Sumo: Spirit Weighs Nothing. Voto: ***(*). Dopo la serie Sanctuary di Kan Eguchi (su Netflix), anche il nuovo, notevole doc di Erik Shirai esplora il mondo del sumo. Il film segue un anno turbolento nella vita di alcuni lottatori a stadi diversi della carriera, tra sacrificio, disciplina e la costante minaccia del corpo che cede. Per restituire un vivido ritratto di questa disciplina che sembra muoversi tra il documento sportivo e lo studio antropologico.
Sumo: Spirit Weighs Nothing porta lo spettatore dentro un mondo che il Giappone ha sempre protetto con cura quasi sacrale. Il regista Erik Shirai, già autore del documentario The Birth of Saké (2015), ha impiegato sei anni per costruire la fiducia necessaria ad accedere alle scuderie di sumo, un universo chiuso, gerarchico, refrattario per tradizione allo sguardo esterno, dove le telecamere sono da sempre tenute a debita distanza dalla vita quotidiana dei lottatori. Il risultato è un film che segue un anno turbolento nella vita di alcuni lottatori a stadi diversi della carriera, tra sacrificio, disciplina e la costante minaccia del corpo che cede, restituendo un ritratto che sembra muoversi tra il documento sportivo e lo studio antropologico.
C’è qualcosa di tipicamente giapponese in questa ostinazione verso la perfezione totale, un tratto culturale che il Paese ha saputo portare all’estremo in innumerevoli ambiti, spesso trasformando pratiche apparentemente semplici in vere e proprie discipline di vita. Basti pensare, per fare un solo esempio, alla figura del maestro sushi, capace di dedicare anni interi anche solo ad apprendere la cottura del riso prima di poter toccare il pesce, in un percorso che privilegia la lentezza e la ripetizione rispetto a qualsiasi scorciatoia.
È un’idea di eccellenza che non ammette compromessi, e che nel sumo trova forse la sua espressione più estrema: la forza fisica, qui, non è mai il punto. Conta il sacrificio, la determinazione, la capacità di reggere un allenamento che comincia nell’adolescenza e che spesso, per via della dieta imposta e degli sforzi estenuanti richiesti al corpo, costa ai lottatori anni di vita, riducendo drasticamente la loro aspettativa rispetto alla media.
Sumo: Spirit Weighs Nothing dà volto a questa disciplina attraverso quattro personaggi che ne rappresentano gli stadi diversi, costruendo un mosaico di traiettorie personali che si intrecciano senza mai sovrapporsi del tutto.
C’è Terunofuji Haruo, campione in carica che combatte tanto con gli avversari quanto con un fisico ormai al limite, segnato da infortuni e capace di cedere da un momento all’altro: riuscirà ancora a gareggiare da campione ai tornei di gennaio, o il suo corpo lo tradirà prima di allora?
C’è Yuki Hiradoumi, promessa del sumo che gareggia già nelle categorie professionali, su cui pesano le aspettative di appassionati e addetti ai lavori: saprà confermarle, o il peso di quelle stesse aspettative finirà per schiacciarlo?
C’è Yonezawaryu Daiki, giovane e inesperto ma promettente, ancora incerto se il sumo sia davvero la sua strada, ma ormai troppo avanti nel percorso per potersi tirare indietro senza conseguenze: riuscirà a farne la propria filosofia di vita, oltre che la propria professione, o resterà un mestiere subito più che scelto?
E infine Kosei Motamura, detto il piccolo gigante, minuto di statura rispetto agli standard della disciplina ma dotato di un talento e di una determinazione fuori dal comune: basteranno queste qualità a renderlo un lottatore all’altezza, nonostante una corporatura che nel sumo è spesso sinonimo di svantaggio
Sul piano visivo Sumo: Spirit Weighs Nothing alterna momenti a colori a sequenze in un bianco e nero delicato, quasi sospeso, una scelta stilistica che accompagna con naturalezza il passaggio tra la dimensione pubblica dello spettacolo, fatta di tornei, pubblico e rituali codificati, e quella privata, più intima e silenziosa, della vita quotidiana dei lottatori. Meno convincente è invece in Sumo: Spirit Weighs Nothing l’uso ricorrente di zoom in e zoom out, una soluzione che nelle prime sequenze funziona come enfasi ma che, ripetuta con la stessa cadenza per tutta la durata del film, finisce per perdere forza espressiva e diventare un tic visivo, più stancante che funzionale al racconto.
Resta, nel complesso, un documentario capace di restituire, con rispetto e senza sensazionalismo, l’anima di una disciplina che il resto del mondo conosce quasi solo per la sua superficie spettacolare, senza però riuscire sempre a trasformare quella materia densa in una forma altrettanto compiuta.
Sumo: Spirit Weighs Nothing – Regia: Erik Shirai; fotografia: Hiroshi Hara, Erik Shirai; montaggio: Frederick Shanahan; musica: Rutger Hoedemaekers; suono: Takuya Kawakami, Yamato Kamei, Fusako Aratake, Yasuhiro Arihara, Yasuaki Kusachi, Andrew Tracy; interpreti: Terunofuji Haruo, Hiradoumi Yuki, Yonezawaryu Daiki, Kosei Motomura; produzione: Carolyn Hepburn per ESPN / Disney, Teddy Leifer, Sam Stanley per Rise Films, Sigrid Dyekjaer per Real Lava, Yusuke Kamata per Generation 11; origine: Giappone/ USA/ Danimarca/ Gb, 2026; durata: 99 minuti.
