Too Much Sugar. Voto ***. Un carpentiere del Missouri, padre di sei figli e dal passato turbolento, sogna di girare un film. Robert Greene documenta questo tentativo di autorealizzazione, ampliando progressivamente lo sguardo fino a includere le persone a lui care e a dare forma anche ai loro sogni.

Il volto del maschio alfa occupa quasi per intero l’inquadratura di Too Much Sugar. In sottofondo, il tonfo sordo di alcuni colpi: è lui a colpire o a essere colpito? Uno zoom all’indietro svela la scena: è un figlio che sferra pugni all’addome del padre, incitato da quest’ultimo. Ryan, carpentiere quarantenne dal passato tumultuoso e con molteplici figli avuti da relazioni diverse, vuole finalmente imprimere una direzione alla propria esistenza. O, più precisamente, vuole dirigere una vita, girare un film, scrivere la propria storia, realizzare il proprio sogno: realizzarsi, rendersi reale attraverso il cinema. La questione, dunque, si amplia: è lui a filmare o a essere filmato? Chi dirige la sua performance, chi mette in scena il suo reale?
Nei suoi primi lungometraggi, Robert Greene aveva scandagliato con una certa tensione dialettica la natura performativa dell’umano, per esempio in Actress. E, almeno nell’impianto iniziale, anche questo nuovo progetto sembrava seguirne le orme, per inoltrarsi nella torbida propensione all’auto-rappresentazione dell’America profonda.
Ci troviamo nel Missouri rurale e operaio, a maggioranza trumpiana, eppure nulla di quell’iconografia penetra davvero in Too Much Sugar. D’altronde, come restituire un immaginario irreale, codificato dai media? Persino i mantra auto-motivazionali, facilmente derubricabili a tossicità patriarcale, vengono qui ricondotti a una dimensione privata, ai detriti di una vita da ricostruire. Alla prossimità dell’auto-narrazione, Greene oppone una distanza documentaria che, se da un lato consegna al protagonista (e poi agli altri membri della comunità) la penna per stilare il proprio diario intimo, dall’altro mantiene una prospettiva abbastanza ampia da non credere ciecamente alle performance del singolo, inquadrando e stemperando con l’ironia le sue pulsioni.
Similmente al carpentiere, anche Robert Greene è interessato, più che al progetto iniziale, alla costante ristrutturazione del proprio lavoro: così dal sogno d’auto-realizzazione di un singolo individuo si passa a indagare anche i desideri delle persone circostanti, a mettere in scena anche i loro sogni, cosicché il dispositivo filmico inizia a partorire una serie (potenzialmente infinita) di altre micro-narrazioni. Ma in questo modo i cortocircuiti del performativo in Too Much Sugar cedono il passo alla spinta terapeutica, lungo una direttrice già tracciata dal precedente Procession (2021). Particolarmente significativo risulta il ritratto speculare del migliore amico di Ryan, AccRite, anch’egli gravato da trascorsi detentivi ma ancor più dal lutto inelaborabile per il figlio assassinato.
Un montaggio eccentrico scivola così, con sorprendente fluidità, da cupi momenti di rievocazione, colmi di rimpianto, a ingenue scenette amatoriali, consentendo al passato traumatico di trovare una bizzarra sublimazione in un più creativo e attivo presente. Eppure, permane la sensazione che tali velleità conciliatorie (tra realtà e finzione, tra documento e fantasia, tra trauma e creazione) mascherino in Too Much Sugar un latente bisogno di consolazione.
In fondo, da quest’America profonda, intenta a purificarsi dalle falsificazioni mediatiche realizzando filmicamente i propri sogni, sembra scorgersi un unico orizzonte immaginario: il ritorno dei buoni sentimenti. Ogni voragine aperta dalle aporie del performativo viene infine suturata dall’istanza autoriale, che finisce per ricomporre la rassicurante figura dell’eroe positivo di provincia.
Too Much Sugar – regia: Robert Greene; fotografia: Robert Kolodny; montaggio: Robert Greene; musica: Wilkie Davis-Greene, Ramin Kousha; suono: Danny Bowersox, Lawrence Everson; interpreti: Ryan Holliger, Michael Midgyett, Amanda Sanner, Gavin Jones, Wayde Holliger, Bonnie Holliger, Hank Holliger, Tray Martin, Candy Woods, Ashley Long, Auveon Jackson; produzione: Peter Kline e Alex Needles per World War Seven Entertainment, Robert Greene per Do Something Real, Robert Kolodny, Bennett Elliott, Field of Vision, Sebastián Martínez Valdivia per Method M Films; origine: USA, 2026; durata: 98 minuti.
