The Maiden di Graham Foy

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Perdere un affetto significa perdere una parte di noi stessi. O forse no? Se lo chiede Graham Foy, giovane regista canadese nato e cresciuto nell’irreale metropoli di Calgary, Alberta, sorta di limbo sospeso fra mastodontici grattacieli e foreste ancora vergini. Qui vagano Colton (Marcel T. Jímenez) e Kyle (Jackson Sluiter), due adolescenti come tanti altri: volteggianti sugli skateboard, sprofondati in magliette troppo larghe, i ragazzi vivono quella che sarà la loro ultima giornata insieme. A questi fanciulli un po’ troppo cresciuti ci affezioniamo subito – la loro sconclusionata routine, è la routine che vorremmo condurre tutti: esplorare case diroccate, giocare con le formiche, tuffarsi nel fiume e scrivere sui muri diventano improvvisamente imprese di straordinaria importanza, imprese per cui varrebbe la pena morire.

C’è qualcosa d’irreale nella solitudine in cui gli abitanti di Calgary sono – volenti o nolenti – immersi, nel modo in cui la cinepresa osserva gli amici avvicinarsi e allontanarsi dal punto di fuga, quasi si trattasse di fotografare spettri. Dopo essersi avventurati fra le spoglie morte di una dimora abbandonata e aver dato giusta sepoltura ad un gatto nero (se pensate a Edgar Allan Poe siete ufficialmente fuori strada!), la strana coppia s’inoltra nel bosco, uscendo dal perimetro cittadino per cercare un po’ d’aria. Come pollicino, Kyle semina tracce lungo la strada, solo che qui la pagnotta della celebre favola si trasforma in una bomboletta spray, e le briciole si raccolgono sulle pareti degli edifici formando la parola “Maiden”. Sono proprio queste briciole, o lettere che a dir si voglia, a condurre il ragazzo sui binari del treno. Kyle, infatti, lascia il suo autografo ovunque, quasi avesse paura di svanire nel nulla. Ed è, paradossalmente, ciò che accade di lì a poco, in una tiepida notte di fine agosto: Colton sente le rotaie tremare e, invano, tenta di avvertire l’amico. Niente da fare: l’oscurità fagocita il mondo di prima, il convoglio passa veloce portandosi dietro l’innocenza di quell’ultimo pomeriggio estivo.

Il dolore di questa separazione prematura tinge di una patina bluastra la tranquilla quotidianità di Colton, abbattendosi sulla piccola comunità liceale di cui i protagonisti facevano parte. Le giornate a scuola si susseguono uggiose, i compagni non sanno cosa dire, alcuni adolescenti possono essere crudeli – come, ad esempio, accade durante una noiosissima lezione di geografia, quando Colton riceve un bigliettino su cui troneggia la frase “se lo meritava”, corredata da una faccina sorridente. Ma non c’è traccia di astio o di rancore nella sceneggiatura di Foy, nessuna considerazione manichea sembra sufficiente a spiegare l’inspiegabile. Ognuno tenta di elaborare la tragedia come può, ma le briciole di Kyle sono sparpagliate ovunque, la formula magica “Maiden” (in italiano, fanciulla) sbuca fra i cespugli o nella galleria in cui i giovani si chiedevano cosa avrebbero fatto nei futuri dieci anni. Una domanda, questa, a cui non esiste risposta.

Nel frattempo, l’incantesimo di Kyle pare sortire l’effetto desiderato: una ragazza, Whitney (Hayley Ness), scompare all’improvviso. Colton ne ritrova il diario segreto, riuscendo a mettersi in contatto con una dimensione a cui nessuno può o vuole avere accesso. Non sappiamo se la storia di Whitney si dipani parallelamente a quella dei due amici, perché il tempo del lutto scorre in maniera diversa rispetto a quello in cui i vivi continuano a muoversi. L’eco sprigionatosi dalla scritta Maiden esercita un richiamo irresistibile per la macchina da presa, e così penetriamo nella sfera privata di questa fanciulla che ama la poesia e fatica a socializzare con i coetanei. Ripudiata dalla migliore amica, incapace (come, del resto, Colton) d’inserirsi nei grotteschi meccanismi di socializzazione che regolano l’ecosistema scolastico, Whitney parte con invidiabile flemma verso l’ignoto. E inizia a seguire le orme di pollicino.

Nessuno dei tre personaggi tornerà davvero a casa – la morte, in tal senso, non è che una singola sfumatura fra le innumerevoli sfumature della parola abbandono: abbandono dell’infanzia, abbandono del focolare domestico, abbandono del rassicurante parco-giochi in cui i bambini si rincorrono prima di diventare adulti. Ma l’abbandono è anche un rifiuto: rifiuto di crescere, o meglio, rifiuto di trasformarsi nella versione edulcorata di sé stessi (cosa che capita o, peggio ancora, è già capitata ad alcuni compagni di liceo). È, infatti, sulle note dell’abbandono e del rifiuto che la pellicola giunge al termine, arrestandosi là dove il racconto ebbe inizio: Kyle, Whitney e Colton si ritroveranno – per modo di dire – nella decadente e scheletrica dimora in cui i due amici avevano scoperto il gatto nero di Poe (qui una presenza tutt’altro che ostile). Ad aprire e chiudere l’Odissea è il brano Dear Heart di Roger Miller, forse l’unica voce in grado di rompere il silenzio e dare un nome ad un’assenza che assenza non è: “Dear heart, wish you were here / to warm this night / and dear heart, I want you to know / I’ll leave your arms never more”.


Cast & Credits

The Maiden  –  Regia: Graham Foy; sceneggiatura: Graham Foy; fotografia: Kelly Jeffrey; montaggio: Brendan Mills; interpreti: Jackson Sluiter (Kyle), Marcel T. Jiménez (Colton), Hayley Ness (Whitney), Kaleb Blough (Tucker); produzione: F F Films, MDFF; origine: Canada 2022; durata: 117’.

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