Una scomoda circostanza – Caught Stealing di Darren Aronofsky

Che il cinema di Darren Aronosfky sia aperto alla contaminazione più spinta e radicale è una considerazione lampante scorrendo l’arco della sua filmografia, e non si tratta solo di un aspetto riconducibile al genere di appartenenza di un racconto, ma proprio alle sue modalità di messa in scena e di sguardo sulla realtà e sugli immaginari che produce (anzi, forse è più appropriato dire viceversa). C’è infatti sempre un filtro, una mediazione, una forma di elaborazione emotiva e psicosomatica che regola il modo in cui i personaggi si muovono nello spazio e nel tempo, spesso calati un fatalistico ruolo di sconfitti ed estraniati, verso la riappropriazione di un frammento di felicità o di dolore perduto nella memoria opacizzata dal trauma, ripetuto nel loop di visione ossessive ad occhi completamente  aperti. In Una scomoda circostanza – Caught Stealing il vettore di questa esperienza si chiama Hank, che fa il barista in un locale di un quartiere periferico di New York  e trascorre la propria esistenza a rimorchio di una fallita carriera come promessa dal baseball, stroncata da un incidente in macchina le cui conseguenze in realtà sono state più grandi e spaventose delle cicatrici riportate e tangibili su un ginocchio. Ed è proprio questo senso di colpa conficcato nella carne e nella psiche a innescare una caduta libera nella barbarie marginale e sotterranea dei giorni e delle notti urbane, scaraventato corpo e cuore, per lo spregiudicato comportamento del vicino di casa spacciatore e ricettatore, in una questione di droga, soldi, polizia corrotta e mafia russa nonostante, o forse proprio a causa di, la sua volontà (di espiare).

Su un impianto narrativo che innesta, secondo consuetudini e pratiche post moderne, le caratteristiche del più significativo noir nordamericano contemporaneo ( è possibile rintracciar1e segni dei “soliti noti”: Scorsese, Coen, Tarantino, Soderbergh, fino ad arrivare ai fratelli Safdie e perfino qualcosa dell’Ari Aster di Beau ha paura) Aronosfky fa scorrere sotto la pelle delle immagini e della trama alcuni tratti ricorrenti della sua poetica; in primis c’è ovviamente la dimensione del corpo, quello di Hank, nelle sembianze robuste e tornite di Austin Butler, in grado di restituire la sensazione di un fisico massiccio e resistente, eppure carnalmente sfaldabile sotto i colpi inferti a ripetizione,  ai limiti del compiaciuto sadismo,  dai due scagnozzi russi (che per l’ottusa e automatica violenza messa in atto rimandano ai due killer su commissione di Fargo). Quel corpo ferito diventa così la potenzialità e anche il fardello del ragazzo condannato a un certo punto a una perenne fuga e a continui cambi di azione e di reazione per poter uscire vivo dalla spirale di morti ammazzati che si lascia involontariamente dietro. Specularmente al precedente The Whale, nel quale la scenografia da Kammerspiel anglofono era la manifestazione ambientale della staticità fisica ed emotiva nel quale il personaggio principale riversava a causa del suo stato di indotta e indolente obesità, qui il contesto cittadino è la rete nella quale Hank cade e dove sperimenta la proprio flessibile elasticità corporea. Nonostante i crash con le automobili, le botte, le cadute, gli arti spezzati e gli organi tolti, questo eroe per caso è guidato da un’ostinazione che lo riporta a un basico bisogno: voler tornare a casa. E questo tratto richiama un’altra costante di Aronosfky, ovvero la visualizzazione/ricerca di un orizzonte, l’esplicarsi di una tensione verso la libertà che però assume il significato e la forma di un limite delineato in contenimento all’eccesso delle frustrazioni interiorizzate o del concatenamento degli eventi delittuosi; la focalizzazione del punto di non ritorno per la deriva della perdita di sé. Da questa prospettiva una variazione, comunque c’è stata: se i personaggi tossicodipendenti di Requiem for a Dream confondevano la visione con l’allucinazione, consolatoria e spaventosa che fosse, se la Nina danzatrice oscura e luminosa de Il cigno nero sprofondava nella psicosi di una repressione sessuale ed emotiva, Hank possiede ancora lo stupore e il turbamento di fronte allo spettacolo della spietatezza dei suoi antagonisti.

Non c’è cinismo e neanche alienazione  nel suo sguardo, semmai un progressivo chiarimento delle proprie responsabilità rispetto a una pavidità nello scegliere come comportarsi in una situazione comunque estrema, dove tutte le categorie morali saltano nel più ravvicinato obiettivo della sopravvivenza. Ogni cosa sembra infatti accadergli per un caso o per una coincidenza, come il palo preso in pieno con la macchina per evitare una mucca sulla strada quando era ancora un ragazzino di belle speranze, con al fianco come passeggero il suo miglior amico. La chiave, che è anche letteralmente l’hitchcockiano macguffin della storia, sta proprio nel ribaltare questa presa di posizione nei confronti della vita. Il gioco del baseball, così com’era Moby Dick per Charlie in The Whale, non si limita così ad essere esclusivamente la metafora di un successo o di un insuccesso, ma si traduce nell’impulso sensoriale e sentimentale di un riscatto; il prendersi cura, e non il fardello, con le mani e sulle gambe,  del peso di quei corpi martoriati, compressi fino allo schiacciamento ed esplosi fino alla frammentazione.

Ancora più inflessibilmente  poi, in Una scomoda circostanza non viene risparmiato nessuno dalla catena delle morti, inclusi i migliori o i peggiori amici e il potenziale grande amore, eccetto, ironicamente visti i trascorsi del buon Darren, (chi si ricorda l’iconoclasta e cannibalesco madre!?) la figura materna che rimane sempre fuori campo  (anche se il consiglio è di aspettare durante e dopo i fantasiosi di titoli di coda). E c’è pure uno strepitoso gatto la cui incolumità sembra essere la reale preoccupazione di Hank, con la più raffinata della citazioni fin qui elencate, quella dell’altmaniano Il lungo addio in cui il vero cruccio di Marlowe/Elliot Gould era la ricerca del suo micio scomparso. In questo gioco di specchi e di rimandi, a livello figurativo c’è inoltre la somiglianza/sovraimpressione/sdoppiamento tra gli assassini e i morti, un effetto impercettibile che aumenta lo straniamento e mantiene l’attenzione sul dilemma etico, tra casualità e scelta, che (s)muove la coscienza di Hank. Talvolta la struttura viene inghiottita dentro il roboante e dinamico montaggio, lasciando poco margine di indagine per le riflessioni riportate e riducendo l’esperienza nel complesso a un divertissement di primissimo ordine con un che di già visto, ma non si può negare quanto Aronofsky cerchi in ogni caso una stratificazione, solitamente in un affondo abissale e poi di riemersione, del materiale umano e non umano che filma, peraltro evitando meglio quel senso di artificiosità da trucco prostetico, di greve pietismo e di teatralità che c’era in The Whale.

È poi c’è una sequenza che ricorda le parole pronunciate da Tom Cruise, memorabile sicario al tramonto, nel finale di Collateral, conciso capolavoro tutto in una notte di Michael Mann: “Un uomo sale sulla metropolitana qui a Los Angeles e muore … Pensi che se accorgerà qualcuno?”. Chissà? Forse se si fosse imbattuto negli occhi di Austin Butler.

In sala dal 27 agosto 2025.


Una scomoda circostanza – Caught Stealing (Caught Stealing) Regia: Darren Aronofsky; sceneggiatura: Charlie Huston dal suo romanzo A tuo rischio e pericolo; fotografia: Matthew Libatique; montaggio: Andrew Weisblum; musiche: Idles; interpreti: Austin Butler, Regina King, Zoe Kravitz, Matt Smith, Liev Schreibder, Vincent D’Onofrio, Griffin Dunne, Bad Bunny, Carol Kane; produzione: Colombia Pictures, Protozoa Pictures; origine: USA, 2025; durata: 107 minuti; distribuzione: Eagle Pictures.

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