Terapia di famiglia di Arnaud Lemort (2025)

Terapia di famiglia. Voto ***. Per liberarsi di un giovane paziente aspirante suicida, il suo psicoterapeuta gli consiglia di cercare l’Amore ma quando scoprirà che lo ha trovato proprio in una persona a lui vicina lo stimato professionista si rivelerà un cinico manipolatore pronto a tutto. 

Il maturo psicanalista junghiano Olivier Berangèr (Christian Clavier) è ormai esasperato dai ripetuti tentativi di suicidio, nel corso delle sedute, del suo paziente Damien Leroy (Baptiste Lecaplain), trentenne sociopatico e affetto da varie fobie. Così, dopo cinque lunghi anni di terapia, lo mette alla porta suggerendogli che per guarire definitivamente dovrà cercare l’amore, secondo il noto adagio junghiano per cui “l’amore non è che l’incontro tra due nevrosi”.

È questa la promettente premessa della brillante commedia cinematografica francese Terapia di famiglia, scritta e diretta da Arnaud Lemort, alla sua quarta prova da sceneggiatore – regista, e alla seconda prova con l’attore protagonista Christian Clavier, ormai uno dei volti più noti e amati della commedia cinematografica francese – lo ricordiamo per esempio in Matrimonio con sorpresa? A fare da sfondo alle comiche vicende familiari e professionali di Berangèr e del suo scomodo paziente Damien Leroy, ma anche da attrazione per il pubblico, è la bellissima villa di famiglia del ricco, e assai esoso psicoterapeuta, che essendo affacciata sul Lago di Ginevra (il lago Lemano) è raggiungibile dalla terraferma solo in barca, con grande cruccio dello sfortunato paziente Damien, che tra le sue tante fobie e nevrosi soffre anche il mal di mare, o di lago, che dir si voglia.

Un anno dopo la fine ufficiale del loro rapporto professionale, i due infatti si ritroveranno per caso, e loro malgrado, nella splendida villa del medico, dove Alice, l’amatissima figlia unica di Berangèr (Claire Chut) , ha portato Damien, il suo nuovo fidanzato, per presentarlo ai genitori in occasione dei festeggiamenti per il loro trentesimo anniversario di matrimonio.  Abituata alle interferenze del padre nelle sue relazioni sentimentali per la sua mania di psicanalizzare i suoi pretendenti, cercando di individuarne i tratti patologici al fine di  scoraggiarla dall’avvicinarsi troppo a loro, Alice e gli altri componenti della famiglia, tra cui l’affascinante e scoppiettante madre Paloma (Christiana Reali), di origini brasiliane, non si aspettano certo che la conoscenza del lato oscuro del suo nuovo fidanzato da parte del padre possa essere così precisa e approfondita. E per quasi tutta la durata del soggiorno presso la villa di famiglia ne verrà cautamente tenuta all’oscuro, sia dal fidanzato Damien, per ovvi motivi sentimentali e di prudenza, che dal padre stesso per motivi etici deontologici.

Il fatto di non potere rivelare ai familiari la sua perfetta conoscenza pregressa del lato oscuro del giovane innamorato della figlia non trattiene però il prezzolato psicoterapeuta dal tentare il tutto per allontanarlo da lei prima che la verità emerga deflagrando in tutta la sua maniacale potenza. Ed è proprio negli strenui tentativi di mettere fine alla relazione sentimentale della figlia che il medico si avvarrà, tanto scientificamente quanto cinicamente e ossessivamente, proprio della preziosa cartella clinica dell’ex paziente ancora in suo possesso, sfruttando ogni sua più spaventosa e ansiogena fobia per metterlo in cattiva luce con la ragazza e spingerlo ad andarsene.

La quieta, riservata e rarefatta atmosfera della prestigiosa location sul lago è così destinata in Terapia di famiglia a trasformarsi ben presto – e comunque entro il secondo atto, in un luogo del caos e, per dirla in termini psicoanalitici, nell’ideale palcoscenico per il ritorno del represso, in primis quello legato, in modo sempre sotto testuale ed elegante, all’Edipo che lega il padre alla figlia e la figlia al padre. Un Edipo che sia Alice che Berangèr devono superare per potere vivere alla fine felici, contenti e tutti insieme nella castello – villa sul lago.

Terapia di famiglia
Christian Clavier, Cristiana Reali e (dietro) Baptiste Lecaplain, Claire Chust

Ed è così che il divo Christian Clavier finisce nuovamente in Terapia di famiglia nei panni del padre sabotatore del felice matrimonio d’amore della figlia, come nella fortunata commedia cinematografica blockbuster a cui, in particolare, deve la sua notorietà, ovvero Non sposate le mie figlie, 1 e 2 di Philippe De Chauveron, rispettivamente del 2014 e del 2019.  Proprio come la figura classica e archetipica del Vecchio che si oppone all’amore dei giovani Innamorati nella commedia greca antica, in quella latina e nella Commedia dell’Arte che ne è derivata.

A tentare però di fare luce sul lato oscuro del suo giovane “rivale”, su richiesta della moglie del medico – anche lei però tenuta a lungo e cautamente all’oscuro del rapporto pregresso tra il marito e il suo ex paziente – sarà un carismatico montanaro, naturopata e presunto sensitivo, Marius (comicamente interpretato da Thomas Vandenberghe), ambiguo e furbo venditore new age di prodigiose pietre dure,  unguenti miracolosi,  e folgoranti intuizioni  psichiche, così come di formaggio di fossa, olio di olive  e latte di capra da lui stesso prodotti in montagna.  Oltre a lui, altri spumeggianti e originali personaggi secondari impreziosiscono il racconto di Terapia di famiglia, come il medico ipnotista amico e rivale di Berangèr, l’adorabile nonnetta canuta amante dei distillati del grano o l’ex fidanzato di Alice che ricompare d’improvviso (insomma, come mai?).

Per tutti questi motivi,  questo Terapia di famiglia non vi deluderà e non vi deruberà del vostro prezioso tempo, nonostante i più esperti tra voi del genere commedia sentimentale non tarderanno a riconoscere tra le matrici  di questo film due indimenticabili  commedie romantiche  americane come  Prime di Ben Younger del 2005, per il triangolo amoroso paziente-medico-figlio/a del medico, e Ti presento i miei di Jay Roach del 2000, per le dinamiche relazionali persecutorie del padre dell’innamorata verso il suo promesso sposo, benché l’autore  abbia indicato come fonti di ispirazione Ricatto d’amore di  Anne Fletcher del 2009 e Tutte le manie di Bob di Frank Oz del  1991.

Ma anche l’eco di questi insuperabili film dona un valore aggiunto a questa graziosa, borghesissima commedia francese che per non più di novanta minuti vi cullerà piacevolmente, come le lacustri acque della sua affascinante location d’Oltralpe.

In sala dal 23 luglio 2026.


Terapia di famiglia (Jamais sans mon psy) – Regia e sceneggiatura: Arnaud Lemort; fotografia: Christophe Graillot; montaggio:  Chrystel Alépée, Antoine Vareille; musica: Romain Trouillet; interpreti: Christian Clavier, Baptiste Lecaplain, Claire Chust, Cristiana Reali, Rayane Bensetti, Jean François Cayrey, Thomas Vandenberghe, Laurent Bateau, Fabienne Galula, Frédéric Saurel, Luca Gelberg, Claudette Walker, Charlie Nelson, Elisa Sergent, Tatiana Rojo, Smadi Wolfman, Frederic Etherlinck, Mathilde Vitry; produzione: Mathieu Verhaeghe, Thomas Verhaeghe per Atelier De Production, TF1 Films; origine: Francia/ Belgio, 2025; durata: 91 minuti; distribuzione: Medusa e Movies Inspired.

 

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