Una sterminata domenica di Alain Parroni

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Filmare il vuoto serve a cogliere il pieno, cioè l’essenza delle cose? Si? No? La banale risposta è che dipende dai risultati, dato che almeno a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso con le “Nuove Onde”, prima fra tutte la Nouvelle Vague francese, ogni nuova generazione ha voluto riflettere su come può o meno raccontare se stessa e ciò che la circonda. È la scoperta fondamentale del lato soggettivo della narrazione cinematografica con l’inizio della modernità dopo, o a coté, il classicismo hollywoodiano e il modello tradizionale oggettivistico di fare cinema (in primis quello americano).
Ciclicamente e molto di frequente tra gli indipendenti soprattutto europei, tale problematica, quella del cosiddetto “cinema fenomenologico” è stata riproposta, il più delle volte ammantata sotto la prosopopea della scoperta epocale, come se, di volta in volta, si fosse inventata l’acqua calda. Il che male non fa, dato che l’acqua calda è indispensabile ma sempre di acqua calda si tratta e non di chissà cos’altro di nuovo.
Perdonate al solito questa premessa troppo lunga e vi chiederete subito (ma lo capirete anche) perché la tiriamo in ballo a proposito dell’opera prima del poco più che trentenne Alain Parroni, nato sotto il segno dell’Acquario (il mio stesso in verità, il che me lo renderebbe già di per sé simpatico) nel 1992 ad Albano Laziale ma poi cresciuto ad Ardea. E proprio nel territorio della campagna romana, tra il centro della Capitale che è per i protagonisti del film quasi la Luna, e il retroterra laziale sino al mare – in quello spazio, quindi, che il neoregista sente di conoscere bene – che viene ambientata questa Una sterminata domenica, sterminata ma anche interminabile. Che è passato alla Mostra di Venezia nel Concorso della sezione “Orizzonti”. Il titolo – mi  suggerisce un amico colto – deriva dalla frase “L’Italia: una sterminata domenica” che è un verso tratto dalla poesia Nel sonno (1965) di Vittorio Sereni  e che poi è stato ripreso ad intitolare il libro di saggi di Claudio Giunta (Il Mulino, 2013). Un titolo già di per sè molto impegnativo.

Ci troviamo allora a conoscere tre adolescenti irrequieti e girovaghi, Alex, Brenda e Kevin (rispettivamente interpretati da Enrico Bassetti, Federica Valentini e Zackary Delmas) che – per usare una brutta e pesante espressione romanesca – potremmo definire dei simpatici coatti, delle figure un po’ pasoliniane aggiornate al 2.0 del nostro tempo – intendiamoci non dei cattivi né dei veri violenti, anzi tutto il contrario fanno tenerezza nella loro totale indecisione e inconcludenza. Per un’ora abbondante di film, li seguiamo con la mdp in un quasi nulla (appunto il vuoto di cui si diceva all’inizio) e in un vagabondaggio esistenziale abbastanza snervante, con il più giovane dei tre che con un pennarello cerca di lasciare sue tracce nel mondo – e poco altro. Poi in questa storia che sembrerebbe assomigliare ad una sorta di Jules e Jim in salsa sfigato-romanesca, si va chiarendo il senso e i limiti del triangolo amoroso trai protagonisti, con un colpo di scena che terremota la situazione. Brenda si scopre incinta del suo ragazzo Alex (ma a tale proposito ci sono poi delle complicazioni che non vorremo rivelare) e il film improvvisamente cambia di marcia. Quello che segue e quel po’ che ci rivela, accade nell’ultima parte, circa al massimo mezz’ora, quando Kevin, il terzo incomodo della coppia, si troverà a trascorrere sempre più tempo con Brenda. La gravidanza, allora, sarà quella che metterà a dura prova la coesione del terzetto, ponendolo difronte alle responsabilità di crescere e di confrontarsi con la loro tendenza, anche difficile e dolorosa, se accettare o meno di essere socialmente degli outsider.

 

 

 

 

 

Che dire rispetto a questa sincera Coming of Age story sul litorale romano? Personalmente non sono riuscito ad immedesimarmi nella vicenda né a farmela piacere, anche se il film che lavora tutto di sottrazione, si sforza di narrare un disagio generazionale indubbiamente reale nel quale emergono alcuni lacerti poetici che potrebbe toccare e commuovere lo spettatore. Al pari, ma in modo totalmente diverso da Enea di Pietro Castellitto, ha lo stesso pregio di impegnarsi in un corpo a corpo ravvicinato con la realtà dei giovani di oggi, con l’ulteriore similitudine che, anche in questo caso, abbiamo a che fare con una deriva esistenziale molto romana. Mi domando, però, come potrebbero reagire realtà adolescenziali di altre parti d’Italia ad un film come questo. Né capisco troppo bene la frase chiave con cui Parroni vorrebbe spiegarci le ragioni della sua opera: “La mia generazione è una questione di linguaggio” Perché per le altre non è stato così? La scoperta ricorrente dell’acqua calda…
Una sterminata domenica mi ha lasciato annoiato e confuso ma è forse colpa mia che non lo ho capito. Altri lo hanno apprezzato, dato che ha vinto alla appena conclusa Mostra di Venezia  il “Premio speciale della Giuria Orizzonti” e anche il Premio della Fipresci. Nel caso di film controversi come sembra essere questo, sarà il tempo a fare maggiore chiarezza, intanto esce nelle sale giovedì e si vedrà anche la risposta del pubblico – che poca cosa non è.

In sala dal 14/9/2023


Una sterminata domenica Regia: Alain Parroni; sceneggiatura: Alain Parroni, Giulio Pennacchi, Beatrice Puccilli; fotografia: Andrea Benjamin Manenti; montaggio: Riccardo Giannetti; musiche: Shirō Sagisu; scenografia: Marta Morandini; interpreti: Enrico Bassetti, Zackari Delmas, Federica Valentini, Lars Rudolph; produzione: Fandango (Domenico Procacci, Laura Paolucci), Alcor (Giorgio Gucci), Art me pictures (Fabrizio Moretti), Road Movies (Wim Wenders) con Rai Cinema; origine: Italia/Germania/Irlanda, 2023; durata: 110 minuti; distribuzione: Fandango.

 

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