Verso gli Oscar: LA TIGRE BIANCA

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Dopo Goodbye Solo (2008) e A qualsiasi prezzo (2012), il regista statunitense di origine iraniana Ramin Bahrani riabbraccia la cinepresa per narrare la parabola di Balram (Adarsh Gourav), giovane Shudra nato e cresciuto in un minuscolo villaggio nei pressi di Dehli. Tratto dall’omonimo romanzo di Aravind AdigaLa tigre bianca (visibile su Netflix) allestisce un vero e proprio teatro dell’assurdo in grado di travalicare la logica narrativa, sociale e cinematografica con cui lo spettatore medio affronta il grande schermo.

Il film si muove su una serie di flashback atti a ricostruire la vita del protagonista e la sua strana scalata verso le vette di una civiltà zoppa. Si inizia fra i sedili di un’auto di lusso in viaggio per le strade sconnesse della capitale: alla guida, una moglie e un marito tornano a casa ubriachi dopo una notte di eccessi. Sui sedili posteriori, il servitore vestito a festa sorride ostentando un orgoglio a tratti imbarazzato. L’epilogo della serata è piuttosto prevedibile, e l’allegro trio finisce per investire un ragazzino. Dopo avere stuzzicato la nostra curiosità (come del resto accade in ogni thriller che si rispetti), il narratore decide di procedere con ordine e ci introduce nella sua infanzia, alzando il sipario su un palcoscenico diametralmente opposto al precedente.

Il racconto si trasforma dunque in una sorta di Bildungsroman dal sapore quasi epico – e infatti, a dare il via alle faticosissime peregrinazioni del nostro eroe sarà proprio una sarcastica invocazione alle muse, o meglio, ai trentasei milioni di divinità indiane che lo accompagneranno (in forma di statuetta o di cartolina) nel corso della sua avventura. Così, cominciamo a prendere confidenza con il piccolo Balram: lo vediamo studiare l’inglese a scuola, lo osserviamo assistere al funerale del padre precocemente divorato dalla tubercolosi, lo scrutiamo mentre si piega alla volontà della nonna-matriarca Kusum (Kamlesh Gill) e abbandona i libri per mettersi a servire ai tavoli insieme al fratello. La cosiddetta svolta si presenta nei panni del coetaneo Ashok (Rajkummar Rao): figlio di latifondisti, ricco imprenditore appena sbarcato dalla lontana e luccicante America, sposato, favorito dalla sorte per semplice diritto di nascita, ha tutte le carte in regola per incarnare l’amato e odiato alter-ego del protagonista. Balram e Ashok sono simili: entrambi ignoranti (ognuno a modo suo, ovviamente), entrambi prigionieri nella propria stia, entrambi proni di fronte alla legge del più forte meglio conosciuta sotto il nome di Democrazia. Il rapporto fra i due segnerà il cammino narrativo tracciato dal regista, sospendendo l’India in una zona grigia e selvaggia priva di infrastrutture etiche. E in effetti, non c’è personaggio che non risulti ambiguo o che non agisca seguendo un istinto predatore in apparenza più forte di qualsiasi ideale – o ideologia.

Ciò che del lungometraggio di Bahrani colpisce è l’ironia spietata con cui cannibalizza la giungla contemporanea, senza lasciarsi rinchiudere nella gabbia per polli del dramma a sfondo sociale e trastullandosi con i generi ai quali il cinema occidentale ha ormai fatto il callo. In tal senso, l’incipit della pellicola svolge un ruolo essenziale nel processo con cui il nostro Shudra evaderà dalla sua casta. Lo sguardo dell’obiettivo non risparmia nessuno e il devoto servo non metterà molto a trasformarsi nei suoi stessi carnefici: la ribellione di Balram è ferina e primordiale, essa non ha bisogno di insegne o vessilli per agire, ma si consuma in una violenza dai tratti quasi preistorici. I gesti e i pensieri che coordinano l’insurrezione dello schiavo possiedono, per il bravo pubblico civilizzato, un retrogusto asprigno e risultano difficilmente digeribili: per emanciparsi e prosperare, la nostra Tigre bianca dovrà sbranare tanto i suoi nemici quanto i suoi simili, arrivando perfino a sopprimere le ramificazioni più fragili della propria genealogia. Il sistema piramidale e darwiniano nel quale ognuno si aggira ride in faccia alle belle morali esibite dalla Grande Socialista, rappresentante dei Paria e leader politico disposto, come ogni feudatario degno di questo titolo, a incassare imponenti mazzette per perorare la sua causa. La scalata di Balram verso il successo personale non prevede empatia nei confronti del prossimo, e non è forse nemmeno il frutto di una scelta: Ramin Bahrani e Aravind Adiga corrompono con cinica insolenza la rassicurante parabola del ricco e del povero, immortalando la gallina nell’atto d’afferrare la scure e cambiare capponaia. Al grido di “il Re è morto, lunga vita al Re”, il protagonista finirà per adeguare i suoi lineamenti a quelli dei padroni, battendoli ad un gioco globale da cui non esiste via di fuga. Come Balram e Ashok, anche New York e Nuova Dehli sono in fondo gemelli mancati – e, in parte, fratricidi.


Cast&Credits

(La tigre bianca – Regia: Ramin Bahrani; sceneggiatura: Ramin Bahrani; fotografia: Paolo Carnera; montaggio: Tim Streeto, Ramin Bahrani; interpreti: Adarsh Gourav (Balram Halwai / Ashok Sharma), Rajkummar Rao (Ashok Shah), Priyanka Chopra Jonas (Pinky Shah, moglie di Ashok), Mahesh Manjrekar (“L’Airone”, padre di Ashok), Vijay Maurya (Mukesh “La Mangusta” Shah, fratello maggiore di Ashok), Kamlesh Gill (nonna Kusum), Swaroop Sampat (La Grande Socialista), Tawhid Rike Zaman (amico di Balram), Vedant Sinha as Dharam (nipote di Balram), Nalneesh Neel (Vitiligo Man); produzione: Lava Media, ARRAY, Noruz Films, Purple Pebble Pictures; origine: India, USA 2021; durata: 125’.

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