Rappresentare, raccontare, girare: qualche riflessione su Il seme del fico sacro di Mohammad Rasoulof

Rappresentare

È la prima volta in assoluto che un film rappresenta la Germania agli Oscar – e non si parla neanche una parola di tedesco. Nessuno scandalo, per carità, anzi ben venga, ma è un dato tuttavia che deve far riflettere su più aspetti: da un lato sul fatto che la Repubblica Islamica dell’Iran non è in grado di sopportare (e men che meno supportare) voci di dissenso al proprio interno, e fin qui, purtroppo, nulla di nuovo: gli artisti, in questo caso i registi non hanno il permesso di girare, se lo fanno, devono farlo in clandestinità, fra mille peripezie, sulla gran parte di loro pende un mandato di cattura e, presto o tardi, la scelta obbligata è quella dell’emigrazione (che spesso avviene in circostanze particolarmente avventurose, com’è stato il caso di Mohammad Rasoulof, fuggito fra le montagne e riparato, appunto, in Germania). Dall’altro lato va rimarcato ed elogiato il fatto che la Germania, con la sua potentissima macchina produttiva, la struttura federale, è diventata, insieme alla Francia il paese che maggiormente si fa carico di dare voce alle ingiustizie, agli artisti perseguitati, agli esuli del mondo, mettendo in condizione registi di fare ciò che altrimenti non riuscirebbero a fare, ovvero dirigere film, mandarli ai festival principali, distribuirli nelle sale del pianeta. A voler essere maligni si potrebbe dire che questa specie di parziale “appropriazione indebita” parte dalla sobria consapevolezza del fatto che la produzione interna, quella in lingua tedesca, ha perso da tempo ogni forma di capitale simbolico nello scacchiere del cinema d’autore internazionale, un fenomeno questo al quale, con parziali e intermittenti eccezioni, assistiamo da alcuni decenni. È un mio vecchio pallino, ma se pensiamo ad autori tedeschi ci viene in mente di sicuro Christian Petzold, ma già mettendosi a cercare un secondo nome si dura una fatica tremenda. Fatih Akin, certo, ma nella percezione collettiva Akin viene percepito come solo in parte tedesco. Appena possono, poi, i tedeschi vanno a cercar fortuna negli USA, talora trovandola (pensiamo al caso abbastanza recente di Edward Berger) talora non trovandola affatto – e si veda il caso di Tom Tykwer.

Un’ultima osservazione su questo aspetto: è significativo che in Germania abbia avuto luogo un dibattito per certi aspetti paragonabile a quello avvenuto in Italia in merito alla designazione del candidato all’Oscar, con scelte radicalmente diverse: in Italia è stato preferito Vermiglio di Maura Delpero a Parthenope di Paolo Sorrentino film, quest’ultimo, con un brand da esportazione e un impegno produttivo enormemente maggiore, in Germania il film che, finendo per soccombere, ha maggiormente conteso la nomination al film di Rasoulof è l’amplissimo dramma famigliare di Matthias Glasner, intitolato Sterben (Morire) presentato l’anno scorso a Berlino, dove ha ricevuto l’Orso d’Argento per la Migliore Sceneggiatura, incassando 4 premi al Deutscher Filmpreis (il nostro David di Donatello), fra cui quello principale: a un film tedesco-tedesco è stato preferito un film iraniano di un regista che, comunque, ancor prima dell’escalation degli ultimi anni aveva vissuto diversi anni in Germania.

Scrivere

Quando a fine febbraio del 2020 Rasoulof presentò a Berlino Il male non esiste vincendo giustamente l’Orso d’Oro, si pensava che il successo, seppur all’interno del circuito ristretto del cinema d’autore, si sarebbe rapidamente esteso in tutto il mondo, ma da un lato la costellazione produttiva già allora complicata (il film figurava allora come una coproduzione fra Germania, Repubblica Ceca e, per l’ultima volta, Repubblica Islamica dell’Iran) e dall’altro il CoVid impedirono la diffusione e la notorietà che quel film avrebbe meritato. Riuscì a finire nella longlist dei Golden Globes, perché è la stampa straniera che nomina e non il singolo paese, mentre agli Oscar non venne nominato affatto: l’Iran gli preferì Figli del sole di Majid Majidi, presentato a Venezia nel settembre del 2020 e la Germania Und morgen die ganze Welt (E domani tutto il mondo) di Julia von Heinz, il primo finì nella shortlist senza poi essere nominato, il secondo non arrivò da nessuna parte.

Girato anch’esso fra mille avversità, Il male non esiste era un film estremamente rigoroso nella sua costruzione a episodi, forse proprio in grazia della sua laconica costruzione a episodi, tutti comunque riconducibili a un tema dominante, ovvero quello della responsabilità morale degli individui, il filo conduttore, chi ha visto il film lo ricorderà, era il tema tremendo della pena di morte che ritroviamo anche ne Il seme del fico sacro . È un ricordo, il mio, risalente a cinque anni fa, forse metterebbe conto di rivederlo quel film, ma nella mia memoria quel film presentava un rigore strutturale enormemente superiore rispetto a Il seme del fico sacro che vanta un numero di personaggi incomparabilmente inferiore rispetto al film precedente di Rasoulof e un plot troppo elementare per supportare quasi tre ore di film (166 minuti), al confronto i 215 minuti di The Brutalist appaiono per l’arco narrativo che dispiegano assai più giustificati.

L’analogia (troppo elementare per chiamarla allegoria) di fondo su cui si regge il film è presto detta, facilmente riassumibile com’è con una proporzione matematica, chiara fin da subito: la gerarchia politico-religiosa che governa la repubblica iraniana sta al paese come il padre che comanda la famiglia al centro del film sta, appunto, alla famiglia stessa, composta dalla moglie e dalle figlie. I meccanismi di dominio sono gli stessi: minaccia, ricatto, colpevolizzazione, ipocrita invito alla solidarietà. Nel paese o comunque in una certa parte del paese, soprattutto nelle donne, questo meccanismo coercitivo ha smesso di funzionare, le persone hanno deciso di scendere in piazza, di comunicare il proprio dissenso, di sfidare il regime,  nella consapevolezza di rischiare arresti, ferite, torture, carcere e morte – e un’esemplare di questo dissenso, amica della figlia maggiore, fa irruzione, già profondamente segnata nel corpo, nel microcosmo apparentemente “sano” e isolato della famiglia protagonista. Dopodiché, ma siamo praticamente ancora all’inizio del film, la domanda con la quale lo spettatore sarà costretto a confrontarsi è: visto che il padre è (anzi: sempre più è diventato, da quando è salito di grado) l’equivalente “interno”, il rappresentate fedele di chi amministra senza scrupoli il potere, sapranno le donne, soprattutto le figlie appartenenti alla generazione successiva, dar vita allo stesso dissenso che si manifesta nel paese, soprattutto nella capitale, e che filtra di continuo arrivando attraverso i social? Da che parte, in questo gioco di obbedienza e ribellione, starà la madre? I personaggi subiranno una qualche trasformazione oppure no? È vero che la decisione è tutt’altro che semplice, per le figlie come per la madre, è vero che, almeno all’inizio, il padre sembrava un personaggio un po’ più complesso di quanto poi risulta essere, fatto sta che il film per due ore e mezzo abbondanti ruota intorno allo stesso quesito, agglutinato da un certo punto in avanti intorno alla sparizione della pistola d’ordinanza del padre, con tutte le ipotesi che lo spettatore è di volta in volta portato ad avanzare: è stata la madre? è stata una delle figlie? l’ha persa il padre stesso? etc. etc. Dopodiché, finita la serie si ricomincia – col risultato che la ripetitività della costellazione abbassa a precipizio, almeno a giudizio di chi scrive, il presunto gradiente thriller del film. Che fine abbia fatto quella pistola finisce per non interessare a nessuno. Come anche la progressiva degenerazione paranoide  di Iman, che applica in famiglia gli stessi metodi a cui è aduso nel suo mestiere (le riprese video fra tutti in guisa di materiale probatorio) non ingenera altro che un senso di ripetitività.

Girare

È più sul piano della forma che occorre semmai elogiare Il seme del fico sacro , vale a dire nella capacità del regista e del suo direttore della fotografia di trasformare in valore una costrizione: un film quasi tutto girato in interni perché si poteva girare solo in interni, un film spesso a bassa, bassissima luminosità perché doveva restare pressoché invisibile, un film capace di far interagire la vicenda principale a schermo largo con il formato verticale dei cellulari che circoscrivono gli elementi documentali provenienti dai social. Vi è un’unica scena luminosissima, quasi sovraesposta, che è la scena finale, paragonata da Peter Bradshaw, alla scena finale nel pueblo di un italo-western di Sergio Leone, con l’unica differenza che è girata nelle rovine reali della meravigliosa città di Yazd. È la scena in cui Iman finalmente precipita in una voragine, senza che lo spettatore sappia se sia stato il colpo di pistola della figlia a farlo precipitare oppure no. Ma alla fine poco importa: quel che conta è che l’uomo precipiti nel baratro, nel vuoto, un auspicio che, di nuovo con un’analogia fin troppo palese, è rivolto dal regista al regime tutto. Il seme del fico sacro  è un film che andava fatto, è un film importante, ma non è certamente un film memorabile.

In sala dal 20 febbraio 2025.


Il seme del fico sacro (Dāne-ye anjīr-e ma’ābed)Regia e sceneggiatura: Mohammad Rasoulof; fotografia: Pooyan Aghababaei; montaggio: Andrew Bird; musica: Karzan Mahmood; interpreti: Soheila Golestani, Missagh Zareh, Mahsa Rostami, Setareh Maleki, Niousha Akhshi, Reza Akhlaghirad, Shiva Ordooie; produzione: Arte France Cinéma, MOIN Filmförderung Hamburg Schleswig-Holstein, Parallel 45, Run Way Pictures; origine: Iran 2024; durata: 168 minuti; distribuzione: BIM Distribuzione e Lucky Red.

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