44° Bellaria Film Festival (6-10, Maggio): un excursus in progress sul programma.

44° Bellaria Film Festival

44° Bellaria Film FestivalLa longevità del Festival del cinema di Bellaria, giunto all’edizione numero 44, ha probabilmente a che fare con un tratto distintivo apparentemente in contraddizione con la sua durata temporale: ovvero mantenere una curiosità, una freschezza, una ricerca sempre più trasversale e inclusiva di linguaggi audiovisivi, e di sguardi che attraverso questi linguaggi trovano una forma di espressione non chiusa e compiuta, ma ancora e comunque in trasformazione. Il cinema, dunque, anche come installazione multimediale, videoarte, crocevia di incontro e collisioni tra forme e modi di rappresentazione eterogenei e alternativi. Non a caso il visiting director di questa edizione è Romeo Castellucci che già nella gloriosa esperienza teatrale con la Socìetas Raffaello Sanzio ha esplorato le possibilità intertestuali dello spazio scenico aperto agli impulsi e alle feconde interferenze degli schermi che paventano e che svelano, e che qui al Festival, in una sezione denominata emblematicamente Carte Blanche, presenta una sezione di cortometraggi realizzati da alcuni dei più significativi videoartisti di cinema sperimentale, un breve excursus attraverso la storia dei codici e delle poetiche di questa genealogia a parte, da Stan Brakhage a Martin Arnold, da Bruce Conner ai Quay Brothers e Sofia Bohdanowicz. Tappe e tracce di una possibile cartografia, sotto l’egida di una riflessione dello stesso Catellucci: “Il cinema che rispetto e che amo è quello che non si lascia comprendere fino in fondo, che incendia la domanda invece di offrire risposte”.

Il piacere della visione resta poi sempre più declinato in varie forme, accezioni e stimolazioni, un aspetto che appare quanto mai evidente dalla selezione delle opere in concorso, ad esempio le due categorie della sezione Casa Rossa, per le opere prime o seconde nazionali e internazionali: Il cercare di restituire da questo punto di vista un’ eterogeneità che tenga insieme, focalizzandone le differenze e le specificità, le ragioni del racconto e quelle delle immagini, la retorica dell’affabulazione e la sua destrutturazione in una chiave di svelare i retroscena della realtà più immanente e attuale  e della sua messa in scena fantastica: pensiamo a due titoli quasi antitetici del concorso italiano, come Ore di veglia di  Federico Cammarata e  Filippo Foscarini, scandaglio notturno dentro la foresta nera dei migranti clandestini lungo la zona d’interesse dall’una e dall’altra parte dell’area Schengen, e Orfeo di Virgilio Villoresi, fantasmagorica rivisitazione del mito dentro il tempo plasmabile dell’immaginario: l’architettura di un mondo attraversato da corpi reali sublimati in fantasmatica proiezione del desiderio e oggetti che vivono nelle coreografie di una stop motion tra arte e artigianato. Per non parlare della presenza, sempre nel concorso italiano, dell’ormai osannato Le città di pianura, l’opera seconda di Francesco Sossai all’indomani del trionfo più istituzionale dei David di Donatello, ma che era partito dalla scorso Festival di Cannes (nella sezione “Un Certain Regard”), come quello che gli anglosassoni definiscono sleeper, il piccolo film destinato a crescere con il passaparola di pubblico e addetti ai lavori (restituendo anche un senso di servizio alla critica). E che ridefinisce, stratifica, rielabora la struttura della commedia all’italiana, passata sottotraccia da una dolceamara sensibilità nord italica (Carlo Mazzacurati, certo, ma pure i primi Silvio Soldini e Gianluca Maria Tavarelli, tutta una generazione di cineasti indipendenti).

La  stessa dicotomia che non vuole ne risolversi ne esaurirsi in un sorpassato procedimento di categorizzazione,  è presente anche nel concorso internazionale, con il realismo livido e affettivo del rumeno  De Capul nostro/On Our Town di Tudor Cristian Jurgiu, panoramica su un’adolescenza costretta precocemente all’autosufficienza per l’abbandono forzato di adulti schiacciati dalle regole del neocapitalismo occupazionale, e dello spagnolo Krakatoa di Carlos Carcas, che spinge il racconto di un catastrofico evento storico, l’eruzione del vulcano indonesiano del 1883, oltre i limiti della narrazione: un altro anello di congiunzione con la videoarte, l’installazione museale, l’esperienza immersiva della realtà virtuale seppure concentrata ancora nella frontalità dello schermo. E i concetti di frontiera, di limite, di passaggio dei confini geografici, relazionali, mente e corpo, immanenza e trascendente, ragione e sentimento, sono altre suggestioni che, talvolta in sottrazione e talvolta in maniere più esplicita, danno un segno mosso a questa edizione: basti pensare anche solo alla mostra Ciao musica, concepita e allestita dall’artista e regista Yuri Ancarani (autore di Atlantide, opera del 2021 che intreccia le istanze del realismo ambientale ed etnografico, con le pulsioni dei desiranti abitanti del luogo, in quel caso un giovane outsider di un’isola della laguna veneziana): partendo dall’origine di un suono, quella della frusta utilizzata dai contadini romagnoli per domare il bestiame, Ancarani ritrova la genesi di un folklore locale, la cui manifestazione più celebrata è il liscio suonato, cantato e ballato; un processo ricostruito nella videoinstallazione Piteco e il Faro del 2021, e messo in rapporto, attraverso la suggestione di una possibile porta spazio/temporale, con un altro lavoro di Ancarani, Whipping Zombie del 2017, che colloca l’utilizzo del suono della frustra nel triste tropico di un rito voodoo celebrato da un popolazione a nord di Haiti, nel ricordo e nell’elaborazione del trauma schiavista e colonialista.

Nella ricchezza di un programma che, oltre alla ricerca e all’innovazione, cerca di dare un quadro quanto più eterogeneo di uno stato delle cose distribuendo le prospettive (Il concorso Gabbiano per lungometraggi e cortometraggi, riservato più dichiaratamente ad una produzione legata al cinema sperimentale e all’indagine sul reale), c’è poi anche uno storico di primi passi eccellenti di cineasti italiani. Tre titoli come Saimir (2004) di Francesco Munzi, Respiro (2002) di Emanuele Crialese e Private (2004) di Saverio Costanzo, che presagivano una nuova stagione di autorialità, in grado di guardare con occhi nuovi, selvaggi, liberi, personali e politici i diversi scenari di un mondo sull’orlo del colosso, eppure ancora alla dinamica e vagante scoperta di forme e racconti divergenti dalla norma.

Tutte le informazioni sul sito del Festival.

 

 

 

 

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