Wild Horse Nine. Voto: ****. Ambientato all’alba del colpo di stato di Pinochet in Cile, è un film acido e crepuscolare che riflette su rapporti umani messi alla prova da un passato ingombrante che ne condiziona il presente e sulla caducità della memoria. Comunque un riso amaro Wild Horse Nine lo lascia…
Dopo Tre manifesti a Ebbing, Missouri (2017) e Gli spiriti dell’isola (2022), con Wild Horse Nine siamo al terzo lungometraggio diretto da Martin McDonagh presentato in Concorso alla Mostra del Cinema di Venezia. La domanda è se, questa volta, per il drammaturgo e regista inglese fieramente legato alle proprie origini irlandesi, sia arrivato il momento di vincere i premi maggiormente blasonati: quello per il miglior film e per la miglior regia.
Usciti dalla proiezione stampa possiamo senz’altro anticipare che la pellicola conferma le alte aspettative della vigilia, perché in Wild Horse Nine ritroviamo, in modo a nostro avviso non ripetitivo, tutto il repertorio cui il regista e sceneggiatore ci ha abituati.
Wild Horse Nine è il nome (di finzione, per quel che ci è dato sapere) che la CIA ha dato alla controversa operazione segreta che l’undici settembre del 1973 porterà alla caduta del governo del presidente socialista Salvador Allende, democraticamente eletto e del quale vengono mostrate, durante le prime sequenze, immagini di repertorio con la folla festante in piazza ad acclamarlo. Quegli stessi anni, sono anche, però, quelli della presidenza Nixon e della dottrina Monroe messa in atto in modo spregiudicato dall’Intelligence americana in Sudamerica, considerato come giardino di casa degli Stati Uniti.
E’ in questo contesto storico che a Santiago del Cile si trovano ad operare in Wild Horse Nine gli agenti Chris (John Malkovich, intenso, stralunato e dolente, una prova magnifica la sua) e Lee (un Sam Rockwell altrettanto straordinario): il primo è un agente sul campo di lunga esperienza, che ha visto e, soprattutto, fatto di tutto, coinvolto in alcuni dei fatti storici più controversi e cruenti, sia in patria (girano infatti voci che sia stato coinvolto in modo attivo nell’assassinio di John Fritzgerald Kennedy) che in America latina e sul continente africano.
Un uomo avviato verso il crepuscolo della propria esistenza umana, che avverte la necessità di fare i conti con il proprio passato, con la vecchiaia e i suoi rimpianti, oltre che con una salute e una memoria quantomai precarie (la seconda, potremmo dire, quasi in modo provvidenziale). L’agente Lee, il secondo polo di questa strana coppia, è anch’egli non più giovanissimo: ha lasciato a casa Marge (Parker Posey), moglie fedifraga e insoddisfatta, e i propri figli. Entrambi gli agenti non sono più attivi sul campo, Chris perché la sua condizione fisica e mentale non lo consente, Lee invece perché è diventato, de facto, la balia dell’amico e collega.
Tra i due esiste un rapporto di sincera e profonda amicizia, sebbene la CIA non sia proprio il posto ideale per praticare la sincerità e sebbene a Lee sia stato affidato il compito di sorvegliare strettamente il sodale da M.J. (Steve Buscemi, altra prova attoriale solidissima) direttore delle operazioni segrete Usa in America Latina. Il banco inizia a saltare quando, sul punto di partire per l’Isola di Pasqua, in aeroporto, i due agenti segreti fanno la conoscenza di Monica (Mariana di Girolamo) e Alicia (Ailín Salas) due studentesse cui improvvisamente Chris rischia di rivelare tutto, divenendo egli stesso una minaccia per il governo per cui lavora. La permanenza sull’Isola di Pasqua non sarà priva di rischi per i due, ma regalerà loro anche la possibilità di mettere in prospettiva le cose e di fare pace con il proprio passato.

E’ capitato che, subito dopo il suo esordio cinematografico di In Bruges (2008), qualcuno abbia accostato l’opera di Martin McDonaghs alla filmografia dei fratelli Coen o di Quentin Tarantino, ed effettivamente, almeno in parte, delle similitudini esistono. Eppure, film dopo film, il regista nato nel distretto londinese di Camberwell, si è sicuramente emancipato da tali accostamenti, rivelando uno stile proprio, temi e situazioni ricorrenti oltre che, nella sua veste di sceneggiatore, una capacità di scrittura fuori dal comune, figlia della sua esperienza teatrale. Dialoghi e situazioni surreali si susseguono una dopo l’altro anche in Wild Horse Nine, in maniera serrata, incalzante, e tutti i personaggi che entrano a far parte della vicenda, anche quelli comprimari, sono cesellati nei dettagli più minuti e seguono una parabola evolutiva che li vedrà divenire entità diverse da chi erano a inizio pellicola. Alle situazioni drammatiche seguono situazioni comiche e a queste ultime seguono momenti di stasi e contemplazione, dove la figura umana è sovente messa a confronto con gli spazi, le geografie e territori che essa abita (in questo caso quello incontaminato dell’Isola di Pasqua) , scoprendosi inadeguato.
E’, in un certo senso, la fotografia di un condizione umana imprigionata dalla propria finitezza, dal proprio ruolo sociale, ma che aspira ai grandi spazi, a una frontiera che qui viene rappresentata tanto dai panorami incontaminati dell’Isola di Pasqua (che richiamano quelli Irlandesi, cari al regista), quanto, in una sorta di eco, dalle bellezze paesaggistiche della Monument Valley dove vive il fratello di Chris, interpretato da Tom Waits .
Ritroviamo, quindi, anche in questo Wild Horse Nine, una serie di coppie male assortite (ma che tendono a completarsi a vicenda), persone dalla morale opaca, responsabili di azioni deplorevoli e tuttavia in cerca di redenzione, portatrici di un proprio codice morale, dietro cui, non a caso, si cela un’educazione cattolica.
Se è vero che la tragica vicenda Cilena rimane in parte sullo sfondo, non altrettanto lo è il giudizio storico, politico, morale anche, che, attraverso i personaggi, Martin McDonagh non ha paura di esprimere: “siamo qui per far cadere la vostra democrazia”, dirà Chris alle studentesse, ormai preda di una sincerità senza freni inibitori.
E’ un film crepuscolare, questo Wild Horse Nine, che riflette su rapporti umani messi alla prova da un passato ingombrante che ne condiziona il presente, sulla caducità della memoria (bellissima la dicotomia tra un Chris che la sta perdendo ma che è comunque intenzionato a salvarla mettendola per iscritto in forma di Memoir) e della salute, sul perdono, la possibilità del riscatto e di una redenzione da attuare anche solo nell’aldilà. Una riflessione, in ultima analisi, su memoria e morte.
Assolutamente da non perdere.
Wild Horse Nine – Regia: Martin McDonagh; Sceneggiatura: Martin McDonagh; fotografia: Ben Davis; montaggio: Mikkel E. G. Nielsen; musica: Carter Burwell; interpreti: John Malkovich, Sam Rockwell, Steve Buscemi, Mariana Di Girolamo, Ailín Salas, Tom Waits, Parker Posey; produzione: Graham Broadbent, Peter Czernin, Martin McDonagh, Anita Overland; origine: Regno Unito, 2026; durata: 118 minuti; distribuzione: The Walt Disney Company Italia.
