Trovare accennata una riflessione sul rapporto tra realtà e finzione, tra vero e immaginario, tra racconto e documento in un film dichiaratamente rivolto ad un pubblico di bambini e di famiglie, è qualcosa di non cosi scontato come ci si aspetterebbe e ci si preparerebbe davanti ad una visione di routine. Il figlio del deserto, diretto dal francese Gilles de Maistre, già autore di fiabe ecologiste con giovanissimi protagonisti ( Mia e il leone, Il lupo e il leone, Emma e il giaguaro nero) parte infatti da una storia vera che sembra un racconto fantastico, che riporta una storia in risonanza con un classico della letteratura e del cinema d’animazione, Il libro della giungla: protagonista è infatti Hadara, un bambino che si perde durante una tempesta di sabbia tra le profonde dune del deserto del Sahara ( un ambiente anche più ostile ed estremo di una giungla); risvegliatosi sotto uno strato di sabbia, come in una sorta di rinascita, quel bimbo ancora gattonante viene incredibilmente adottato da una famiglia di struzzi e da un fennec, una piccola volpe, che ne seguono e accompagno amorevolmente i passi a cominciare dal sopperire il bisogno di fame e di sete. Tanto da farne non solo un clamoroso sopravvissuto, ma anche una nuova persona in progress, in grado di abitare quello spazio nella perfetta sintonia con gli elementi viventi e non viventi, portatrice inconsapevole di un modo altro di stare al mondo. Il piccolo stratagemma metanarrativo, che esaurirebbe altrimenti la vicenda nel solito messaggio edificante e consolatorio, consiste nello svelare gradualmente che non ci troviamo ad ascoltare la metafora di un Coming of age con gli animali antropomorfizzati e il paesaggio che sfuma gradualmente verso un indistinto universalismo.

Come nel libro da cui Il figlio del deserto è tratto, Hadara: The Ostrich Sun di Monica Zak, il piccolo protagonista è esistito veramente e questo fatto viene scoperto da Sun, la giovane scrittrice che ha ascoltato le vicende riportate a voce dall’amato nonno e ne ha impresso le vicende in un romanzo, quando si reca sui luoghi reali dove ha vissuto e si è spostato Hadara (fino al ricongiungimento con l’amata madre); una prospettiva che ribalta la suggestione della leggenda orale con la documentazione della parola scritta, tanto che Sun recupera perfino il diario dell’esploratore che aveva incontrato, osservato e protetto Hadara, scoprendone anche una coincidente, familiare identità. Come se non bastasse, nel momento in cui il bambino del deserto viene scoperto da una spedizione di umani, gli uomini bianchi pensano di realizzarne una versione cinematografica, rischiando di snaturarne la spontaneità e di addestrarne l’istintiva gioia di vivere (è proprio l’esploratore più acuto e sensibile, incaricato di attirare Hadara a sé, che sceglie di lasciarlo libero e di fargli proseguire la sua ricerca che mette insieme una provenienza e una trasformazione). Questa potenziale ricchezza di spunti non viene condotta in maniera verticale da de Maistre, che si ferma invece sulla linea di una rappresentazione prevalentemente orizzontale: lo sguardo è piuttosto cartolinesco, edulcorato, lucidato in una bellezza dei corpi umani e animali e dei luoghi, rigorosamente ripresi dal vivo, che possiedo però un fascino meno compromesso dalle tecnologie digitali, una certa asciuttezza che non scade quasi mai nell’estetismo (perché non ne possiede neanche la vertigine o l’ambizione ) e si avvicina maggiormente alla pulizia del documentario divulgativo, avendo sempre in mente, e nella posizione della Mdp, la voglia di stupirsi ma non troppo di un pubblico al quale, sotto la filigrana del piacere narrativo, si rivolge il “messaggio” ( da vituperare, per quanto possa essere virtuoso, come funzione e finalità del linguaggio cinematografico).

Non mancano dei momenti coinvolgenti come l’iniziale tempesta di sabbia dentro la quale si perdono e da cui sono sepolti madre e figlio; una sospensione che rimanda al momento onirico e fantastico della donna che non riesce più a comminare e viene portata volando come un aquilone lungo la traversata del deserto dal protagonista di Io, Capitano di Matteo Garrone, Il giovanissimo interprete di Hadara ha poi talvolta le fattezze indigene de Il ragazzo selvaggio di Francois Truffaut, addolcito da un sorriso di stampo disneyano fuori tempo massimo. La presenza del Fennec è un segno che non può non evocare la volpe de Il piccolo principe di Saint-Exupéry, ricollocata però in uno scenario tribale, realista, prelinguistico, dove la voce off, con una funzione ibrida tra l’esposizione documentaristica e la retorica fiabesca ( un po’ liricizzata, ma piuttosto asciugata) si poggia sulle parole: quelle che ha utilizzato la scrittrice per descrivere la comunicazione miracolosa tra Hadara e le creature che incontra nel suo peregrinare nel deserto e che diventano una sorta di dialogo interiore diffuso, di processo nel quale è possibile che quel bambino ancora da alfabetizzare possa aver, per forza di cose, immaginato, decifrato e codificato le domande e le risposte che sono intercorse tra lui e il suo genitore struzzo. Risulta assai più debole la parte contemporanea, con la piuttosto impettita Sun che, nella ripetizione di doppi e specularità (enunciati ma non sviluppati) incontra la sua epigona africana, discendente della famiglia di Hadara, ultima custode di una memoria intrecciata tra mitologia e fantasia.
La cosa più incredibile sta nel dover credere, per paradosso, a delle immagini che guardano più all’epicità sognante e moraleggiante de Il fiore delle mille e una notte che a rendere plausibile l’esistenza di Hadara fuori dalle pagine e lontano dallo schermo di Il figlio del deserto. Il suo sbocciare ragazzino salvato dalle grinfie dell’addomesticamento socio-antropocentrico è una virtù che, volente o nolente, va idealizza e valorizzata fin dalle sue sembianze esteriore, dal suo impatto visivo. Dimenticandosi che per spalancare l’occhio sulla totalità della bellezza, talvolta bisogna abbracciare anche lo sporco, magari sabbioso, che sedimenta sotto la luccicante superficie.
In sala dal 23 aprile 2026.
Il figlio del deserto (L’enfant du désert) – Regia: Gilles de Maistre; sceneggiatura: Prune de Maistre dal romanzo Hadara: The Ostrich Sun di Monica Zak; fotografia: Vincent van Gelder; montaggio: Samuel Danési; musica: Gülay Hacer Toruk; interpreti: Neige de Maistre, Kev Adams, Nahel Tran, Adriane Grzadziel, Moun Ghazali, Faical Elkihel, Tounzi Youssef, Mustapha Adidou; produzione: Studio Canal; origine: Francia, 2026; durata: 90 minuti.; distribuzione: 01 Distribution.
