Un cielo stellato sopra il ghetto di Roma

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Passato alla scorsa Festa di Roma (Proiezioni Speciali), il film di Giulio Base è ora visibile dal 27 gennaio, Giornata della memoria, in esclusiva su RaiPlay (www.raiplay.it) sino al 6 febbraio e andrà in onda su Rai1 il 6 febbraio alle 22.50.

Roma, 1943. Nella terribile notte fra il 15 e il 16 ottobre, la comunità ebraica della Città Eterna viene decimata dalle truppe della Gestapo. 1259 persone vengono strappate dalle loro abitazioni: al fatale appello si contano 689 donne, 363 uomini e 207 bambini. Il nuovo film di Giulio Base si apre sulla tanto semplice quanto atroce enumerazione di dati storicamente rimossi dalla quotidianità collettiva. La memoria, ormai esiliata all’interno di archivi pressoché illeggibili e polverosi registri, è costituita da un pugno di cifre – cifre che spesso tendono a distaccarsi dai corpi, dalle voci e dalle vite da cui esse originariamente provengono. Le prime istantanee si consumano nel disordine cronologico di un ricordo giunto a noi solo in bianco e nero: così udiamo lo scalpiccio dei passi mescolarsi alle grida di terrore, gli spari disperdersi in un innaturale silenzio. E facciamo la conoscenza di volti smarritisi in un anonimato dal quale non filtra nemmeno una parola. Il passato viene raccontato nel mutismo generale dei propri interpreti e noi, all’inizio, non riusciamo bene a ricucire i fili della trama: una bambina viene caricata su un carro e trasportata in un convento. Quando i nazisti giungono nel chiostro, una suora la nasconde dentro ad un ripostiglio. La vicenda sembrerebbe logorarsi in anticipo fra le sue fotografie, ma la cinepresa ci trasporta nel presente, per la precisione nell’ordinaria routine di Sofia (Bianca Panconi), figlia d’arte e studentessa in un liceo musicale. Osservando Un cielo stellato sopra il ghetto di Roma , il regista torinese cerca di restituire ai codici della Storia la propria reale esistenza, sovrapponendo coordinate spaziotemporali diametralmente opposte.

La giovane Sofia, infatti, non sembra condividere nulla con i terrificanti avvenimenti a cui abbiamo appena assistito – fatta eccezione per una valigia rotta, casualmente ripescata in soffitta (altro luogo solitario e dimenticato in cui le vecchie reminiscenze tendono ad accumularsi). All’interno della fodera sdrucita, la ragazza trova una lettera dal sapore antico, accompagnata dall’immagine ingiallita di una bambina. Questi oggetti possiedono un nome: Sarah Cohen. Da qui in avanti, la protagonista inizierà un viaggio all’indietro, liberando gli eventi dal grigio pulviscolo che li circonda e li imprigiona. Strato dopo strato, i fatti riemergeranno nel loro nitore iniziale, riacquistando i colori perduti. Aiutata dai compagni di scuola e dai ragazzi del Liceo Levi, Sofia ripercorrerà le strade sconnesse del ghetto ebraico, gli scuri corridoi del convento e (perché no) le stanze segrete della sua personale identità. Il percorso, come spesso capita in questo genere di avventura, è circolare: mettendosi in viaggio verso una meta a prima vista sconosciuta, la studentessa finirà per rientrare nelle proprie vere mura domestiche.

A mano a mano che l’obiettivo avanza, rintracciamo i personaggi principali di quella tragica notte del’43. I lacci cominciano ad intrecciarsi fra loro. Ogni voce descrive la propria esperienza, cercando di convertire all’indicativo presente un racconto precedentemente steso all’imperfetto – ma si tratta, per l’appunto, di un’impressione: perché il passato, con le sue barbarie, rimanga passato occorre coniugarlo al presente. Quando Sofia e i suoi amici decidono di mettere in scena la storia di Sarah, lo fanno nello stesso modo utilizzato da Giulio Base all’inizio del film – ovvero, minimizzando i dialoghi e cedendo il palco alla musica, alle immagini, alle maschere, ai rumori. Lo spettacolo organizzato dai liceali sembra più una pantomima che non una pièce teatrale, lo scopo è quello di sostituire i volti ai numeri e i nomi ai dati. Il divario generazionale che separa Sofia e Sarah esiste soltanto fra le pagine dei registri che la giovane si ritroverà a sfogliare, o nella caparbia (e, in parte, giustificabile) ritrosia con cui i genitori s’interfacciano con i loro tabu.

Al di là di qualche ingenuità (visualizzare a bordo schermo le conversazioni social fra i protagonisti è sempre un po’ sgradevole), l’ultimo lavoro di Giulio Base riesce nel proprio intento: è piacevole vedere degli adolescenti così curiosi e privi di cinismo – in particolare se si pensa all’occhio costantemente sospettoso con cui il cinema di oggi tende a ritrarre i cosiddetti millennials. Così com’è piacevole, almeno in un panorama su cui lo scontro e la disillusione sembrano regnare sovrani, assistere ad una stretta di mano fra ieri e oggi.


Cast&Credits

Un cielo stellato sopra il ghetto di Roma – Regia: Giulio Base; sceneggiatura: Giulio Base, Marco Beretta, Israel Cesare Moscati; fotografia: Giuseppe Riccobene; montaggio: Mauro Ruvolo; interpreti: Giulio Base (Riccardo), Andrea Garofalo (archivista), Alessandra Carrillo (Suora Portinaia), Bianca Panconi (Sofia), Vittorio Base (Vittorio Zevi), Valerio Base (ragazzo), Domenico Fortunato (Volterra), Irene Vetere (Lea), Lucia Zotti (Suor Lucia), Daniele Rampello (Ruben), Francesco Rodrigo Sirabella (Ilan), Marco Todisco (Tato), Emma Matilda Liò (Valentina), Paolo Fosso (Padre Ilan), Fabrizio Apolloni (Padre Lea), Alessia Maiello (Lucia giovane), Alessandra Celi Alessandra Celi (Giulia), Aurora Cancian (Nonna); produzione: Cesare Fragnelli, Sandro Bartolozzi, Altre Storie, Rai Cinema; origine: Italia 2020; durata: 100’

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