson, non solo in termini di recitazione e di canto, ma anche  per il lavoro fatto sul proprio corpo in chiave antidivistica.

In questa favola americana, i cui protagonisti sono persone ordinarie, agli antipodi rispetto al concetto di divismo incarnato dallo Star System hollywoodiano (“Non sono un cantatore. Non sono un sex symbol. Voglio solo intrattenere la gente!”, dirà a un certo punto il “Lightning” Mike interpretato da Jackman) troviamo il punto di forza e la contraddizione intrinseca che il film mette in luce. Il rischio, cioè, di fermarsi al racconto edificante, senza problematizzare quel sogno americano teoricamente alla portata di tutti, ma realmente esperito da pochi.

Sotto questo punto di vista, le parti del film che convincono maggiormente, sono quelle chiamate a raccontarci, con un registro allegro e coinvolgente, gli spettacoli dal vivo tenuti dalla coppia, che nell’economia della pellicola non sempre sono in grado di equilibrare il registro decisamente più tragico della loro vita quotidiana. Una storia d’amore, di seconde possibilità, di resilienza alle tragedie personali, ai fallimenti e alle dipendenze, con un cast di comprimari notevole (che può vantare tra le proprie fila la presenza di Jim Belushi nel ruolo del manager Tom D’Amato), cui non giova però la lunghezza forse eccessiva e, soprattutto, l’appiattimento rispetto alla struttura narrativa del documentario di Greg Kohs, in direzione di un finale che cerca la commozione e la catarsi, ma che, almenp per chi qui scrive, rischia di non essere  sufficiente.

In sala dall’8 gennaio 2026.


Song Song Blue – Una melodia d’amore  (Song Sung Blue) – Regia: Craig Brewer; Sceneggiatura: Craig Brewer (tratto dal documentario omonimo di Greg Kohs); fotografia: Amy Vincent; montaggio: Billy Fox; musica: Scott Bomar;  interpreti: Hugh Jackman, Kate Hudson, Michael Imperioli, Ella Anderson, Mustafa Shakir, Fisher Stevens, Jim Belushi, Hudson Hensley, Mikaela Mullaney Straus; produzione: Russell Binder, Scott Cawthon, Jason Blum; produzione: John Davis, John Fox, Craig Brewer; origine: USA, 2025; durata: 132 minuti; distribuzione: Universal Pictures Italia.

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