Sunny Dancer. Voto ** (*). Un racconto di formazione sui desideri e sulle fragilità dei corpi irrequieti di un gruppo di giovanissimi ma già sopravvissuti al passaggio di un terribile male. Tra sentimentalismo e qualche tocco di ironia, con talvolta il limite di uno sguardo para televisivo retrò.
La formula del Coming of Age continua ad essere l’archetipo narrativo che, coniugato da più prospettive, racconta nella maniera più eloquente ed efficace le trasformazioni psicofisiche dell’acerba e inquieta età adolescenziale. E i corpi di cui si occupa il racconto al centro di Sunny Dancer, scritto e diretto da George Jaques, hanno a che fare oltretutto con la malattia, visto che i personaggi, pur giovanissimi, sono già tutti sopravvissuti a varie forme di cancro. Il punto di vista privilegiato, come da tradizionale progressione drammatica, è quello di Ivy, una ragazzina inizialmente ostile e chiusa in sé stessa visto il trauma così recente di una patologia che sarebbe potuta essere fatale ( e che per qualcun altro molto vicino a lei lo è stato): spinta dai genitori, in particolare dall’entusiasmo della madre, a trascorrere l’estate in un campeggio per “sopravvissuti” come lei, ben (molto) presto si riaprirà alla socialità con il variegato ed eterogeneo gruppo di outsiders, eccentrici, sensibili compagni e compagne di questa stagione da ballare, senza omettere il tabù ultimo della morte e la paura che vi è connessa. Nonostante le implicazioni complesse di una condizione tanto estrema e vissuta in un’età tanto fragile, Jaques sceglie la linearità e la semplicità nella costruzione e nello sviluppo dei personaggi, a cominciare dal più facile dei meccanismi, ovvero il ribaltamento delle apparenze e la negazione del sentimentalismo: ognuno di loro, dalla roommate disinibita e frivola al post-post grunge folle e spregiudicato, dal belloccio sensibile della porta accanto allo sportivo sentimentalmente imbranato, cercano di disinnescare con una battuta, uno sguardo, uno scatto inatteso il clima emotivamente troppo pesante e minaccioso, e il rifiuto del compatimento reciproco e della pietà altrui. Per la maggior parte del tempo, tale scelta risulta spontanea ed agile, con la predominanza di una nota di tenerezza che permette di entrare in sintonia con i personaggi e di non percepirli solo come l’espressione di un storia edificante, funzionali a trasmettere il temuto messaggio preconfezionato, qualcosa del tipo “ la paura di morire non può condizionare la voglia di vivere”…uno degli aspetti più problematici, che rischia di diventare un vero e proprio limite, è però la gestione del tempo di maturazione ed elaborazione di passaggi cosi densi e faticosi. Manca, diciamo cosi, in Sunny Dancer una capacità fenomenologica dell’osservazione di questa gioventù frangibile che talvolta appare imbrigliata nella costruzione di una drammaturgia cautamente programmatica.

Ne è un esempio proprio la protagonista Ivy: la scelta felice di farla interpretare a Bella Ramsay, già assorbita dal dispositivo della grande serialità televisiva con ruoli sfaccettati e anticonvenzionali nell’epica de Il trono di spade e nel clima apocalittico di The Last of Us, non riesce a colmare fino in fondo questo scarto tra autenticità e strumentalità. Il coraggio nel mostrarsi sgraziata e non particolarmente simpatica, eppure carica delle prime pulsioni sessuali durante la scena del bagno nel lago a distanza e sospiri sempre più ravvicinati dal ragazzino che le piace, viene altresì sfumato, levigato, integrato con una rapidità di superficie più che di sostanza, trasparentemente emersa e non viscerale; quel modo accattivante e facile di azzerare presto le contraddizioni e le fratture, per cui passare dalla reticenza a parlare con il vicino di mensa fino al rito della perdita della verginità corrisponde veramente ad afferrare un attimo fuggente ( sarebbe ingrato in effetti non tenere conto della esponenziale combinazione tra adolescenza e male incurabile che accelera i ritmi e la reattività). Manca in Sunny Dancer il tempo della sospensione, degli sbandamenti, dei giri a vuoto. Qualsiasi azione o gesto ha bisogno di acquisire un significato in una direzione costruttiva od oppositiva. Il dolore e la spinta che si nascondono dietro l’apparenza formale e controllante quasi fino all’ottusità del direttore del campeggio (interpretato da un’altra star della tv, Neil Patrick Harris, con una sottile vena di patetismo) può rivelarsi di fronte all’iniziale strafottenza di Ivy che, a sua volta, di fronte all’immanenza del lutto di un genitore, compirà lo scatto di maturità che le permetterà di comprendere meglio la prospettiva ansiogena dei genitori. Dall’altronde l’eroina o l’eroe del coming of age “devono” cambiare e crescere, rispondendo all’aspettativa di un contesto sociale che non accetta né la staticità e la passività, neanche però il movimento random e improvvisato del disagio che non è detto debba condurre da qualche parte o ad occupare qualche ruolo precostituito. Ivy non è certo la Sweetie (1989) di Jane Campion, che di fronte all’assurdità e crudeltà della vita sceglie di regredire addirittura fino a uno stadio infantile e poi animale, con il verso e lo sberleffo che scardinano il rituale del pianto e del riso catartici.

Rimanendo nei binari di una più tipica narrazione hollywoodiana, l’accostamento è da fare più con Ragazze interrotte (1999) di James Mangold, dove all’interno di una più cruda ambientazione di un ospedale psichiatrico, Winona Ryder constatava la fallacità della sua rabbia/rivolta antistituzionale, in una forma personalistica di matrice borghese, non era compatibile con il suo futuro di giovane donna brillante e di successo. La malattia, mentale o fisiologica, è sempre e comunque un’opportunità e lo spazio altro e dedicato a curarla la necessaria stazione per poter accedere a un diverso livello della propria esistenza. Un contenitore virtuoso, che può essere messo in discussione fino a un certo punto. Forse l’aspetto più curioso della messa in scena di Sunny Dancer è contenuto in questa aria retrò che si porta impresso sopra ogni immagine, meno luminosa e dinamica di quanto il titolo gioioso e solare possa lasciar intendere. A tratti sembra di assistere alla manifestazione della polaroid sbiadita di uno di quei film tv che venivano trasmessi rigorosamente d’estate, e in orario pomeridiano, in un dialogo rivolto schiettamente ad un pubblico generazionalmente vicino all’età dei personaggi e ai loro trasalimenti dentro l’entusiasmante spazio-tempo vacanziero. Quello che ci si chiede è se gli adolescenti che abitano questa contemporaneità più frammentata, iper-stimolata e disincantata- di un disincanto più profondo da sradicare che con uno scatto di empatia e tenerezza- sappiano ancora appassionarsi e commuoversi di fronte alla classicità di questo tipo di rappresentazione. Ciò che non si può perdonare è purtroppo uno sbrigativo effetto colpo di scena nel prefinale alla “sesto senso”, non solo forzatamente stonato rispetto alla linearità della scrittura filmica, ma con l’innesto di un carico di patetismo superfluo e ricattatorio, un climax non richiesto. Sarebbe bastato molto meno a Ivy per essere la (tiny) dancer per il suo Jake, cosi come l’ha cantata Elton John: Solamente tu puoi sentirmi. Mentre dico dolcemente, lentamente, stringimi più forte, piccola ballerina.
In sala dal 2 settembre 2026.
Sunny Dancer – Regia e sceneggiatura: George Jaques; fotografia: Oliver Loncrane; montaggio: Caitlin Spiller; musica: Este Haim, Zachary Dawes; interpreti: Bella Ramsay, Daniel Quinn-Toye, Ruby Stokes, Earl Cave, Neil Patrick Harris, Jessica Gunning, James Norton, Jasmine Elcock, Conrad Kahn; produzione: 27 Ten Productions, Night Train Media, Athenaeum Productions; origine: Gran Bretagna, 2026; durata: 106 minuti; distribuzione: 01 Distribution.
