Verso gli Oscar: THE MOLE AGENT

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Nella compagine documentaristica del Sundance Film Festival 2020 appare, fra le opere selezionate, una pellicola destinata a lasciare il segno: la giovanissima regista Maite Alberdi Soto (qui al suo dodicesimo lavoro) introduce lo spettatore in una realtà parallela spesso e volentieri celata allo sguardo del grande pubblico. The Mole Agent (in originale spagnolo El agente topo ) si muove fra i corridoi di un ospizio in Cile, riproducendo su negativo le semplici storie che popolano la cosiddetta terza età. Sulla carta, il lungometraggio sembra inserirsi perfettamente all’interno di una filmografia dei margini, srotolando su grande schermo le varie sfaccettature di cui solitudine ed emarginazione si compongono. Eppure, l’occhio della cinepresa appare meno freddo e indagatore di quanto non dovrebbe essere: l’idea attorno alla quale le immagini ruotano si rivela più originale del previsto e il mero documento audiovisivo finisce presto per articolarsi in una vera e propria avventura fuori tempo massimo. Il protagonista è Rómulo, un gentleman ultraottantenne dalle sembianze donchisciottesche: alto, flemmatico, distinto, dotato di un’eleganza discreta degna di qualsiasi agente segreto in pensione, questa sorta di anonimo Ian Fleming dovrà introdursi nel ridente carcere di una casa di riposo, portando a termine una bizzarra missione di spionaggio. Fra le mura e i coloratissimi giardini della strana prigione, l’anziana inquilina Sonia ha subìto un furto: la sua preziosa collana è sparita. Tutti finiscono automaticamente nella lista dei sospettati. Dai compagni d’arme al personale sanitario, ognuno sembra avere (almeno sulla carta) un buon motivo per essere identificato come il colpevole – nemmeno la variopinta direttrice pare esente dal capo d’accusa. È giunto il momento di passare all’azione: equipaggiato di smartphone e microcamere, il nostro eroe s’insinua nella malinconica comunità.

Alberdi Soto gioca con i generi cinematografici, ridicolizzandone i cliché e ricontestualizzandone le componenti in scenari imprevedibili: l’effetto è surreale e la logica dello spionaggio con cui si usa ispezionare la vecchiaia appare grottesca, inutile, sovrabbondante. Lo stesso Rómulo non prende sul serio il suo ruolo e trasforma l’inchiesta in un lungo viaggio emotivo, stringendo con gli altri ospiti un legame di sincera amicizia. Se all’inizio la missione assume il volto di una denuncia ai danni dell’infrastruttura, nel corso del film essa cambia fisionomia e la polemica si riversa sulla noncuranza di chi in ospizio non è mai entrato. Il problema, dunque, si trova al di fuori – e non all’interno – dei cancelli serrati, delle tristi verande gremite da carrozzine e sedie a dondolo, delle squallide stanze che gli inservienti tentano di decorare con fragili angioletti di carta. Se scovare il ladro di gioielli non si rivelerà poi un’impresa particolarmente ardua, ben più difficile sarà stabilire i nomi dei colpevoli: nel suo tragicomico reportage, l’attempato James Bond scoprirà i misteri di pulcinella che si nascondono dietro la pubblica ipocrisia con cui si scaricano gli errori sull’intero apparato invece di attribuirli al singolo individuo.

L’isolamento dipinto dalla troupe è esistenziale, complesso e si manifesta in termini diversi a seconda della vittima: c’è chi s’immerge nell’illusione di riabbracciare una madre defunta, chi allevia le sue giornate decantando versi in rima, chi scava nell’abisso di ricordi ormai sprofondati in un oblio angoscioso. Anche se celata da un’inferriata perennemente chiusa a chiave, questa piccola umanità assomiglia alla nostra, e fa i conti con le sue nevrosi, le sue gioie, i suoi dolori. La morte irrompe in modo improvviso e inaspettato, proprio come accade nell’ordinaria routine dei giovani e degli adulti. È con grande maestria e intelligenza che la regista fotografa lo sconforto di questi orfani ex novo, evitando di abbandonarsi a sgradevoli moralismi e muovendosi sulla sensibilità pacata ed elegante esibita a più riprese dal protagonista. Infatti, il piano segreto di Rómulo non è davvero un segreto e in questa curiosa tela di ragno non ci sono ragni, o antagonisti. La voce con cui il lungometraggio dischiude alla platea l’inquieto universo ospedaliero non cede mai alla retorica uggiosa e perbenista che di solito accompagna questa tipologia di documentario. Gran parte del sarcasmo che ammanta la pellicola è poi racchiusa nella saggia consapevolezza dei suoi personaggi, ma anche nel loro violento e puerile desiderio di vivere, non importa se dentro o fuori una gabbia. Grazie alla sua eccentrica missione impossibile, Rómulo evaderà dal lutto, così come il resto della compagnia costruirà un ponte affettivo in grado di ricongiungerla alla quotidianità perduta.


The Mole Agent – Regia: Maite Alberdi Soto; sceneggiatura: Maite Alberdi Soto; fotografia: Pablo Valdés; montaggio: Carolina Siraqyan; interpreti: Sergio Chamy, Rómulo Aitken, Marta Olivares, Berta Ureta, Zoila González, Petronila Abarca, Rubira Olivares; produzione: Tribeca Film Institute, Sundance Institute, ITVS, Micromundo Productions, Motto Pictures, Sutor Kolonko, Voyla Films, Malvalanda, SWR; origine: Cile 2020; durata: 84’.

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