Ultimo schiaffo di Matteo Oleotto


Il Friuli Venezia Giulia, da regione storicamente periferica, ha di recente guadagnato un’inattesa centralità mediatica, resa plasticamente dalla serie martellante di spot pubblicitari unificati dal claim “Io sono Friuli Venezia Giulia”, dove è tutto vicino: mare, montagna, cultura. E dalla recente elezione a Capitale europea della cultura della città di Gorizia, in inedito tandem con la slovena Nova Gorica. Non stupisce dunque che quel paesaggio così insolito sia in questi giorni teatro di due opere, entrambe transitate dalla Festa del cinema di Roma: la serie tv diretta da Daniele LuchettiPrima di noi; e questo Ultimo schiaffo, che è stato proposto in anteprima ad “Alice nella Città – Panorama Italia”, permettendo alla giovane protagonista, Adalgisa Manfrida di aggiudicarsi ben due premi. Lo si deve all’attivismo della Friuli Venezia Giulia Film Commission, della Staragara IT società di produzione fondata di recente a Gorizia e della Tucker Film, nata nel 2008 a Udine come casa di distribuzione indipendente di film estremo-orientali pervia della sinergia col Far East Festival di Pordenone e poi passata a promuovere prodotti a chilometro zero come questo. Si tratta del secondo lungometraggio del goriziano Matteo Oleotto a ben tredici anni dal suo esordio fulminante, Zoran, il mio nipote scemo; con cui condivide lo straniato contesto regionale e la presenza imprescindibile del sempre ottimo Giuseppe Battiston, che qui però si ritaglia un comunque sapido ruolo da comprimario. Tra i due “lunghi” Oleotto si è dedicato alla serialità televisiva, in cui si staglia la direzione di quattro episodi del notevole Maschi veri. “Ho girato Ultimo schiaffo pensando a Fargo dei Coen”. Ha dichiarato il regista: “Non tanto per le complessità narrative e per gli sviluppi polizieschi, quanto per il legame indissolubile tra i protagonisti e l’ambiente: da una parte la montagna americana del Minnesota e del Dakota, con la contea di Cass, dall’altra parte la montagna friulana, con il villaggio minerario di Cave del Predil.”

                 Adalgisa Manfrida

Ambientato nella settimana di Natale, Ultimo schiaffo è, per l’appunto, un “racconto di provincia bianco come la neve e nero come i classici dei fratelli Coen”, come si legge nel pressbook; che narra la storia di un gruppo di adorabili perdenti, stralunati come solo nel nordest (esemplare, a proposito di personaggi “lunari”, il ricordo dell’unico film girato insieme da Battiston e dal suo gemello diverso Stefano FresiIl grande passo, 2019, ambientato a pochi chilometri da qui). In particolare la macchina da presa si concentra su due fratelli adolescenti, Petra e Jure, resi quasi orfani da una madre disabile e smemorata e costretti a tirare avanti alla boia d’un giuda sperando in cuor loro di riuscire prima o poi a scappare da questo “buco di culo di paese” (ci si scusa per l’accesso al turpiloquio ma è così che si esprime Petra, ed è il suo bello). Sono loro (meglio, i loro interpreti: la già menzionata Adalgisa Manfrida – davvero bravissima – e Massimiliano Motta) a occupare lo schermo dall’inizio alla fine di questo livido e soprattutto gelido “canto di Natale”, ben concertando la loro buffa e indovinata antinomia caratteriale: intraprendente e dominante, lei; angelico e subalterno, lui. Accanto a loro il pittoresco coro da “poema dei lunatici” di cui si è detto, in cui spicca il Nicola del napoletanissimo (qui, chissà perché e poco verosimilmente, pugliese) Giovanni Ludeno, visto di recente ne Il maestro di Andrea Di Stefano. Interpreta un appassionato di podcast crime, che commenta ad alta voce con piccata saccenteria; prima di trasformarsi in detective per caso, con esiti ovviamente tragicomici. Notevole la colonna sonora, intarsiata dalle ballate tristi del triestino Luca Ciut; e poi arricchite di una lunga serie di classici di musica classica (le note struggenti dell’Intermezzo della Cavalleria rusticana di Pietro Mascagni – che ogni cinefilo che si rispetti assocerà immantinente a Toro scatenato di Martin Scorsese – e poi il Libiamo nei lieti calici de La Traviata di Giuseppe VerdiLa gazza ladra di Gioachino Rossini, etc. etc.), giustificate dall’amore per questo genere da parte di Yure, l’ultimo dei meravigliosi “scemi” della narrazione olettiana.

Ma ciò che in definitiva risulta più deludente è proprio il tentativo di ricalcare il modello del capolavoro dei Coen: troppo laschi i rapporti causali delle spire drammaturgiche del sub plot thriller/crime per essere credibili. E tutto ciò che in Fargo risulta tragicamente e buffamente inesorabile qui diventa invece più didascalicamente calcolato e programmaticamente pretestuoso. Funziona invece, eccome, il racconto sincero del microcosmo della provincia montana friulana, che il regista conosce evidentemente a menadito e rappresenta perciò empaticamente: la durezza screziata di sarcasmo dei suoi abitanti, in alcuni casi glaciale come il contesto; la folla di stravaganti, talvolta decisamente toccati; e certi riti tradizionali originali come la gara di schiaffi cui allude il titolo del film.
Mezza stella in più per l’accortezza di non indulgere nella pornografia della violenza a buon mercato, oggi imperante; che qui viene invece confinata nel giusto pudore del campo lunghissimo e dell’ellissi.

In sala dall’8 gennaio 2026.


Ultimo schiaffoRegia: Matteo Oleotto; soggetto e sceneggiatura: Matteo Oleotto, Pier Paolo Piciarelli, Salvatore De Mola; fotografia: Sandro Chessa; montaggio: Giuseppe Trepiccione; musica: Luca Ciut; interpreti: Adalgisa Manfrida, Massimiliano Motta, Giuseppe Battiston, Giovanni Ludeno, Davide Iacopini;  produzione: Staragara IT, in co-produzione con SPOK Films e RTV Slovenia, in collaborazione con Rai Cinema, in associazione con Transmedia, Mompracem, Lokafilm; origine: Italia/Slovenia, 2025; durata: 101’; distribuzione: Tucker Film.

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